martedì 23 ottobre 2018
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CASA TROISI

Una mattinata con Luigi Troisi, fratello di Massimo, tra gli oggetti e i ricordi di una vita

Cinema, Cultura, Identità, Periferie | 16 gennaio 2018

Sabato 13 gennaio, San Giorgio a Cremano: il sole illumina la strada addormentata mentre, nell’aria, le prime note di Quando si confondono con l’odore del caffè.
No, non si tratta della sceneggiatura di un film: questo è l’inaspettato regalo sensoriale riservato a chi sceglie di valicare i cancelli di Villa Bruno durante il fine settimana. A pochi metri dall’ingresso principale, infatti, in un locale situato al piano terra della nota villa vesuviana, si aprono le porte di Casa Massimo Troisi, uno spazio accogliente ed ospitale, ben lontano da ogni sorta di stereotipo museale.

I due vani che compongono l’appartamento sono arredati con i mobili originali e i vari oggetti che Massimo aveva predisposto per la sua “stanza degli hobby” (o, altrimenti detta, “stanza degli amici”): una camera all’interno della sua abitazione romana, in cui l’attore amava ricevere gli ospiti, offrendo loro ogni sorta di intrattenimento: dagli strumenti musicali, alla libreria, dalla comodità di un divano accogliente, ai più disparati giochi da tavola. Ed è proprio qui, in questa fedele ricostruzione dell’ambiente più intimo e familiare di Massimo, che abbiamo incontrato Luigi Troisi, suo fratello maggiore nonché presidente dell’Associazione “A casa di Massimo Troisi”.

Grazie a Luigi abbiamo avuto modo di fare un viaggio nel tempo, rievocando i ricordi di vita e le esperienze del celebre attore partenopeo, partendo proprio dai vari oggetti che l’hanno accompagnato nel corso della sua esistenza.

“Come ’Associazione abbiamo voluto creare questo spazio intendendolo come una casa vera, e non come un museo” ci spiega Luigi “e questo perché vogliamo continuare ciò che di più amava fare mio fratello, vale a dire, ricevere gli amici nella propria abitazione. Oltretutto, l’idea stessa di un Museo per Massimo è troppo fredda, commemorativa… restituisce ai visitatori l’idea di un qualcosa di morto, che appartiene al passato: ma il ricordo di Massimo non è morto, anzi! È sempre presente, è vivo, e per questo, proprio qui, nella sua casa, non può fare altro che rivivere tutti i giorni negli occhi degli amici che decidono di fargli visita”.

E, effettivamente, girovagando tra le stanze, si avverte subito una sensazione familiare, straordinariamente cordiale: la libreria di bambù, che accoglie numerosi volumi, ci offre subito l’opportunità di vedere e toccare con mano Il postino di Neruda, il romanzo – letto e riletto da Massimo – che ha dato il là alla realizzazione del suo ultimo, sofferto film: Il Postino.

Poco più avanti, su una mensola che occupa un muro bianco contornato da tamburelli, è esposta la chitarra su cui Pino Daniele ha suonato per la prima volta, e in compagnia di Massimo, le note del suo capolavoro Quando.

A seguire alcuni stereo, una pianola e molti altri strumenti musicali: “Massimo non ne sapeva suonare neppure uno” racconta Luigi “eppure li aveva in casa, così, ordinati, e a completa disposizione dei propri amici. A casa sua voleva farli divertire…e, attenzione, parliamo di Renzo Arbore, Riccardo Cocciante, Pino…insomma, grandi artisti. Ora, lascio immaginare a voi che capolavori potevano ricreare quando si ritrovavano tutti insieme a casa di Massimo!”.

E, poi, ancora, il divano diventato famoso per l’intervista che  Gianni Minà fece a Troisi dopo la vittoria dello scudetto del Napoli o la giacca di pelle con cui Massimo ha affrontato il suo ultimo viaggio in America: insomma, ogni oggetto presente nelle due sale sangiorgesi sembra animarsi sotto lo sguardo meravigliato di chi l’osserva e aspetta, speranzoso, di conoscere più a fondo la personalità umile e gentile dell’ineguagliabile artista sangiorgese.

“Massimo era legatissimo alla sua città, San Giorgio a Cremano. La nominava spesso e, in ogni intervista, non perdeva mai l’occasione per ricordarla, per ricordare che lui era sì napoletano, ma di periferia. Per Massimo le radici erano fondamentali. Tant’è che questo atto di nascita che abbiamo scelto di esporre qui, tra i vari quadri, in realtà mio fratello lo portava sempre con sé, nel portafoglio o piegato nelle tasche dei pantaloni. «Lo porto con me perché non devo dimenticare da dove vengo», diceva, e non si separava mai da questo pezzo di carta, che per molti potrebbe sembrare un documento comune, forse insignificante, ma che per lui era, invece, un fondamentale simbolo della sua identità”.

Accanto al piccolo quadretto che fa da cornice all’atto di nascita dell’attore, tanti altri poster colorati, locandine, ritratti di famiglia e molte foto del cuore, come quella in cui Massimo abbraccia Maradona. E poi, ancora, numerosi oggetti, come la celebre bici di scena adoperata durante le riprese de Il postino, i copioni originali, e vari dipinti raffiguranti Massimo, attraverso cui, alcuni artisti – emergenti e non – hanno voluto omaggiare a loro modo Casa Troisi, aggiungendo, così, un altro piccolo tassello alla grande mappatura dei ricordi dell’attore.

“Certo, sono molte le cose che abbiamo raccolto qui in casa, ma questa, sicuramente, è quella a cui Massimo era più affezionato” afferma Luigi sorridendo, mentre continua a farci da Cicerone in questo Gran Tour degli affetti che, volgendo al termine, ci conduce dinanzi al borsone da calcio della Nazionale degli attori.

“Mio fratello quando vedeva questa borsa era l’uomo più felice del mondo. Massimo era un grande appassionato di calcio, proprio lui che a causa dei suoi problemi al cuore, non aveva mai potuto praticare questo sport. Fare parte della Nazionale gli permetteva, quindi, di soddisfare i suoi tre più grandi desideri: giocare a pallone, trascorre del tempo con i suoi amici e, soprattutto fare beneficenza. La beneficenza per Massimo è sempre stata fondamentale perché lui, per tutta la vita, fu riconoscente verso chi, organizzando una colletta, gli diede l’opportunità di affrontare le spese di viaggio per raggiungere l’America, dove nel ’76, si sarebbe operato per la prima volta al cuore. Fu un intervento che gli salvò la vita. Ma più dell’intervento furono quella forma di bene e quell’aiuto amorevole e incondizionato a segnare profondamente Massimo. Fu un gesto che non avrebbe più dimenticato”.

Ci congediamo così da Luigi, con queste parole. Negli occhi ancora l’immagine nitida dei ricordi felici di Massimo e, nell’animo, una serie d’emozioni difficili da decifrare.

Il nostro saluto indugia, si protrae per una serie di minuti infiniti.

Non è facile abbandonare Casa Troisi: ancora lì, sulla soglia, anche dopo aver terminato la visita, si cede spesso alla volontà di volgere un ultimo sguardo furtivo all’arredamento, nel tentativo, forse, di non perdere neppure un briciolo della vita di Massimo che riesce a riecheggiare tra le mura di questa “casa umile, ma onesta” a cui sentiamo d’appartenere, indipendentemente dall’inesorabilità del tempo che avanza e che, spesso, tende a creare distanza. Ma il ricordo di Massimo è senza tempo e non conosce incrinatura: piuttosto, tenacemente, esiste, resiste e perdura nei cuori di chi non dimentica Napoli, e se ne innamora. Quotidianamente.

Flavia Salerni

(Si ringrazia Claudia Verardi per la preziosa consulenza e collaborazione)

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