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L’INTERVENTO

Il geologo Ortolani: “Sull’Appennino rischio legato all’accumulo di energia tettonica”

Ambiente, Attualità | 10 gennaio 2018

Tettonica attiva sismogenetica appenninica e risalita di fluidi. I terremoti disastrosi storici che hanno interessato l’area attorno al Matese risalgono al 1456, 1688 e 1805. Sono terremoti di origine tettonica che si verificano lungo la parte centrale dell’Appennino maggiormente interessata dalle deformazioni riconducibili e conseguenti ai movimenti relativi tra masse continentali africane ed europee. La zona tra l’Aquila, Amatrice e Norcia si trova in questa fascia con faglie sismogenetiche.

Il Matese è interessato pure da faglie sismogenetiche come risulta anche sulla mappa di INGV allegata. Il reale problema, pertanto, è l’accumulo di “energia tettonica” che si verifica continuamente nel sottosuolo che è stato “costruito tettonicamente” negli ultimi milioni di anni con il coinvolgimento della copertura di sedimenti e del loro basamento. L’area della catena appenninica presenta un sottosuolo molto articolato ed è interessata da faglie crostali individuatesi dopo la costruzione della catena stessa.

Tali faglie risalgono alle ultime centinaia di migliaia di anni ed hanno determinato l’assetto morfostrutturale dell’Appennino. Lungo queste faglie crostali, oltre ai terremoti della parte centrale della catena, si verificano risalite di fluidi crostali profondi che hanno interagito e interagiscono con le rocce e l’acqua che a luoghi le satura come in corrispondenza delle rocce carbonatiche che costituiscono i principali serbatoi idrogeologici dell’Appennino.

I fluidi di origine profonda come l’anidride carbonica risalgono attraverso le rocce carbonatiche e anche attraverso quelle prevalentemente argillose come testimoniato da evidenti manifestazioni superficiali nel beneventano alle Bolle della Malvizza, nei pressi di Gesualdo alle Mefite e Mefitelle e nella valle del Sele tra Oliveto Citra e Contursi. Le evidenze di risalite di anidride carbonica sono spettacolari nella zona di Telese Terme dove hanno originato decine di “doline” e grandi sprofondamenti come il Lago Telese e le fosse nei pressi di Solopaca. La ricerca pubblicata sulla rivista Science Advances ‘Seismic signature of active intrusions in mountain chains’, fatta da ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e del dipartimento di Fisica e geologia dell’università di Perugia illustra il possibile ruolo dell’incremento di pressione dei fluidi risaliti nelle faglie tra circa 15 e 25 km. I ricercatori evidenziano che tale incremento di pressione può avere innescato i terremoti del 2013-14 nel Matese.

Ed è una interpretazione accettabile. Non chiariscono se l’energia liberata sia stata fornita dai gas oppure se si sia trattato di liberazione di energia tettonica già accumulata nelle faglie attive. Se l’energia è dovuta alle intrusioni di gas si potrebbero definire terremoti indotti in una zona crostale priva di energia tettonica accumulata. Se invece l’energia tettonica era già accumulata si tratterebbe di terremoti innescati nel senso che l’incremento di pressione dei fluidi avrebbe favorito lo scorrimento delle faglie con conseguente innesco di terremoti.

Nel primo caso la risalita di fluidi da sola può originare terremoti anche in zone che non sono caratterizzate da faglie sismogenetiche. Nel secondo caso se non c’è energia tettonica già accumulata lungo faglie sismogenetiche l’incremento di pressione dei gas nel sottosuolo non può originare terremoti come quelli del Matese e come quelli storici della stessa area. L’area interessata dai terremoti del Matese del 2013-14 è inserita tra quelle con possibili faglie sismogenetiche nel sottosuolo e contigua alle faglie che hanno originato i terremoti del 1456, 1688 e 1805. Per di più ai margini sudoccidentale e meridionale del Matese sono note ed evidenti risalite di fluidi profondi dalla valle del Volturno alla zona di Telese. La figura allegata tratta da DISS 3.2.0 di INGV illustra le fasce nel cui sottosuolo sono previste faglie sismogenetiche. Lo scrivente ha aggiunto le principali zone in cui sono evidenti risalite di fluidi profondi in aree non vulcaniche tra Campania e Basilicata. La ipotizzata risalita attiva di magma è solo una ipotesi degli autori. Il reale problema è la tettonica attiva.

Franco Ortolani, geologo

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