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AL DI LA’ DEL RISULTATO

Memorandum per disfattisti: tifare Napoli da sempre, la storia di molte vite

Sport | 12 marzo 2018

Io me lo ricordo bene quel giorno, era il 17 novembre del 1996.

Avevo 5 anni. Bossi aveva da poco dichiarato l’indipendenza della Padania, Clinton era stato da poco rieletto alla Casa Bianca, Fidel Castro si apprestava alla sua storica visita al Vaticano, Whatsapp non aveva ancora iniziato a rovinare le nostre vite e MSN e le sue innumerevoli emoticon non erano nemmeno nell’immaginario di Bill Gates e dei geni della Microsoft.

Quel giorno un bambino di 5 anni aspettava a casa il suo amato papà, nervoso e geloso del tempo e delle attenzioni che quest’ultimo dedicava ad un oggetto sferico. Ebbene si, quel bambino odiava il calcio perché la domenica l’adorato genitore diventava sfuggente e per varie ore dedicava le sue energie a qualcos’altro. Lo ricordo bene quel giorno.

Lo ricordo bene perché il Napoli (che poi chiuderà l’annata con uno squallido tredicesimo posto finale) segnò quattro goal al Perugia e, tornando dallo stadio, quel genitore, quasi sempre serio e pacato, mi prese tra le braccia e mi cominciò a far volare come un aeroplano ripetendo in modo ossessivo:

“Che goal che ha fatto Beto, che goal che ha fatto Beto”.

Quell’uomo aveva visto Maradona segnare una punizione da dentro l’area di rigore, aveva visto il Napoli sollevare due scudetti e cinque coppe, eppure riusciva ad emozionarsi ogni giorno come fosse il primo, anche per un semplice goal di Beto. Ricordo bene quel giorno perché da allora vedere mio padre felice e volare tra le sue braccia divenne per me una droga e fu così che quella squadra che prima quasi mi infastidiva perché mi rubava attenzioni divenne per me un osservato speciale.

A volte le storie d’amore più belle nascono così, per delle equazioni molto semplici: “se loro vincono, mio padre è felice, se mio padre è felice, lo sono anche io”. Lo ricordo bene quel giorno perché da allora, quando papà era allo stadio io chiedevo a mia madre di accendere la radio o la tv per sapere cosa stava facendo il Napoli. Ascolta una volta, ascolta due, ascolta tre, quella squadra divenne la mia e capii che non ne avrei più potuto fare a meno.

Tifare Napoli è una fede, un dogma, forse quasi un atto di penitenza, soprattutto per chi è nato nel 1991. Primo anno intero da vero tifoso: 14 punti in 38 partite. Secondo anno: nono in Serie B. I bambini della mia età a mano a mano prendevano altre strade, quasi tutti corrotti da squadre a strisce: almeno così si vinceva qualcosa. Perché è questo quello che ci vogliono insegnare: l’importante è vincere, vincere ad ogni costo.

Eppure, più si perdeva più mi piaceva quella squadra. Peggio andavano le cose, più mi sentivo legato a quella maglia. Una sorta di sindrome di Stoccolma o di folle masochismo per cui ad ogni umiliazione seguiva maggiore orgoglio nel far parte di quella grande famiglia.

Lo ricordo bene quel giorno, perché quello che contava non era vincere un titolo da mettere in bacheca o di cui vantarsi in uno scontro verbale con i classici leoni da tastiera che oggigiorno commentano sotto ogni post legato al calcio, no, quello che contava era vedere una persona emozionarsi per una vittoria che in fin dei conti non valeva nulla.

Ricordo bene quel giorno e anche quelli bui degli anni successivi in cui guardavo alla grande Serie A come un campionato dove sarebbe stato un sogno vedere la mia squadra arrivare tra le prime 10. Ricordo bene quel giorno perché allora mi era impossibile anche solo immaginare di vincere due volte la Coppa Italia, di vedere un 4 a 1 fuori casa in una partita di Coppa in Germania, di eliminare una squadra di sceicchi dalla Champions, di vivere un intero anno senza perdere in trasferta e di arrivare con 70 punti a marzo.

Ricordare quel 17 novembre del 1996 mi serve per tenere bene in mente chi siamo e in cosa crediamo. Mi serve per non dimenticare che tifare Napoli è un atto di fede e che, chi si deprime per un secondo posto o due partite consecutive senza vittoria probabilmente, non ha capito niente di quello che noi rappresentiamo. Chi ritiene un fallimento avere 70 punti il 12 di marzo, chi pensa che l’unica cosa che conta sia vincere il titolo, fa meglio a prendere un’altra strada e scegliere una squadra con le strisce.

Essere tifoso del Napoli significa sapere che si tratta molto di più che di 22 ragazzi in mutande che corrono dietro ad un pallone. Essere tifoso del Napoli significa non mollare mai e sapere che, indipendentemente da quello che possa valere, un giorno anche Beto farà un grande goal e quel goal farà volare un bambino.

P.s.: in quel 17 novembre del 1996 per il Perugia segnò Massimiliano Allegri. Sempre a cercare di mettere i bastoni tra le ruote eh?!

Andrea Uccello

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