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IL MITARIELLO

La leggenda della capuzzella del capitano nel cimitero delle Fontanelle

Mitariello | 30 gennaio 2018

 La parte più interessante del Cimitero delle Fontanelle – racconta lo storico napoletano Aldo De Gioia – è un teschio enorme, il cosiddetto teschio del capitano, “‘a capa ‘ro capitano”. Bisogna tener presente che, tra le figure di fantasmi, a Napoli “‘O Capitano ‘re Fontanelle” è molto importante, anche se, più che a un capitano, molti tendono ad attribuire lo scheletro in questione a un carabiniere.

Come già anticipato nel Mitariello che trattava del cimitero delle fontanelle e del culto delle anime pezzentelle esistono vere e proprie capuzzelle elevate a superstar dell’oltretomba ed una di queste è quella chiamata del Capitano.

Questo teschio vera e propria celebrità nel cimitero,  a differenza degli altri è posizionato in una teca di vetro per preservarlo dall’umidità ed infatti da tanti anni è perfettamente intatto e splendente perchè  i devoti  napoletani considerano il “Capitano” un’ anima pia visto  che, con le sue intercessioni nel mondo dei vivi, abbia aiutato moltissimi devoti. 

Come sempre accade in questi casi, esistono versioni contrastanti fra il reale e il mito dell’appartenenza di questo teschio  ma generalmente si ritengono siano due le più veritiere, quella degli sposini e un’altra raccontata da Roberto de Simone.

Quella degli sposini narra di una giovane donna molto devota alla capuzzella e prossima al matrimonio. Giustamente il futuro sposo, vedendo che  la futura moglie non gli faceva manco più o’cafè la mattina per correre a lucidare quel cranio a cui era cosi devota, si inalberò n’attimo e un giorno chiese di accompagnarla perché curioso di vedere con i suoi occhi il famigerato teschio e desideroso di sfatare quella credenza popolare. Una volta giunti nella cava, il giovane con spirito canzonatorio e irriverente infilò un bastone nella cavità dell’occhio del teschio e scherzosamente lo invitò al suo matrimonio. (da qui la causa dell’occhio nero della capuzzella)

Poteva mai andare a finire bene una cosa del genere? Prendere in giro teschi e spiriti in uno dei luoghi più spirituali di Napoli? Ovviamente no.

Dimenticato l’episodio, fra una scelta della location in costiera, i corsi prematrimoniali, e’bumbunier si arriva dunque al giorno del matrimonio. Tutto bello, invitati  soddisfatti e persone anziane che già stavano a tavola stese  togliendosi le scarpe scomode per i piedi gonfi mentre il pianista attaccava Voce ‘e notte. Improvvisamente un silenzio  irreale scese in sala perchè apparve sul ciglio della porta  un uomo sconosciuto in divisa da carabiniere.

“u marò, mo si portano a’papà” pensò subito lo sposo, che però vedendo che la persona apparsa non rispondeva si avvicinò e gli chiese di qualificarsi.  L’uomo disse di essere stato invitato dagli sposi stessi e che avrebbe voluto dargli in privato il regalo di matrimonio ma quando si recarono nell’altra stanza, il tocco di fuoco del Capitano uccise sul colpo i novelli sposi.

Sotto questo punto di vista, il matrimonio fu davvero la tomba dell’amore. Si dice che le ossa dei due novelli sposi siano ancora oggi conservate nella prima stanza del cimitero delle Fontanelle sotto la statua di Gaetano Barbati.

Nella versione di Roberto De Simone invece,  protagonista è un donnaiolo di cattiva reputazione che si recò al cimitero per fare l’amore con una ragazza. Sentita la voce del Capitano che gli chiese di fermarsi, il giovane si fece beffe di lui invitandolo il giorno delle nozze per sfidarsi a duello. La vendetta non si fece attendere, il morto offeso interruppe il ricevimento nuziale e mostrando la sua vera identità prese per mano i novelli sposi bruciando i loro corpi e provocandone la morte.

Questa leggenda ha un fil rouge che  la lega con altri miti europei come   il  celebre “Don Juan ou le festin de pierre” di Molière, rappresentato nel 1665 e l’opera lirica firmata da Mozart nel 1787  ed è uno dei tanti esempi  di contaminazione culturale  napoletana  che leggeremo nei prossimi mitarielli.  Napoli, diceva Ippolito Nievo, è rimasto per me un certo paese magico e misterioso dove le vicende del mondo non camminano ma galoppano, non s’ingranano ma s’accavallano

Aniello Napolano

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