venerdì 24 novembre 2017
Logo Identità Insorgenti

CARAVAGGIO NON SI TOCCA

Napoli dice no allo spostamento de “le sette opere

Arte e artigianato, Battaglie, Beni Culturali, NapoliCapitale, Prima Slide | 13 febbraio 2016

caravaggio

E’ stata una delle battaglie “militanti” di questo giornale.

Stiamo parlando della meravigliosa tela del Caravaggio, avente come soggetto le “sette opere di Misericordia” e realizzata a Napoli tra il 1606 ed il 1607, dov’è tuttora  conservata presso il Pio Monte della Misericordia.

E, purtroppo, torniamo a parlarne per la stessa ragione che ci spinse ad interessarcene nell’estate del 2014: l’intenzione di spostarla, seppur temporaneamente, dalla sua sede naturale.

Nel settembre del 2014, infatti, associazioni, cittadini ed esponenti politici scesero in strada, presidiando il Pio Monte, per cercare di evitare che l’opera prendesse la via dell’Expo di Milano.

Oggi, leggiamo che sarebbe il Presidente della Repubblica in persona, Sergio Mattarella, a chiedere l’opera in prestito per una mostra al Quirinale.

Oggi come un anno fa, i motivi dell’ opposizione- da parte della cittadinanza ma anche dei maggiori critici e storici italiani- sono forti e decisi e trovano ragione nel fatto che l’opera è vincolata alla sua sede originaria da fattori di carattere giuridico, architettonico e, perché no, economico.

La tela, infatti, fu acquistata dal Pio Monte alla somma di 470 ducati, che ne conserva ancora il contratto originale, con tanto di firma dell’autore, in cui si farebbe esplicito riferimento alla sua inamovibilità.

Così intimamente legata al suo “luogo di nascita” che la ricostruzione della Cappella, avvenuta nel 1670, fu concepita proprio in virtù dell’opera che non ha mai “alloggiato” in altri luoghi.

Insomma, Cappella e tela sono un unico corpus da circa quattro secoli.

E per le casse del Monte e dell’intera città di Napoli che, da qualche anno, sta rivivendo la “primavera” turistica che tutti aspettavamo, sarebbe un danno considerevole, anche se solo temporaneamente, lo spostamento di un’opera di tale importanza, attrattiva di migliaia di turisti da tutto il mondo.

L’opera, infatti, è considerata cruciale nell’evoluzione artistica del grande pittore. Un pilastro per la sua pittura. E per la nostra città.

E poi, cari Signori, diciamocelo…siamo stanchi di questa pessima abitudine, tutta italiana, di venire a fare acquisti (gratuiti) al Sud.

Per mettere in piedi quella buffonata di Expo, si è sottratto a Paestum il suo simbolo, il famoso “Tuffatore” del V secolo. Poi ci hanno provato coi bronzi di Riace e col Caravaggio “napoletano”, appunto.

Siamo una colonia e non perdete occasione di ricordarcelo, anche attraverso l’espropriazione di beni che non appartengono a voi ma alla collettività che, evidentemente, al Sud è meno considerata che altrove.

Guardatevi intorno, Signori. Al Quirinale ne troverete molte di opere RUBATE a Napoli e portate lì a Roma, come si fa con le cose proprie.

Ma quelle non erano e non sono cose vostre. Sono pezzi della NOSTRA storia, appartengono alla memoria storica dei cittadini partenopei, della città che li ha accumulati nel corso di millenni. Quando il padrone attuale, quello italico, neanche esisteva.

Anzi, magari cominciate a pensare di restituire i meravigliosi arazzi del ciclo di don Quichotte esposti al Quirinale, o le  oltre 70 tele di pittori come Luca Giordano e Salvator Rosa, esposte in pianta stabile alla Camera. O i pezzi della Collezione Farnese, disseminati qui e là.

L’ultimo Re di Napoli disse che gli italiani non ci avrebbero lasciato neanche gli occhi per piangere. Pronostico ottimista, a ben guardare. Gli italiani ci lasceranno solo la munnezza. La loro.

Drusiana Vetrano

Articoli correlati

Arte e artigianato | 24 novembre 2017

INIZIATIVE SOLIDALI

‘O ssaje comme fa ‘o core, un calendario con gli artigiani del centro storico per acquistare un defibrillatore

Europa | 20 novembre 2017

SU THE GUARDIAN

Natale nel mondo? Per il quotidiano britannico Napoli è tra le dieci città da vedere

Attualità | 19 novembre 2017

SOTTOCULTURA CAMORRISTICA

Gomorra la serie: quando la pubblicità abbraccia la fiction e nuoce gravemente alla salute