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IPOCRISIA ITALIANA

Meglio se vince la Juventus piuttosto che il Napoli: il fallimento nascosto del resto d’Italia e il livore di chi, quest’anno, ha temuto di perdere il titolo

Sport | 14 maggio 2018

Pericolo scampato!

Potete finalmente tirare un bel sospiro di sollievo. L’Italia intera è adesso al riparo, al sicuro. Hanno vinto loro. E se vincono loro, in tanti possono mettere la testa sul cuscino più sereni. In fondo affinché tutto cambi, nulla deve cambiare. Ed è necessario che tutti siano d’accordo: da Milano a Torino, da Pizzo Calabro ad Altamura, da Firenze a Genova passando per Bergamo e Reggio Emilia.

Perché un eventuale Scudetto del Napoli avrebbe certificato e messo a nudo il fallimento – sì, fallimento: quella parola che tante volte avete strumentalmente provato ad appiopparci – di piazze e club che, per blasone e potenzialità avrebbero dovuto e potuto competere per i nostri stessi traguardi.

I nostri stessi obiettivi.

E invece son finiti lontani quindici, venti, trenta punti, fallendo l’aggancio all’Europa che conta per la milionesima volta pur godendo, come da anni a questa parte, di titoloni enfatizzanti dei giornali e di una carta stampata suddita e spudoratamente di parte.

“Se non vinciamo noi, non devono farlo neanche loro”.

E, girando lo Stivale, ti rendi conto che l’incapacità gestionale dei club fa il pari con la frustrazione di gran parte delle italiche tifoserie. Su tutte, aver visto la Fiesole del “Franchi”, acerrima rivale di quelli là, esultare come se avessero vinto un trofeo dopo averci estromesso dalla corsa al titolo, è stata la concreta dimostrazione che il “nostro sogno nel Cuore” stava sulle palle un po’ a tutta l’Italia.

Pericolo scampato, dicevamo.

Glielo abbiamo letto negli occhi. Avevano paura di perdere, di finire secondi. Nonostante la rosa lunga e i campioni. Nonostante i soldi con cui pagano le clausole e le due finali di Champions. Quando poi Koulibaly ha ammutolito uno stadio intero, dove canta una sola curva e per creare atmosfera serve mandare la musica a palla, il timore ha raggiunto l’apice assoluto.

E lo hanno ammesso lor stessi, con quelle video-interviste social in cui livore e biliche secrezioni l’han fatta da padrone. E lo hanno spudoratamente detto chiedendo rispetto: proprio loro che, poche settimane fa, facevano il gesto dei soldi ad un arbitro e lo insultavano a ripetizione in diretta televisiva. E che ancora oggi fanno fatica a rispettare quanto sancito e affermato dalle sentenze sportive.

Perché avevano perso la lucidità, la calma, la tranquillità. Ed è servito metterli al riparo da ogni imprevisto per farli uscire indenni dall’ultima e decisiva curva della stagione.

Pericolo scampato, certo.

Ma l’eco di certi scricchiolii è stato assordante. E, per certi versi, decisamente appagante.

Antonio Guarino

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