sabato 16 dicembre 2017
Logo Identità Insorgenti

Il primo forno per la pizza: quello delle ceramiche a Capodimonte. Un po’ di storia vera legata a questo piatto

Agroalimentare, Storia | 7 dicembre 2017

Nel 1815 la pizza napoletana è popolarissima presso il popolino, ma non la disdegnano baroni, principi e regnanti: la si offre ai ricevimenti dei Borboni, e Ferdinando IV la fa cuocere nei forni di Capodimonte, gli stessi dai quali escono le preziosissime ceramiche. Si è ricordato ieri, nel corso di un incontro a cui ha partecipato anche il ministro Dario Franceschini, con i pizzaioli napoletani, alla vigilia dell’riconoscimento dell’arte della pizza quale patrimonio mondiale dell’umanità, arrivato questa notte.

La versione ufficiale della storia ha sempre voluto che la pizza napoletana nota come Pizza Margherita – con pomodoro, mozzarella e basilico – fosse stata inventata nel 1889 in omaggio alla Regina Margherita di Savoia, consorte del re d’Italia Umberto I. A renderle omaggio il pizzaiolo Raffaele Esposito, imparentato con i Brandi (quelli dell’omonima pizzeria ancora esistente a Napoli) il quale, convocato alla Reggia di Capodimonte, avrebbe creato questa pizza ‘intitolata’ alla Regina ispirandosi ai tre colori della bandiera italiana.  Ma in realtà l’aveva copiata e quella pizza esisteva già da quasi un secolo.

La pizza con le caratteristiche della Margherita, infatti, veniva già preparata circa un secolo prima per la regina Maria Carolina d’Austria, consorte di Ferdinando IV di Borbone re Napoli (Ferdinando I delle Due Sicilie, dopo il congresso di Vienna), con pomodoro e mozzarella di bufala proveniente dalla regia tenuta di Carditello. Parte che le piacesse talmente tanto da ordinare la costruzione di un apposito forno nella propria Reggia, cosa che anni dopo fece a Capodimonte anche Ferdinando II di Borbone, il cui forno – successivamente utilizzato per la Regina Margherita di Savoia – da due anni ha ripreso a funzionare grazie all’iniziativa del direttore del Museo, Sylvain Bellenger.

Ricordiamo che la stessa Commissione Europea, nell’assegnare alla pizza napoletana il marchio STG (Specialità Tradizionale Garantita), riporta che la Margherita è nata a Napoli negli anni tra il 1796 e il 1810. Questa pizza, pertanto, ha più di due secoli, e Raffaele Esposito non fece altro che riciclare una cosa che a Napoli era già diffusissima

Ferdinando, re Nasone, già nel 1778, incuriosito dal modo in cui veniva offerta la pizza ai napoletani, si fece condurre a sorpresa in una pizzeria della salita Santa Teresa, gestita da un certo Antonio Testa, detto ‘Ntuono da amici e clienti, il quale si sentí onoratissimo di far assaggiare all’illustre ospite le diverse pizze di sua produzione: a colpire maggiormente il sovrano fu proprio la pizza condita con pomodoro, mozzarella e qualche fogliolina di basilico.

La nuova ‘scoperta’ del re ebbe ampia risonanza a corte, coinvolgendo anche la Regina Maria Carolina, e il gossip dell’epoca racconta che Ferdinando sia stato visto spesso girare per le pizzerie napoletane fino alla morte, avvenuta nel 1825. Si racconta inoltre che la visita e l’approvazione da parte del Re abbiano fatto la fortuna di ‘Ntuono, il pizzaiolo di Santa Teresa, il cui piccolo locale venne preso letteralmente d’assalto da nobili, dame e cavalieri, ansiosi di imitare la scelta del Sovrano.  L’interesse borbonico per la pizza tornò successivamente a rifiorire sotto Ferdinando II, nipote del vecchio Re Nasone, il quale fece a sua volta costruire nella Reggia di Capodimonte un grande forno a legna la cui realizzazione fu affidata a Domenico Testa, figlio dell’ormai anziano ‘Ntuono, il primo pizzaiolo amato dai Borboni. Di questa nuova ‘investitura’ esiste la cronaca scritta dal grande letterato napoletano Salvatore Di Giacomo che raccolse testimonianza dallo stesso Domenico Testa:

“Stando Ferdinando II a villeggiare a Capodimonte, [il pizzaiolo Domenico Testa – NdR] fu chiamato in corte, non senza sua grande meraviglia. La persona che lo chiamò gli disse che la regina e le sue dame desideravano tanto di mangiare delle pizze: che le facesse nella sera seguente e comuni e volgari come quelle che voleva vendere a due grana l’una.

Il forno fu fabbricato nello stesso bosco di Capodimonte: le pizze furono preparate e le si mise al forno mezz’ora dopo la mezzanotte. Dopo due o tre minuti eccoti lì, con quattro o cinque dame di Corte, la regina: arrivano poco dopo altre dame velate e in tutto don Domenico ne conta venti. La regina mangia con buon appetito una pizza da due grana, le dame la imitano ridendo, i domestici servono vino bianco e arance, ricomincia il ballo in Palazzo e la visione scompare. Resta accanto a don Domenico un bel signore bruno e alto, che gli domanda sottovoce: – Che impiego vorreste? Don Domenico era vanitosetto: preferì d’ avere un’ onorificenza e rispose al signore misterioso: – Vorrei chiamarmi munzù! “

Articoli correlati

Agroalimentare | 15 dicembre 2017

STAMPA INTERNAZIONALE

L’arte dei pizzaioli napoletani, patrimonio Unesco, celebrata dal NY Times

Agroalimentare | 12 dicembre 2017

PRIMO PEZZOTTO UNESCO

Galbani sciacalla sulla pizza patrimonio mondiale. Pizzaioli napoletani e partenopei furibondi

Agroalimentare | 11 dicembre 2017

A SANT’ANTONIO

Il 17 gennaio Napoli festeggia l’arte dei pizzaiuoli partenopei, patrimonio Unesco con una “giornata mondiale”