sabato 16 dicembre 2017
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L’INTERVISTA

Eleonora de Majo: “Da Insurgencia al Comune, il bilancio di 9 mesi di attività”

Attualità, Diritti e sociale, Europa, Identità, Indipendentismi, NapoliCapitale, Prima Slide, Seconda Slide | 8 febbraio 2017

Di lotta e di governo: abbiamo cercato di dare un senso a queste parole intervistando Eleonora de Majo, proveniente per storia e formazione politica dal collettivo Insurgencia. Col gruppo di Identità Insorgenti l’abbiamo sostenuta in consiglio comunale, dove era candidata in Dema a sostegno di Luigi De Magistris. E adesso, dopo 9 mesi di lavoro in consiglio comunale, abbiamo deciso di confrontarci con lei in questa intervista deve tiriamo un po’ le somme su tutto.

Da Insurgencia al Consiglio comunale. All’atto pratico e dopo circa 9 mesi nella maggioranza di de Magistris, è possibile mantenere un “doppio ruolo” dentro e fuori la barricata? E inoltre… sei pentita della scelta di candidarti?

No, non sono affatto pentita. Diciamoci la verità, essere consigliera comunale di un comune che vive eterni e aperti scontri con la Regione e con il governo centrale offre continuamente opportunità di conflitto da una parte e di lavoro sinergico dall’altra, tra movimenti e quella che io considero una istituzione di prossimità. Continuo a pensare, come quando ho scelto di candidarmi, che la mia consiliatura sia uno strumento collettivo a disposizione innanzitutto delle lotte, ma anche di tanti soggetti deboli, per i quali possiamo rappresentare un appiglio o più semplicemente un megafono. Molte delle cose che non riusciamo a fare, delle battaglie che non riusciamo a vincere, sono ovviamente legate alla situazione di estrema difficoltà economica che vive il nostro comune. Una difficoltà che in alcuni casi è strutturale, frutto cioè dello stato di pre-dissesto nel quale ancora restiamo impelagati e in altri è invece legata ad una serie di colpi bassi che pure ci vengono sferrati quotidianamente. Penso ad esempio alla vergognosa vicenda CR8 (vale a dire un pignoramento per 120 milioni di Euro della cassa del comune per un debito, che risale al commissariato straordinario del terremoto dell’ottanta neppure davvero ascrivibile al comune), o agli ottocento milioni di euro che ogni anno paghiamo per le spese dei commissariati straordinari al terremoto e ai rifiuti, o ai quasi quattrocento milioni di euro chiesti vergognosamente al comune da Bagnoli Futura. E’ necessario fare questa precisazione prima di entrare nel merito degli argomenti perché serve a capire che più che un doppio ruolo spesso ci troviamo a svolgere un ruolo assolutamente complice con quello dei movimenti sociali nell’esprimere piena avversità a De Luca e al Governo Gentiloni e più in generale alle politiche strutturali di questo paese che ancora mantengono ferma la prassi che vuole Napoli e il mezzogiorno strozzato e vessato.

Quali sono state le difficoltà maggiori in questi mesi per te? E magari anche qualche soddisfazione, visto che ci siamo…

Beh c’è innanzitutto un piano tutto tecnico, con il quale mi confronto quotidianamente e che ovviamente migliora con il passare dei giorni e delle settimane. Ho fatto studi umanistici, non mi ero mai confrontata con il piano amministrativo prima di questa esperienza e questo ovviamente mi impone di dover apprendere l’utilizzo di strumenti per me assolutamente inediti. La presidenza della commissione politiche urbane da questo punto di vista è un’ottima palestra perché mi porta all’approfondimento e al confronto continuo non solo politico ma anche tecnico con vicende per me prioritarie (Vele, Bagnoli, patrimonio etc). Poi chiaramente non nascondo che mi sono dovuta confrontare con un alfabeto diverso da quello a cui sono abituata anche se devo dire fino ad adesso, anche e soprattutto per una buona sinergia con il Sindaco, senza mai dover fare mediazioni o cedere su cose che ritengo fondamentali.

Le soddisfazioni ci sono state e tante, anzi anche più di quelle che immaginavo si potessero ottenere in pochi mesi. Su Scampia in particolar modo, nel riconoscimento da parte del comitato vele, mio e di Rosario Andreozzi, come strumenti utili, affiancati al lavoro del comitato, per l’ottenimento delle risorse necessarie all’attuazione complessiva del piano di fattibilità e all’abbattimento delle vele. Più in generale nella possibilità di essere a disposizione di segmenti di lotta storici della città (come i precari Bros), delle lotte ambientali e di tante piccole o grandi vertenze che riguardano il mondo del lavoro e della rivendicazione dei diritti sociali.

Hai subito, sia in campagna elettorale, che da consigliera, gli attacchi più beceri. Dall’aggressione di Cruciani alla Zanzara al vergognoso pezzo della Sannino su Repubblica pieno di bugie, “la sceneggiata degli antagonisti”, dopo che, da “consigliere” in piazza sei stata manganellata perché contestavi Renzi con Insurgencia – (e per pubblicare la tua replica io personalmente sono stata anche minacciata di sanzioni dal presidente uscente dell’Ordine dei giornalisti della Campania) – fino ad arrivare alle sciocche accuse del dirigente Pd su una presunta borsa di marca. Ti aspettavi questi attacchi? Perché dai tanto fastidio secondo te? E cosa ha dato più fastidio a te in tutto questo bailamme?

In realtà quello che da subito mi ha lasciato sconcertata di questi attacchi non è tanto il livore con cui sono stati sferrati quanto l’estrema superficialità di chi li ha messi in campo. Mi spiego. Io posso capire che chi viene dai centri sociali, da uno degli spazi che ha maggiormente animato il conflitto sociale in città nell’ultimo decennio, diventi oggetto di critica da parte di ambienti più moderati o da parte di schieramenti politici opposti. Ma quelli che mi hanno riguardato sono stati sempre attacchi nei quali non emergeva nulla di politico, ma solo la ferma volontà di trasformare il mio profilo in una sorta di fenomeno eccentrico, incompatibile con il ruolo istituzionale. Il mio attacco al reazionario e trumpista Netanyauh (che rivendico pienamente) spacciato per anti-semitismo, la vicenda delle cariche indiscriminate della polizia sul presidio anti Renzi trasformata in una ridicola pagine di cronaca rosa o il post sulla presunta borsa di Prada pubblicato da un esponente del Pd solo qualche giorno fa. Tentativi che comunque non hanno mai trovato un terreno particolarmente fertile e ai quali io ho sempre provato a rispondere con la politica. Ovviamente sono attacchi che non mi piacciono, attacchi che provano a delegittimare il piano personale fuggendo il confronto politico e che comunque non mi spaventano né mi scalfiscono minimamente.

Non ne dubitavo… Ti si accusa, comunque, tra le altre cose, di non aver detto nulla sui tagli al welfare. Vuoi rispondere e circostanziare la tua azione in merito?

Faccio innanzitutto una precisazione, che ho fatto qualche mese fa anche in consiglio, il giorno in cui si votava la delibera su Napoli Sociale. Sui temi che riguardano le politiche sociali non accetto lezioni dall’opposizione, soprattutto dalle due parlamentari rispettivamente esponenti di Governi (Berlusconi e Renzi) che il welfare l’hanno mortificato e tagliato con cinismo e scientificità. Detto questo non nascondo che le politiche sociali sono un terreno su cui in questi mesi non sempre si sono date alla città le risposte attese e su cui, in alcuni casi, si sono fatte scelte poco comprensibili.

Questo nonostante di fatto si spendano cifre enormi del nostro bilancio risicato per le politiche di inclusione.

Penso, su tutte, alla vicenda delle cosiddette 106, a proposito della quale contesto all’amministrazione soprattutto un’assenza di chiarezza nei confronti di queste lavoratrici che di fatti all’oggi hanno smesso di lavorare ed il cui destino è stato affidato ad un sistema di reclutamento che ricorda quello che abbiamo contestato alla buona scuola renziana. Credo che quando ci sono delle difficoltà, o quando si è messi nelle condizioni di non poter garantire un servizio, bisogna raccontare le cose alla città per quelle che sono, senza dare adito a fraintendimenti o false speranze. Soprattutto quando in ballo ci sono le vite delle persone. Semplificando ma per essere chiara: se i soldi non ci sono e l’assenza di risorse crea un disagio enorme agli utenti di un servizio e mette in una condizione di disoccupazione chi quel servizio lo erogava, si deve essere disposti da subito ad andare insieme a lavoratori e utenti sotto i palazzi di chi quelle risorse le detiene. Anche questo vuol dire essere una città ribelle.

Penso comunque che proprio sul welfare non si debba giocare a ribasso ma che , come si è fatto con Napoli Sociale, questo campo più di ogni altro debba rappresentare, dentro una prospettiva radicale di governo della città, un terreno di sperimentazione coraggioso e sfrontato, capace di respingere con forza anche i diktat della Corte dei conti. Pensiamo ad esempio all’accoglienza, tema annoso, discusso, su cui bisogna assolutamente dare segnali di controtendenza rispetto al resto del paese e alla fortezza Europa e su cui fino ad ora non si è fatto abbastanza, anche se alcuni segnali esistono e vanno comunque apprezzati. Ad esempio va apprezzata l’attenzione ai minori non accompagnati (proprio qualche giorno fa ha aperto per volontà del comune un centro a Via Don Bosco destinato all’assistenza e al supporto materiale di questi ragazzini scappati dall’orrore). Va in egual misura apprezzata e valorizzata quella solidarietà incredibile che la città insieme con l’amministrazione ha saputo dare qualche settimana fa quando è sbarcata la nave piane di migranti recuperati a largo delle acque malesi dalla guardia costiera e con quello lo spirito di complicità tra governo territoriale e abitanti andrebbe costruita la città rifugio. Queste buone intuizioni vanno rese progettualità strutturate, non interventi estemporanei.

Su questo come su altri temi (come il contrasto alle nuove povertà), credo che però ci debba essere parallelamente un’assunzione di responsabilità e di maggiore protagonismo anche da parte delle realtà di base e dell’associazionismo sano. Non tanto nel lavoro insindacabile che portano avanti quanto nel proporre contro-modelli, in grado di osare e di sfidare le burocrazie senza stare alla finestra aspettando errori e mosse sbagliate da parte dell’amministrazione. Mi pare il modo migliore per mettere in campo pratiche incisive in grado di restare nel tempo e soprattutto capaci di restituire un po’ di ricchezza e di giustizia sociale ai subalterni della città.

Poco si è parlato anche della tua azione su Scampia e al fianco di Andreozzi, con il Comitato Vele. Vogliamo raccontare anche qui come sono andate le cose?

La vicenda di Scampia ha subito una accelerazione negli ultimi mesi è vero, ma va detto che ognuno dei risultati che si stanno ottenendo oggi è il frutto della lotta trentennale del Comitato vele e che la stessa amministrazione oggi può essere protagonista di un’opera incredibile e mastodontica di riqualificazione urbana perché negli anni c’è chi non si è mai arreso al degrado e all’abbandono e ha continuato a lottare per l’emancipazione di un territorio il cui destino sembrava inciso in quei maledetti blocchi do cemento armato.

Le cose sono andate diversamente perché il Comitato vele, insieme con l’amministrazione e con l’università Federico II ha saputo mettersi attorno a un tavolo e scrivere la propria idea di rigenerazione urbana in un piano complessivo che mira a portare sul territorio 116 milioni destinati a una reale redistribuzione del benessere e della ricchezza e non a mettere a disposizione l’ennesima torta per gli speculatori che sulle nostre periferie hanno tanto parassitato.

Il ruolo che abbiamo avuto noi in questi mesi, è stato innanzitutto quello di lavorare insieme con il comitato passo passo al processo complessivo, alla gestione dei trasferimenti dalle vele alle case nuove e alla pubblicazione dei bandi, provando a sciogliere tutti i nodi e a garantire i diritti di tutti. Un lavoro certosino che prova a non tralasciare mai nulla o nessuno.

Molta della fatica però, la maggior parte direi, oggi grava sulle spalle del comitato vele, che resta la prima interfaccia di cittadini giustamente esasperati e da troppi anni in cerca di risposte e che ha accolto su di sé una delle sfide più complesse e difficili per questa città, una sfida che prevede parallelamente l’abbattimento delle vele e la garanzia del diritto alla casa per tutti e tutte.

Sono convinta, come mi è capitato di dire spesso in questi mesi, che Scampia sia in qualche modo un modello opposto a quello di Bagnoli, perché si tratta di un progetto di ripensamento di un’area metropolitana innanzitutto promosso e condiviso dal territorio, che valorizza il ruolo delle realtà informali e che non permette la costruzione di opere volte solo all’accumulazione di profitto.

Hai girato con il sindaco, in questi mesi, incontrando con lui altre realtà “ribelli”, in altre città. Che impatto c’è stato, in esterna, per de Magistris e il suo progetto? Pensi di rappresentare, nel concreto, un trait d’union tra città ribelli, movimentismo, e il primo cittadino di Napoli?

Personalmente non credo di rappresentare nulla di più di un’attivista che, insieme alla sua organizzazione, gode di una rete di relazioni che tiene assieme comitati, centri sociali e realtà di lotta che chiaramente guardano con favore e curiosità a quello che sta succedendo a Napoli. Quanto e come questo favore e questa curiosità possano trasformarsi in internità ad un progetto che superi il perimetro metropolitano dipenderà dalla nostra capacità di costruzione.

Noi ce la stiamo mettendo tutta.

Qual è il progetto di Eleonora de Majo e del suo collettivo dentro Dema, dove sei stata la più votata dopo la Clemente? L’ingresso di Egidio Giordano, il tuo compagno, volto noto delle lotte ambientaliste e non solo in città, che significato ha in termini politici e pratici, anche per il vostro collettivo?

E’ piuttosto semplice. Noi vogliamo costruire a partire dall’esperienza napoletana un soggetto politico radicale, in netta discontinuità con le esperienza della sinistra tradizionale e ovviamente del movimento cinque stelle, in grado di interpretare e farsi portavoce delle istanze dei movimenti e di parlare ai tanti, capace di parlare con chi in questo paese ha costruito presidi e comitati di lotta contro la protervia dello stato e contro le speculazioni pronto a iscriversi nel panorama delle sinistre radicali sud-europee e a contrastare l’ondata di diffusione dei nuovi-fascismi che sta flagellando l’occidente.

Non cito nessuna in particolare di queste esperienze europee perché credo che ogni territorio viva di sue condizioni specifiche per cui sicuramente DemA dovrà, secondo noi, essere capace di coniugare alcuni aspetti di En Comù, altri di Podemos, altri di Syriza e altri ancora dell’HDP con istanze frutto della congiuntura sia italiana che meridionale nella quale solo noi siamo immersi. L’inserimento di Egidio nel coordinamento di DemA segue esattamente questo ragionamento. Il nostro non è un investimento laterale, che sceglie alcuni militanti e li inserisce nella macchina amministrativa ma è una scommessa più complessiva che ci vede impegnati proprio come organizzazione di movimento in una battaglia costante che mira ad affrontare le contraddizioni, a scioglierle una per una, in modo da contribuire a costruire un habitat politico con il quale crediamo che si possa mirare ad “assaltare il cielo”. I nomi scelti per il coordinamento da questo punto di vista ci pare vadano in questa direzione. Poi starà adesso a chi è stato investito di questo ruolo dimostrare di essere all’altezza della sfida, di saper correre alla velocità del presente e di saper tenere lontane le sirene della vecchia politica.

In termini di autonomia, nel primo punto del manifesto politico di Dema c’è scritto che il movimento punta al convergere delle autonomie, ognuna con la propria differenza. Sei d’accordo? E’ possibile?

Sono d’accordo, se tra queste autonomie non ci sono percorsi tra loro inconciliabili. Penso che la confederazione al posto della sintesi sia un ottimo modo per creare percorsi compositi e per non violare con un’organizzazione eccessivamente “centralista” le specificità di ognuno. Sul programma però bisogna intendersi tutti, altrimenti diventa un gioco e a noi i giochi non interessano.

Tu sei stata a Kobane, hai studiato e ti sei confrontata con diversi modelli di autonomia, da quello curdo a quello della Colao a Barcellona. Come pensi che Napoli possa arrivare a conquistare una concreta e reale autonomia dal resto del Paese? Ma soprattutto, cosa più rilevante, in termini di autonomia economica, politica e sociale che apporto puoi e vorresti dare alle politiche comunali, visto che il tema sembra sparito dall’agenda generale e resta solo una bella idea irrealizzata (anche per gli interlocutori scadenti scelti da de Magistris in questo campo)?

Questa è una bella domanda. Credo che in questo senso i curdi offrano spunti assai interessanti, paradossalmente da alcuni punti di vista anche più dell’esperienza di Barcellona, se non altro perché si tratta di un popolo che vive da sempre una condizione di permanente razzializzazione, di espulsione dai flussi economico-produttivi del paese e di mortificazione dell’identità culturale. Più che al Rojava -l’area della Siria composta dai tre cantoni che hanno dichiarato l’auto-governo-, dovremmo guardare a quello che ha messo in campo il partito democratico del popoli (l’Hdp) in Bakur (vale a dire nell’area del Kurdistan turco). Fino a qualche mese fa, cioè fino all’inizio di quella incredibile ondata repressiva, successiva al tentativo di golpe, messa in campo da Erdogan contro tutte le opposizioni e che ha portato all’arresto finanche del candidato premier del partito filo-curdo nel colpevole silenzio della comunità internazionale e che ha chiaramente messo in difficoltà molti municipi, i curdi avevano costruito delle vere e proprie esperienze di autonomia e auto-governo dentro ma contro l’egemonia dello stato-nazione turco. Esperienze basate su assemblee di quartiere, sulla condivisione delle decisioni, su una gestione delle cariche pubbliche che rispecchia la dottrina del confederalismo democratico e delle co-presidenze equamente divise tra donne e uomini, sul cosmopolitismo e sul sincretismo tra culture religioni. Il modello autonomista teorizzato da Ocalan offre per questo spunti particolarmente interessanti per un territorio, come il nostro, che ha subito decenni di imposta subalternità e colonizzazione culturale.

Questo ovviamente senza voler sottovalutare le straordinarie esperienze di neo-municipalismo europeo, con le quali Napoli già è in connessione e con le quali puntiamo a costruire legami stabili e comunità di intenti e di impegni. A questo potrà e dovrà servire l’internazionale dei beni comuni.

Napoli in questo senso ha tanto da insegnare e ancor più da rivendicare.

Innanzitutto però credo sia fondamentale ragionare di autonomia sempre inquadrandola entro uno sfondo innanzitutto materialista, vale a dire uno sfondo che metta al centro le condizioni economiche degli abitanti della città, che in questo momento sono drammaticamente più svantaggiate rispetto a quelle delle città nostre omologhe del centro e del nord Italia. Autonomia quindi innanzitutto economico-finanziaria e rottura di tutti i legami e i ricatti che ci tengono legati a doppia mandata al governo centrale che decide la qualità e la quantità dei nostri investimenti. Se immaginiamo l’autonomia napoletana dobbiamo per forza mettere al centro la necessità di uscita da una condizione di povertà imposta e di assenza di opportunità lavorative, soprattutto per le giovani generazioni costrette a emigrare. Dobbiamo immaginare una Napoli autonoma che è in grado di governare e non di farsi governare dai grandi processi che la attraversano in modo da poter anche trarre ricchezza dagli stessi. Basti pensare al turismo e a come questo può potenzialmente trasformarsi o in un volano di sviluppo e distribuzione vera della ricchezza ma pure in una occasione di speculazione per pochi che poi prima o poi gli abitanti pagheranno con espulsioni dai centri e caro affitti. Non si deve a mio avviso nè avere paura di questo aumento vertiginoso dei flussi nè osservarlo estasiati senza capire che su di esso si po’ incidere e attraverso di esso potremmo riprenderci un po’ di quello che ci è stato sottratto.

Poi più in generale credo che il programma o lo statuto della Napoli Autonoma non lo possa scrivere l’amministrazione da sola, ma sia da un lato il frutto dell’interlocuzione con altre autonomie e con altre sperimentazioni con cui ci si vuole mettere in rete e da cui si vogliono mutuare processi virtuosi e dall’altra il frutto di discussioni e spunti che attraversano da anni le realtà di base e i movimenti di lotta che da sempre si definiscono autonomi. E’ di sicuro un processo molto più difficile di un esercizio erudito di formule normative inedite e sperimentali ma è d’altro canto l’unico modo perché a questa proposta si appassioni la città e non resti un mero dibattito intellettuale da salotto.

L’autonomia non è l’unico tema che sta a cuore a chi, come noi, non si è riconosciuto in nessuna delle liste meridionaliste candidate in appoggio al sindaco, che infatti non hanno espresso nemmeno un eletto. Ci sono altri temi che simbolicamente riteniamo non irrilevanti. Ad esempio hai in mente di portare avanti o a compimento le battaglie condivise anche con noi, come ad esempio la rimozione del busto di Cialdini? 

Credo che sia assolutamente doveroso, come dicevi, che il consiglio comunale, anzi quella che spero e immagino che prima o poi prenderà il nome di assemblea partenopea, si faccia carico di una serie di atti che sembrano assolutamente simbolici ma che invece hanno un grande valore di ricostruzione di una memoria collettiva che la storiografia nazionale ha provato a sottrarci. Non solo la rimozione del busto di Cialdini ma anche una revisione seria di tutta la toponomastica cittadina, la cancellazione delle strade intitolate a chi in un modo o nell’altro ha contribuito al saccheggio della nostra terra e la restituzione della memoria e della dignità ai nostri partigiani, quelli che hanno combattuto la colonizzazione piemontese e quelli che hanno cacciato i nazisti dalla città. Ancora una implementazione di programmi e progetti scolastici che permettano agli studenti di fare i conti con una storia diversa da quella che sono obbligati a studiare sui libri di testo.

L’ultima polemica in ordine di tempo in qualche modo riguarda anche te: con altre sei accusata di aver disertato una riunone dove la Bimuto sarebbe stata eletta grazie a un accordo che aveva chiuso con le opposizioni alla presidenza della “consulta delle elette”. Pensi siano utili i consessi solo al femminile? Credi che la parità divenga azione con organismi autoreferenziali o ci sono altre strade a tuo avviso, magari alla luce del sole come credo molte di noi auspichino?

Ho una formazione femminista. Ho fatto parte di collettivi, movimenti, percorsi di ragionamento che si sono interrogati sulla condizione femminile, sulla persistente egemonia di una cultura maschista e patriarcale e sulla necessità di valorizzazione della nostra preziosa differenza. In questi contesti mi hanno innanzitutto insegnato che le politiche delle donne e per le donne non sono un ambito pacificato, un ambito che in nome della condivisione del genere (siamo tutte donne) abbatte tutto il resto dei conflitti della società che comunque ci riguardano. Per cui guardo con poco interesse ad ambiti in cui si sta insieme senza tenere in considerazione i percorsi, le idee sul mondo, le prospettive politiche o magari le responsabilità.

Per intenderci io da donna, con chi ha votato il jobs act, vale a dire la riforma del mercato del lavoro che ci ha precarizzate ancora di più rendendoci ancora più vulnerabili e in balia completa degli arbitri dei datori di lavoro, non ho nulla da condividere. Penso invece che in Italia si stiano dando percorsi assai più interessanti, come quello racchiuso sotto l’hashtag #nonunadimeno e che, in connessione con altrui paesi del mondo, ci sono donne che a partire dalla propria collocazione sociale e politica hanno scelto di mettersi assieme, occupare le piazze e le strade, scrivere testi, programmi, manifesti, idee di un nuovo femminismo, planetario, antiautoritario, cosmopolita e antirazzista. A Bologna questo week end erano sedute in assemblea più di millecinquecento donne giovani e meno giovani. Quello mi pare un buon punto di partenza dal quale si costruiranno gli scioperi territoriali dell’otto marzo e magari un’ondata di lotte che riproporrà nel modo migliore la questione dei generi e dell’egemonia patriarcale.

In questi nove mesi ci sono state mutazioni enormi nello scenario internazionale e non irrilevanti: la Brexit, l’elezione di Trump, la possibile vittoria della Lepen in Francia, la crescita in Europa di sentimenti xenofobi. I movimenti hanno un ruolo fondamentale come oppositori di queste derive. Dema che ruolo può avere in tutto questo, dal tuo punto di vista? E secondo te c’è un modo per connettersi ai movimenti di lotta americani che stanno facendo parlare di loro tutto il Pianeta, da Napoli?

La domanda è calzante. DemA a nostro avviso in questo momento non ha solo un ruolo preciso ma un vero e proprio dovere storico, che è quello di costruire lo spazio politico moltitudinario che punta ad arginare quelle opzioni, che in Italia di identificano più esplicitamente nella retorica leghista ma più indirettamente nel trumpismo di Grillo e nelle derive xenofobe di noti esponenti pentastellati.

Attorno a Luigi de Magistris può costruirsi un soggetto politico che metta al centro l’accoglienza al posto delle frontiere e delle espulsioni, un’Europa che federa le autonomie contro un anacronistico ritorno agli stati nazione, la condivisione delle culture contro la xenofobia. La connessione con i movimenti di lotta americani ce la fornisce questa primavera il G7 di Taormina che sarà di fatti occasione della prima venuta in Italia di Trump. Lavoreremo soprattutto al sud perchè quella giornata sia caratterizzata dalle contro-voci del meridione meticcio che non accetteranno di buongrado la parata dei potenti del pianeta e del neo-eletto disastroso presidente americano. Dimostreremo ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che manifestano oltreoceano ogni giorno per difendere diritti che sono il frutto di decenni di sanguinose battaglie, che non sono soli e che il trumpismo non è un problema degli stati uniti ma un problema del mondo intero. Lo stesso e con lo stesso spirito di connessione faremo l’11 Marzo a Napoli, in occasione del corteo che Salvini ha chiamato a Napoli, compattando la città e il sud anti-razzista e anti-leghista e dicendo forte e chiaro a questi signori che combatteremo con tutte le nostre forze il loro mondo di filospinato, espulsioni e diritti negati.

Sul fronte interno, in Italia, tra vendoliani e dalemiani che riciclano idee e partiti di sempre, cambiando loro nome (come se non avessero governato, fallendo, entrambi, in questi ultimi due decenni) come si può pensare – come certa stampa cazzara ipotizza – a un dialogo con il movimento di de Magistris? Tu come la vedi?

Mi pare che il sindaco su questo tema sia stato più che chiaro, basta leggere tutte le ultime interviste della settimana. DemA ha senso perché un progetto in discontinuità con i fallimenti del centro-sinistra. Non in un altro quadro. Io personalmente non ho nessuna fiducia nei soggetti che negli ultimi quindici anni hanno pensato a spaccare il capello per giudicare e criticare dall’alto dei loro fallimenti le pratiche dei movimenti e oggi vogliono riciclarsi radicali perchè il vento europeo soffia più a sinistra della solita socialdemocrazia.

Secondo te invece è possibile fare rete con quei sindaci (ad esempio è già entrato in direttivo dema Josi della Ragione, ex sindaco di Bacoli e da sempre vicino alle nostre istanze) che hanno lavorato in modo autonomo? Come si costruisce, dal tuo punto di vista, un movimento più ampio che miri a rappresentare le istanze autonomiste del mezzogiorno?

La connessione dei sindaci e delle esperienze neo-municipaliste meridionali (come quella di Accorinti a Messina) è sicuramente uno spunto significativo ma non sufficiente. Il meridione di Italia è caratterizzato da un enorme sfiducia nei confronti dello stato centrale e da tante micro esperienze di lotta, di civismo, di comitatismo che non hanno espresso sindaci o rappresentanza nelle istituzioni di prossimità ma che sono a mio avviso il miglior humus su cui costruire la prospettiva politica di un mezzogiorno autonomista.

Basti pensare che la stessa esperienza di Josi nasce innanzitutto come esperienza di lotta territoriale per poi trasformarsi dopo anni nella scommessa amministrativa poi stravinta Laddove tante di queste realtà non hanno trovato lo spazio per provare a prendere in mano il governo del proprio territorio hanno comunque mantenuto dei presidi importantissimi di democrazia con i quali è necessario relazionarsi prioritariamente.

Lucilla Parlato

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