venerdì 24 novembre 2017
Logo Identità Insorgenti

L’INTERVISTA

Pino, La Capria, le leggende sul mare e Colapesce nel libro di racconti di Marco Cavaliere

Identità, Libri, NapoliCapitale | 14 novembre 2017

 

Tre ragazzi attraversano le pinete e le curve assolate della provinciale in cerca del trampolino perfetto. Per Giuseppe il tuffo è tecnica e concentrazione, ma anche coraggio. Guardare nel baratro prima di lanciarsi può essere pericoloso, perché si rischia di scorgere l’ignoto che ci attende. Finalmente, con un balzo, ecco la libertà dell’aria e la libertà di scelta, in un rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Ma è davvero possibile scegliere? Forse non in questo Sud e non in questi tempi. È probabile che si resti sospesi a mezz’aria, paralizzati e incapaci di decidere, come il giovane e nobile Antonio che forse non parerà quel rigore. Il mare, come metafora di un Sud impetuoso, che rievoca tanti autori della nostra letteratura e della nostra storia, è il tema dei racconti di Marco Cavaliere, napoletano, classe 1989, laureato in Geologia all’Università di Napoli Federico II, ex emigrato in Australia dove ha lavorato nel settore minerario. Il libro, edito da Pietro Macchione, si chiama “Il breve ritorno di Colapesce”. Ha già vinto il Premio Chiara Inediti 2017. E rivela, fin dal titolo, l’amore di Marco per il mare e la pesca.

 

Pino Daniele cantava “chi ten’o mare”. Il mare è il sottofondo del tuo libro…

Durante le estati della mia infanzia ho sempre vissuto il mare e la pesca in maniera totalizzante, l’acqua mi assorbiva per mesi interi. Il mare di Napoli, quello di Posillipo, l’ho scoperto solo durante l’adolescenza. Credo che chi vive in una città di mare sviluppi più facilmente una tendenza all’osservazione, uno sguardo quasi contemplativo nei confronti del paesaggio, e questo nella scrittura può aiutare. Tutti i miei racconti avvengono all’aria aperta o vicino al mare. In questi spazi i personaggi mi sembrano più indifesi, meno barricati dietro le loro paure. È più facile cogliere le loro prese di coscienza mentre si muovono in un ambiente naturale, i loro gesti sono più autentici mentre si confrontano ad esempio con la purezza dell’acqua. Ma in fondo “chi ten’ ‘o mare” è un dannato, proprio come Colapesce.

Nel titolo del libro dedichi appunto il titolo a Colapesce, una delle figure leggendarie del Sud, tra Napoli e la Sicilia. Come mai questa scelta?

La prima versione della leggenda di Colapesce che ho letto è stata quella riscritta da Calvino. Mi ha subito impressionato, non tanto per gli aspetti fantastici che evoca, piuttosto per il lato oscuro e drammatico della storia. Quello di Colapesce è un dramma più moderno che mai. Cola potrebbe svelare i più grandi segreti degli abissi, ma le sue capacità sono sfruttate dai potenti di turno solo per mere curiosità. Colapesce è anche un geologo; infatti, dopo le sue immersioni, prova ad avvisare il Re dell’instabilità geologica dell’Italia, ma nessuno gli dà ascolto e lui deve sacrificarsi per salvare la Sicilia. Allora mi sono chiesto: e se oggi tornasse? Sono convinto che non cambierebbe un bel niente; se ad esempio ci dicesse la data precisa del prossimo terremoto dell’Appennino Meridionale, o la prossima eruzione del Vesuvio, il nostro governo non lo starebbe mica ad ascoltare, perché preferiremmo continuare a crogiolarci nel nostro fatalismo superficiale in attesa della prossima emergenza geologica – come d’altronde facciamo. Colapesce era e continua ad essere un personaggio scomodo. L’unica scelta di libertà valida rimane la sua fuga e il suo silenzio. Un suo ritorno sarebbe di certo breve.

Anche Ferito a Morte di Raffaele La Capria parlava di tuffi e emigrazioni, speranze del Sud e disillusioni. E’ un riferimento per te?

Assolutamente sì. La Storia non sembra essere cambiata molto, dopotutto, o meglio continua a vincere sulla Natura. Ferito a morte è ancora un romanzo attualissimo, e lo dico con rammarico. Le belle giornate del nostro golfo continuano ad ammaliarci, vorremmo poter continuare a stare immersi sott’acqua a pescare, dimenticandoci perfino di essere vivi, ma lì fuori ci aspetta il cambiamento e la disoccupazione. L’età in cui si poteva essere felici è già passata (chissà quando, non ce ne siamo neppure accorti), e ci ritroviamo in fuga da noi stessi e dalle nostre radici, in metropoli sempre più lontane dal nostro sud. Per questo, finché ne abbiamo la possibilità, è importante concentrarsi nello stile dei tuffi. Almeno, se impariamo bene la tecnica, poi avremo un ricordo di sospensione che ci potrà consolare  all’inevitabile disillusione; penseremo a quanto fu bello, per un attimo, essere stati in armonia con l’aria e il mare. La mia generazione l’Occasione Mancata non ha mai avuto neppure la possibilità di vederla di sfuggita. Dovremmo forse parlare di Promessa Mancata?

Scrivi: “È il mare che nell’età adulta diventa immobile e grigio come un lago d’inverno, incapace di essere via di fuga e di riscatto ma anche riluttante ad accogliere i nostri ritorni”. È un mare del Sud che emigra? Un mare che da speranze o che le leva?

È un mare che sembra cambiare, ma che in realtà è sempre lì, uguale a sé stesso – nonostante non più pescoso ma sempre più inquinato. Sono i nostri occhi che cambiano, e quindi in questo senso il mare è solo uno specchio; le speranze non può regalarcele e neppure negarcele. Il mare del sud è contaminato, annichilito dalle bugie sulla bonifica mancata di Bagnoli, ma conserverà sempre quel fascino unico ai nostri occhi. Se si emigra, il mare nostrum è un altro amore con cui salutarsi, perché per noi c’è solo il Mediterraneo, gli oceani fuoriescono dalla definizione di mare. Ci sono estranei come una città in cui non siamo mai stati, e il loro esotismo ci fa sentire ancora più soli e distanti dalla nostra terra (acqua).

Come è nato il libro e perché quest’esigenza di raccontare?

Questa raccolta è molto legata alla sensazione di distacco. Durante le varie stesure, ho cambiato il titolo e molti dei racconti che la compongono, ma il significato che volevo comunicare è rimasto intatto. Forse l’esigenza si è risvegliata al mio ritorno a casa dopo un lungo periodo vissuto in Australia. Non riuscivo a riconciliarmi con ciò che ritrovavo, allora la scrittura mi ha aiutato a riscoprire da dove venivo, e le storie che avevo smarrito le ho inventate.

Lucilla Parlato

Articoli correlati

Campania | 24 novembre 2017

FESTE IDENTITARIE

Tutto pronto per la festa di Sant’Andrea, il San Gennaro di Amalfi

Agroalimentare | 24 novembre 2017

IL LIBRO

Esce “Pizzaman”, la biografia di Gino Sorbillo. Storia di un pizzaiolo d’eccellenza

Cinema | 22 novembre 2017

IL FILM

Caccia al tesoro dei Vanzina arriva nelle sale. Una commedia garbata su Napoli (peccato per gli errori su San Gennaro)