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IL MITARIELLO

La leggenda della barchetta fantasma

Mitariello | 8 gennaio 2018

“Ma tu l’hai vista la barchetta fantasma, l’hai vista tu amor mio?”

A Napoli,  molto più che in altre città,  pullulano e fioriscono  leggende e storie più o meno realmente accadute. Così come da tradizione popolare che affonda le radici nella nascita stessa della città, sono tante le figure fantasma che continuano a tormentare ed accompagnare la nostra vita attraverso i racconti. Lo scorcio marino di Posillipo fa da cornice ad una di esse, una bellissima (e  quasi dimenticata)  leggenda napoletana portata in auge dalla scrittrice e giornalista  Matilde Serao, la quale ha trasportato il dramma sentimentale di due amanti, in una piccola chicca letteraria e fantasiosa che ha ispirato l’arte in ogni sua forma.

Questa storia narra di un triangolo amoroso che ha come protagonisti Tecla, Bruno e Aldo. Praticamente le basi della sceneggiata napoletana, isso , essa , ‘o malamente.

Tecla e Bruno dopo un grandissimo matrimonio durato 12 ore con 400 invitati  e il banchetto costato come il Pil della Somalia , tale da far schiattare d’invidia tutto il quartiere, sono caduti nella routine della trappola matrimoniale.

Dubbi e incertezze si insinuarono fra loro, soprattutto da parte di Tecla. Si rese conto che non amava suo marito anzi lo respingeva, ponendo distanze abissali fra entrambi, cantando estranei a partire da ieri di Alessandra Amoroso, sfuggendo in sua presenza e ostentando sempre un’espressione di superiorità  toccandolo a stento con schifo mal celato manco fosse Maria Antonietta col popolo affamato. Lui, Bruno l’amava appassionato rivolgendole parole sussurrate, lettere d’amore sparse nelle sue stanze, sperimentava ogni gesto che potesse intenerire il suo gelido cuore. Voleva conquistarla a tutti i costi, voleva esser ricambiato dentro e fuori dal letto coniugale, (anche se come disse il sommo poeta, fuori dal letto nessuna pietà) ma Tecla non aveva le ambizioni di un’amante appassionata e il suo concedersi era soltanto un atto di dovere; un dovere che le pesava. Non lo voleva più, non rispondeva ai suoi sms, alle sue dediche  per radio, alle serenate a base di Rosario Miraggio sotto il balcone.

“Tecla glielo aveva detto. Ella non mentiva mai. Era sposa a lui, senza odio, ma senza trasporto. Bruno non si rassegnava, no. Tecla era il cruccio insoffribile della sua vita, il chiodo irrugginito, ficcato nel cervello, il tronco di spada spezzato e incastrato nel cuore. La ruga della sua fronte, la crudeltà del suo sguardo, il sogghigno del suo labbro, l’amarezza della sua bocca, il fiele del suo spirito era Tecla”

Non per niente Tecla significa  “cuore colpevole”.

 Bruno accecato di passione  aveva quindi provato ad  odiarla, dicendosi che almeno avrebbe posto fine alle sue pene. Avrebbe dovuto ammazzarla fisicamente non riuscendo ad oltrepassare la coltre d’acciaio che ammantava il  suo cuore gelido, togliersi questa corona spinata che circondava il suo  di cuore palpitante d’amore  e lavare via l’onta del rifiuto  come nei tanti delitti passionali che hanno insanguinato le strade di Napoli; ma non poteva, l’amava troppo e non se lo sarebbe mai potuto perdonare. Lei era croce e delizia dei suoi pensieri.

Ma (ci sta sempre un ma in queste storie) è a questo punto che però interviene il terzo incomodo, o’malamente,  sotto le sexy sembianze di tale Aldo, un galatuomo proprietario di un pub bistrot gourmet sul vomero dove spacciava panini di chianina anteguerra per delikatessen per palati fini.

Tecla, da gelida creatura parente di satana disillusa dell’amore diventò una cucciola innamorata che scriveva frasi romantiche con un abuso di K e di punti esclamativi ma  per uno scherzo del destino lo stesso bruciante amore che la rendeva cosi viva e paxxerella sarà la cosa che le toglierà la vita. Era nata una pura e semplice alchimia, quel potere misterioso che mette in simbiosi due anime di sensibilità diverse e lontane, ancor prima di conoscersi, concretizzandosi in anime gemelle, perfetti e sconosciuti amanti.  In questo caso, Complici e vittime.

“Ma come ogni altezza ne trova un’altra che la superi e la vinca, fino a che non si arrivi all’invincibile e all’incommensurabile, così dinanzi alla virtù di Tecla giganteggiò, immenso, l’amore. Fu una grande sconfitta; fu un gran trionfo. D’un tratto la fierezza si annegò nella umiltà, l’orgoglio fu ingoiato, trovolto. Era singolarmente bello Aldo, un fascino irresistibile vibrava nella sua voce armoniosa, le sue parole struggevano come fuoco liquido, il suo sguardo dominava, vinceva, metteva nell’anima uno sgomento pieno di tenerezza; ma se tutto questo non fosse stato, per Tecla egli era sempre, unico, l’amore. Fu una notte in una sala fulgida di lumi che si videro. Nulla seppero dirsi. Pure fra quei due esseri che si separarono senza un saluto, senza un sorriso, un legame indissolubile era sorto. Camminavano uno verso l’altro, dovendo inevitabilmente incontrarsi.”

 I due amanti, spinti dal desiderio di unirsi, trovarono il modo per incontrarsi: ogni notte il loro amore si concretizzava su una barchetta che i due noleggiavano. Questo luogo, seppur romantico vista la cornice napoletana che li abbracciava fu la loro rovina. Infatti in  una di quelle sera, Tecla decise di scappare con l’amante , e dietro appuntamento, salì sulla barchetta ormai diventata il suo talamo d’amore dove poter dimenticare Bruno e un matrimonio infelice.

Purtroppo per loro  però quello fu l’ultimo viaggio, visto che Bruno camuffato da traghettatore  aveva scoperto l’ambizioso progetto di fuga degli amanti e reso furioso da tutto ciò, mise da parte i sentimentalismi e ideò un piano per ammazzarli, difatti, mentre la coppia si abbracciava per scambiarsi immensi baci, tenere effusioni, cuore mio e vita mia, cuore e battito, improvvisamente dall’ oscurità del mare in tempesta  giunse la barca di Bruno che prese in pieno la barchetta degli amanti.

 Levatosi il mantello,  il tradito mostra la sua identità e sogghignando beffardo in faccia alla morte e sopratutto alla  sorte degli innamorati, ripudiò per sempre l’ingrata Tecla. La barca si capovolse e trascinò con sé i corpi dei due amanti che leggenda vuole si abbracciarono e vennero a galla  per tre volte prima di sprofondare nel mare in tempesta arrivando cosi finalmente ad  amarsi vicini per l’eternità preferendo la morte ad una vita vissuta nell’infelicità d’amare.

Leggenda vuole che  quella barchetta sarebbe  ancora oggi visibile a chi ha il cuore puro degli innamorati.

“Io non so quando avvenne la storia d’amore che ti narro, l’anno, il giorno e l’ora non li conosco. Ma che importa? Oggi, ieri, domani. Il dramma dell’amore è multiforme ed unico”.

Aniello Napolano

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