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IL MITARIELLO

La storia della Santona del sesso, suor Giulia de Marco, nella Napoli seicentesca

Mitariello | 2 dicembre 2017

“…Abiuro, maledico detesto et anatamatizzo le suddette eresie, quali dicono, che gl’atti carnali, anche con pollutione procurata, non sono peccati…”. Cosa ci fanno una ragazza e due ragazzi sotto accusa per stregoneria  nella cattedrale di Napoli? Facciamo due  o tre salti indietro, nella città in pieno clima barocco del 1600.

Disclaimer: Mettete i bambini a letto, roba da 18+

Ne l 1603,  la terziaria francescana Giulia de Marco incontrò due giovanotti irrequieti e determinati che  in breve tempo metteranno in piedi un’organizzazione, una setta, che  ebbe un seguito cosi ampio data le sue particolari caratteristiche che  si può considerare quasi  senza eguali. Punta di diamante di questo triangolo ovviamente è lei, Giulia.  Avvicinatasi  alla fede in modo esasperato  e traumatico  dopo che condotta ragazzina a Napoli viene sedotta e abbandonata da un giovane servo  dalla cui  relazione nasce un figlio che l’adolescente abbandona nella «ruota» dell’Annunziata, Giulia, proprio per il suo fervore religioso sarà notata da padre Aniello, suo confessore, e dalle persone che la circondano. Comincia a raccontare di avere visioni mistiche, a manifestare un certo carisma, a vedere a Paolo Brosio n’copp a gli oro saiwa e ben presto per tutti diventa la «Madre» diventando cosi, quasi da un momento ad altro,  una intrigante e seducente santona che nel volgere di qualche anno farà impazzire allo stesso modo il popolino, l’aristocrazia cittadina e persino i membri della Corte spagnola. tto aveva avuto inizio nel 1603, quando la terziaria francescana Giulia de Marco incontrò due giovanotti irrequieti e determinati. Il primo, Aniello Arcieri, è nato in Puglia (a Gallipoli) figlio di un calzolaio di origini siciliane, ed è un tipo solido e concreto: le carte processuali lo definiranno «di duro cervello et ostinato nel suo parere»; il secondo è un avvocato napoletano squattrinato ma brillante, tale Giuseppe De Vicariis, sposato con figli, è noto per la «facondia naturale» e per una notevole perizia nell’«arte di simulare». I tre costituiranno un triangolo perfetto e in breve tempo metteranno in piedi un’organizzazione, una setta, che per le sue particolari caratteristiche e il seguito che ebbe si può considerare senza eguali.

Un improvviso successo infiammato da quello che da che mondo e mondo infiamma gli animali popolari, a prescindere dal ceto sociale:  il sesso. La setta di Giulia aveva infatti delle assai particolari «pratiche meditative» e di «preghiera». Il vivace terzetto, infatti, aveva elaborato alcune teorie decisamente poco ortodosse ma molto suggestive.

Innanzitutto, capovolgiamo un dogma della chiesa cristiana:  l’atto sessuale non solo non deve essere considerato come peccato (e quindi via mutande e castità) ma anzi sarebbe una «cosa meritoria presso Dio», dunque tale da essere divulgata e promossa. Inoltre trasformano quelli che sembrano banali giochi erotici in un percorso mistico di fede, è quella che sarà chiamata «carità carnale», al punto che Berlusconi nel 1600 avrebbe potuto ambire tranquillamente al papato con queste premesse

Piccolo riepilogo: praticamente essendo Giulia considerata «santa», l’adorazione del suo corpo e soprattutto «l’accesso alle sue parti intime» potevano sostituire la preghiera e costituivano persino un «atto di carità». Carnale, appunto.

Mettendo in pratica l’antichissima tecnica di marketing “tira più un pelo di fica che un carro di buoi” i tre insomma avevano trovato e vendevano un nuovo credo che aveva anche le sue via crucis e vie iniziatiche (più particolari ovviamente, più adatte al contesto). Diventa facile  quindi immaginare come il successo della congrega diventi rapidamente enorme: un gran numero di adepti, in gran parte illustri nobili e persino molti religiosi, si inginocchiano con regolarità tra le gambe della donna per «santificarsi». Non solo. Nella grande casa che il Reggente del Collaterale mette a disposizione della Madre nel 1611, a Palazzo Suarez, una serie di stanze più meno segrete costituiscono una sorta di percorso iniziatico, il cui accesso ai «figli spirituali» viene regolamentato anche a seconda dell’attività che vi si pratica.

Rigida la selezione: tutti i mariti e gli uomini al di sopra dei 25 anni sono esclusi dal gioioso rassemblement con la «Madre» e dirottati in un’altra stanza dedicata esclusivamente alla preghiera (quella classica), mentre i maschi più giovani possono incontrare Giulia e anche le altre devote (di tutte le età) nella «dimora» più esclusiva. (e chiamatela scema la signora). La Madre infatti riceveva i fedeli nelle stanze di Palazzo Suarez, dove esistevano due differenti percorsi iniziatici:uno dedicato agli uomini più attempati o sposati che potevano solamente pregare, mentre i più giovani e prestanti avevano accesso alla contemplazione più o meno platonica delle parti intime di suor Giulia.
Lo straordinario successo di pubblico insospettisce l’inquisitore locale, messo in allarme da suor Orsola Benincasa, gelosa dell’aura di santità della collega rivale. Si mette in moto l’ordine dei Teatini di San Paolo Maggiore, nonostante la protezione che godeva la donna e Giulia viene accusata di avere legami con il diavolo, un capo di imputazione consueto sin dai tempi della caccia alle streghe: si scaglieranno poi  con ferocia  e cazzimma contro l’eresia d’una setta più d’ogni altra diabolica.

Si uagliù a quei tempi la fica e il sesso erano robe di diavolo e streghe.

Partirono le consorelle a mò di  007 dalla basilica di San Paolo Maggiore per mettersi  all’opera e scava, gira  e chiava finché non trovano il punto debole del nemico: una figlia spirituale che è di mente semplicissima, nu poc abbunat. Le informazioni estorte con facilità alla giovane aprono un varco agli investigatori teatini che, peraltro, trovano abbassate le difese di Giulia oltre che le sue mutande, ovviamente sempre per lode al Signore. Quando si accorge della trappola la «Madre» corre ai ripari chiedendo l’aiuto della ugualmente potente Compagnia di Gesù.

Siccome all’epoca pure fare un peto un poco più fetente era un viatico per l’inferno e il rogo con accusa di stregoneria, suor Orsola usa questa arma segreta accusandola di una colpa  più grave di altre: Giulia ha poteri e legami diabolici  perché, come sarà costretta a confessare, aveva avuto al suo comando un angelo ribello, che le aveva donato un «anello magico» forse vibrante ma non ci è dato sapere.  In realtà, come è facile intuire, più che il diavolo nascosto nel monile, ad informare Giulia sui segreti dei suoi «figli spirituali» era l’amico che in qualità di confessore poteva assumere informazioni riservate.

Poco più di un mese dopo, il Nunzio apostolico dà l’ordine di arrestare Suor Giulia.

Non l’avessero mai fatto.

La città reagisce, si rischia il tumulto, burdell, lavatrici dai balconi, fischi, Acab, fumogeni, guardie infami… e allora i giudici del Sant’Ufficio la fanno condurre a Roma in gran segreto, di notte, sotto scorta. È la fine.

Ed eccoci di nuovo qui, il 9 agosto del 1611 nella Basilica di Napoli.

“…Abiuro, maledico detesto et anatamatizzo le suddette eresie, quali dicono, che gl’atti carnali, anche con pollutione procurata, non sono peccati…”.  Giulia pronuncia quella parole circondata dai suoi due accoliti. I  giudici del Sant’Ufficio per evitare tumulti decidono di trasferire di notte il terzetto a Roma, dove il 12 luglio 1615, essi faranno pubblica abiura, salvandosi così dal rogo e venendo condannati a finire i loro giorni nelle tetre prigioni di Castel Sant’Angelo.

Per tutti gli altri, invece, dopo qualche mese sarà emesso un decreto di amnistia: così calò il sipario sulla vicenda, chiudendo la breve storia della santa del sesso.

 

Aniello Napolano

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