domenica 21 gennaio 2018
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All’Astra torna la rassegna sul cinema reale con un doppio appuntamento

12 gennaio 2018

Venerdì 12 gennaio dalle ore 19.30 AstraDoc -Viaggio nel cinema del reale, la rassegna organizzata da Arci Movie, Parallelo 41, Università Federico II e Coinor,  torna con un doppio appuntamento: “Upwelling – La risalita delle acque profonde” (Italia, 77’ 2016 https://vimeo.com/192336662) di Pietro Pasquetti e Silvia Jop e “The Hate Destroyer” (Germania, 52’, 2017) di Vincenzo Caruso in collaborazione con il Goethe Institut Neapel e con Ucca nell’ambito della rassegna “L’Italia che non si vede”.

Saranno presenti: Maria Carmen Morese, direttrice del Goethe Institut Neapel, Roberto Roversi, Presidente Nazionale Ucca Roberto Roversi, i registi Vincenzo Caruso, Pietro Pasquetti e Silvia Jop e l’attivista Irmela Mensah-Schramm.

In “Upwelling – La risalita delle acque profonde” (Premio miglior film da parte del Sindacato Nazionale Critici al Concorso Nuove Impronte a ShorTS International Film FestivalPremio AMC per il miglior montaggio al SalinaDocFestPremio della giuria come film più innovativo al concorso Visions du RéelPremio giuria giovani al Concorso internazionale a Filmmaker festival) è costante la ricerca di una relazione tra il concetto di catastrofe e quello di risalita Tra i frammenti di una città ricostruita sulle macerie di un disastro, nell’eco di una catastrofe che non si è mai del tutto consumata, Upwelling, un’onda che nasce dal fondo del mare, porta gli abissi in superficie. In un’apparizione continua di personaggi, che si muovono come satelliti di un universo vivo e inaspettato, si raccolgono i tentativi di resistenza e di rivitalizzazione che sfuggono alle consuetudini storiche di una città deteriorata e immobile. Siamo a Messina, una città che è stata completamente ricostruita a seguito di una delle più devastanti catastrofi naturali del Novecento.

Questo film – dicono i registi – contiene elementi legati a un’idea di narrazione classica, ma questa narrazione viene spesso mandata in crisi da un modo ellittico di procedere e dal desiderio di, come ci suggerisce Italo Calvino, “perdere il filo cento volte, per ritrovarlo dopo cento giravolte”. Il desiderio di cercare una relazione tra il film che avevamo in mente e la Messina attuale, ci ha spinto a trascorrere molti mesi in città senza fare riprese. Avevamo bisogno di tempo per conoscere a fondo le persone che poi sarebbero diventate i personaggi di questo film e di stabilire con loro un’intima intesa. La convinzione con cui abbiamo condiviso e coltivato questo desiderio ci ha portati così a vivere a Messina per due anni. Ogni cosa c’è sembrata un’infinità di cose, ogni cosa c’è apparsa intimamente connessa, tutti questi elementi distinti sono entrati a far parte di una moltitudine tanto vasta quanto contenuta dalla necessità di realizzare un resoconto di viaggio su una città particolare”.

“The Hate Destroyer” è un film sull’odio dilagante, sull’indifferenza, e su ciò che sta dietro ad una scelta di attivismo. Ma è anche il racconto intimo di una donna che da anni lotta per diventare straordinaria. A Wansee, a pochi chilometri da Berlino vive Irmela Mensah Schramm, donna di settant’anni che, in un’Europa segnata dall’odio razziale e dalla violenza, gira ogni giorno per la sua città e nei dintorni a caccia di scritte e adesivi xenofobi o di richiamo nazista, armata di vernici spray e raschietto. A nulla valgono le chiamate alla polizia se non il rischio di essere incriminata per atti vandalici, né le minacce anonime ricevute. Irmela non può e non vuole concedersi il lusso di avere paura. Dopo aver sconfitto un tumore al seno, che a detta dei medici le lasciava pochi anni di vita, ora nulla la può fermare. Ma per chi lo fa Irmela? Un padre violento e una madre anaffettiva le hanno rubato l’infanzia e l’hanno sempre considerata inadeguata, debole. Ora ha l’occasione per dimostrare il suo coraggio e la sua determinazione. Dopo anni di attivismo, in molti si sono accorti di lei: in Germania, Finlandia, Italia, ed altri Paesi Europei, oggi Irmela è un simbolo della lotta contro i messaggi di odio.

“Ciò che volevo fin dall’inizio – dice il regista Vincenzo Caruso –  era far compiere allo spettatore un percorso emotivo. Lo stesso che ho intrapreso e vissuto io. Per questo motivo, nel corso del film, si è attraversati da sentimenti contrastanti che mettono ogni volta la protagonista sotto una luce nuova. Così l’opinione muta, compie un viaggio e torna al punto di partenza arricchita dagli elementi che servono a completarla”.