sabato 23 giugno 2018
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La personale di Giulio Paolini da Alfonso Artiaco stavolta ispirata alla mitologia greca

Dal 16 febbraio al 31 marzo 2018

Per la sua quarta personale alla Galleria Alfonso Artiaco, piazzetta Nilo 7, Napoli, (le precedenti nel 2005, 2009, 2014) Giulio Paolini propone sei nuovi lavori – uno per ciascuna stanza della galleria – accompagnati da una serie di studi inediti. Le opere sono ispirate a sei figure riprese dalla mitologia greca (Venere, Narciso, Ermafrodito, Danae), dalla letteratura medievale (Lohengrin) e dall’iconografia cristiana (San Sebastiano). Come indica il titolo della mostra, il tema di fondo è la Bellezza, alla quale l’artista riserva particolare attenzione nella sua produzione recente, per celebrarla come valore eterno che distingue l’arte.

Per Paolini, Bellezza e Arte sono un connubio inscindibile: l’una si rispecchia nell’altra, in un gioco di corrispondenze ideali, per definizione estraneo alla realtà contingente e alla sua interpretazione.

Il percorso si apre con l’opera che dà il titolo alla mostra: Rinascita di Venere (2017) si compone di una conchiglia (simbolico rimando alla nascita di Venere) su una base trasparente, di una lastra di plexiglas sospesa, che reca incisi un riquadro centrale e l’accenno alle diagonali, e di un’immagine riferita a Venere situata sulla parete retrostante. L’assieme di questi elementi configura una rarefatta visione in trasparenza della Bellezza, appena accennata, quale riferimento primario per l’artista nelle sue riflessioni sull’arte.

Lohengrin (andata e ritorno) (2017) mette in scena un manichino da sartoria, che si lascia trascinare da due cigni in plexiglas, orientati fra loro in senso contrapposto, per mezzo di nastri costituiti dall’intreccio di frammenti di manifesti di mostre personali dell’artista. Secondo le leggende medievali del ciclo arturiano, Lohengrin, un cavaliere del Santo Graal, figlio di Parsifal, si fece guidare da un cigno per salvare una principessa in pericolo, che infine dovette abbandonare. Il manichino riverso a terra e l’orientamento testa-coda dei cigni alludono al viaggio senza approdo del protagonista (controfigura dell’autore), che perennemente orientato verso una meta ideale si ritrova naufrago, senza tuttavia rinnegare la sua vocazione originaria.

Quattro studi per “Narciso” (2016-17) comprende quattro collage, accostati a parete a brevi intervalli, ispirati al mito classico di Narciso, che dopo aver rifiutato ogni profferta d’amore, si innamorò del proprio riflesso nell’acqua e infine morì cadendo nel fiume. I quattro momenti rinviano alla cifra del doppio e del rispecchiamento, nonché all’impossibile o mancata corrispondenza tra le figure coinvolte.

La sala principale ospita L’Ermafrodito (2016-17), già esposto a Firenze la scorsa estate nella mostra “Ytalia”. Su alcune tele e bancali allestiti al suolo è collocato il calco in gesso dell’Apollo dell’Omphalos, trasformato in Ermafrodito per mezzo di una maschera di Venere appoggiata sul volto. Il corpo coricato trattiene un lungo drappo, che reca impressa l’immagine fotografica di un cielo azzurro.
L’Ermafrodito e la sfera celeste evocano una dimensione astratta e immutabile rispetto al divenire delle cose: unica figura in grado di sottrarsi agli inesorabili processi evolutivi dettati dalla natura, l’Ermafrodito celebra l’arte come categoria avulsa da ogni coinvolgimento con il mondo.

In Estasi di San Sebastiano (2017) un cappotto nero da uomo e una teca di plexiglas – che trattiene una matita e racchiude l’immagine di una nebulosa con il profilo di una mano intenta a disegnare – sono allestiti su una poltroncina a suggerire un “autoritratto” dell’artista. La matita (come le frecce che trafiggono San Sebastiano) è lo strumento del “martirio” che induce l’artista a ripetere sempre da capo il vano tentativo di stabilire un contatto estatico con una dimensione assoluta, rappresentata dall’immagine siderale.

Danae (che riceve la pioggia d’oro) (2017) si richiama al noto episodio della mitologia greca in cui Giove visita Danae, scendendo su di lei dall’alto sotto forma di pioggia d’oro. La scena è evocata per mezzo di una statuina femminile in ceramica, sovrastata da un bicchiere a calice capovolto e posata su un collage con frammenti di carta dorata.

Nelle parole dell’artista, il progetto espositivo è annunciato in questi termini: “Ciò che resta è l’eco della bellezza: la Bellezza, qui con l’iniziale maiuscola perché riconoscibile, personificata. Sei ospiti ci accolgono nelle sei stanze dell’esposizione: visite brevi, pur senza trascurare di cogliere l’occasione di avvistare figure tanto illustri quanto incorporee. La loro inerenza ai fatti della vita è ormai remota o addirittura inesistente. Ma è proprio questa – vorrei dire – la ragione della loro eternità”.

Giulio Paolini è nato nel 1940 a Genova e risiede a Torino.
Dalla sua prima partecipazione a un’esposizione collettiva (1961) e dalla sua prima personale (1964) ha tenuto innumerevoli mostre in gallerie e musei di tutto il mondo. Tra le maggiori antologiche si ricordano quelle al Palazzo della Pilotta a Parma (1976), allo Stedelijk Museum di Amsterdam (1980), al Nouveau Musée di Villeurbanne (1984), alla Staatsgalerie di Stoccarda (1986), alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (1988), alla Neue Galerie am Landesmuseum Joanneum di Graz (1998), alla Fondazione Prada a Milano (2003), al Kunstmuseum di Winterthur (2005) e alla Whitechapel Gallery a Londra (2014).
Ha partecipato a diverse mostre di Arte povera ed è stato invitato più volte alla Documenta di Kassel (1972, 1977, 1982, 1992) e alla Biennale di Venezia (1970, 1976, 1978, 1980, 1984, 1986, 1993, 1995, 1997, 2013).
Il suo lavoro è rappresentato in numerose collezioni pubbliche internazionali.