venerdì 17 agosto 2018
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LA MOSTRA

Da Trisorio le “tracce del passaggio lunare” di Rebecca Horn

Cultura | 13 maggio 2018

Rebecca Horn, l’artista tedesca delle ormai note capuzzelle di Piazza del Plebiscito quando la Piazza era un grande palco dell’arte contemporanea (2002-3), ha 74 anni. Forse oggi l’ameremmo di più se reinstallasse le sue anime pezzentelle, quelle del purgatorio della Fontanelle che le diedero l’ispirazione per sospendere le aureole che solo poche di esse si sarebbero guadagnate in un ideale paradiso.

Un’esistenza spesa a indagare il corpo e le sue estensioni, tra pittura, scultura, disegno,fotografia, performance e cinema, e soprattutto le sue installazioni semoventi. Allo Studio Trisorio (via Riviera di Chiaia 215) storica sua casa napoletana, sono in mostra sei nuove sculture semoventi e vari disegni. Non si tratta solamente di ricercare la bellezza del singolo oggetto, siano le farfalle che aprono e chiudono le ali di “Passing the Moon of Evidence” (2017) che danno il titolo alla sua personale, tra rami d’oro e cerchi da cui non usciranno mai pur sbattendo le ali nelle loro teche, isolate come la ricerca del senno di Orlando sulla loro luna, o negli specchi rotanti di “Im Kreis sich drehen”.

Non è da cercarsi a tutti i costi l’innovazione in “Aus dem Mittelalter entwurzelt” (2017), ovvero nelle due aste di ottone piantate nelle scarpe di bronzo medioevali fissate al suolo. Ci aspettiamo sempre che l’arte ci sorprenda a tutti i costi, spettacolo di sé per il nostro intrattenimento, e quasi mai invito alla riflessione. Ma con Rebecca Horn i movimenti lenti, ripetitivi fino all’ossessione -gli stessi dei meccanismi di Spirits-Spiriti, al Madre di Napoli- sono congegni che fanno meditare l’esistenza che fugge, e che forse troppo spesso diamo per scontato. Personalmente ho sempre amato la ricerca dell’artista tedesca, vuoi per le sue più antiche puntate: è lei che si inventa in fondo Edward Mani di Forbice (Edward Scissorhands) il personaggio melanconico del noto film di Tim Burton del 1990. Nelle sue più antiche “Finger Gloves” del 1972 le dita si guadagnano lo spazio fisico oltre il corpo, e Rebecca paventa la possibilità di allungare le funzioni ideali che possono arrivare cruentemente alla mano di Freddy Krueger. Mi perdonerà l’artista se faccio un paragone noto ai più per sottolineare la sua ricerca sul corpo degli anni ’70 quando pure con “Einhorn” (Unicorno) giocando col suo nome e la sua esistenza, attraverso stringhe e lacci che la legano alla sofferenza di Frida Khalo, ci immerge in un mondo che va oltre la fantasia anatomica umana. La sua condizione fisica è sempre presente nei lavori; da quella solitudine che la costrinse a lunghe cure in gioventù fino all’oggi, e che l’ha portata a riflettere sulla morte a Napoli più che altrove: una morte barocca, e dunque intimamente partenopea, fatta di specchi che rammentano la vanitas e la preziosità degli altari seicenteschi di madreperla. I suoi automatismi hanno sempre qualcosa di molto fragile: farfalle, rami, la delicatezza di rotelle che talvolta si inceppano, che si confrontano con l’inesorabilità del tempo e della sua consunzione, tra la pietra porosa di vulcano colorata come le ali di un lepidottero. Anche quei suoi dipinti, macchie sparse di colore in cui non è necessario sprecarsi a cercare un senso, sono semplicemente un appello a godere della vitalità dello spargersi delle tinte su un’altra superficie lunare d’esistenza.

Con Rebecca Horn, c’è l’invito costante a prendersi una pausa dalla meccanicità terrestre del cervello: l’ipnosi delle cadenze degli oggetti, le sue allegorie lontane, ne fanno un’artista dall’intima trama che ha bisogno di noi per funzionare. La vita si svolge nella materia: negli anni la sua ricerca d’estensione è passata dal corpo alle cose solo in apparenza. Due paia antiche di scarpe pesanti, sono infisse al suolo da due lucidi pali, più lunghi di ogni gamba possibile: le aste bloccano l’idea del corpo che vorrebbe muoversi e non può.

Rebecca è nascosta lì, in una leggerezza che la immobilizza e ferma noi spettatori. L’opera che parla di richiami medievali è una tortura inflitta da qualche parte al suo corpo e di riflesso a noi. Quelle scarpe non possono avanzare davvero, ma riescono a farlo lo stesso, e lo capiamo bene. E’un’altra dimensione, un’altraragione e senno perduto. Rebecca non vuole convincerci che ci sia per forza il bello, piuttosto l’idea che tutto scorra e siamo noi le macchine anatomiche fatte di materia effimera di mondi paralleli.

Allo studio Trisorio c’è ancora una sua esortazione gentile, fino a settembre 2018, ad isolarsi per un
attimo con lei. C’è vita sulla sua luna fatta di oggetti, esperienze e materie terrestri, è evidente.

Rossana Di Poce

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