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L’INTITOLAZIONE

Elisa, la figlia del fisico: “Quella Via per Gustavo Hermann, mio padre”

Attualità, Eventi, NapoliCapitale, Seconda Slide | 8 febbraio 2017

Domani, giovedì 9 febbraio, alle ore 11.00 si svolgerà, alla presenza del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris, la cerimonia di intitolazione di Via “Gustavo Hermann – fisico”. Le cerimonia si svolgerà all’altezza dell’attuale Via Napoli a Piscinola, civ. 56. Ospitiamo il ricordo della figlia Elisa, scrittrice da tempo emigrata a Berlino e collaboratrice preziosa di Identità Insorgenti.


La notizia, arriva all’improvviso una sera d’inverno, quasi come in un romanzo.

Stiamo leggendo L’arabo del futuro, il racconto delle peripezie di un ragazzino cresciuto fra la provincia francese, la Siria e la Libia. Sattouf, l’autore del fumetto, riesce a trasmettere l’ingiustizia e il disagio, ma anche i lati comici ed esilaranti di una vita fra Oriente e Occidente. Ci immedesimiamo, ridiamo. Se non che lo squillo del messenger interrompe la lettura. Resto con il fiato sospeso sullo smartphone per un secondo e mezzo: “Ragazzi qua c’è scritto che intitolano una strada a mio padre, al nonno Gustavo”. Quello che leggo è l’invito all’evento di inaugurazione della targa. Mio figlio mi prende in braccio, mio marito dice mabruk, che in arabo significa “auguri”, Io resto attonita, ferma sulla frase finale: “la memoria dei comunisti vive nelle lotte quotidiane di chi non smette ogni giorno di assaltare il cielo”.

Nel frattempo intorno a me è partito il dedalo della fantasia: ci immaginiamo passeggiare compiaciuti e impettiti per le strade di Napoli Nord, mentre io dico con finta nonchalance “io sono la figlia di quello della targa”. Ridiamo. Mio marito mi ricorda che qua a Berlino una strada che si chiama Hermann c’è già. È la Hermannstrasse che sfocia nella piazza omonima al centro del quartiere di Neukölln. È la strada degli immigrati, dei poveri, dei socialmente non desiderabili e dei rifugiati. Chi abbia bisogno di un medico che parli arabo o capisca il dialetto napoletano lo trova qua. Ultimamente la strada adiacente è stata ribattezzata “Via degli Arabi”, immaginerete perché, ma non sapete che da qualche settimana qui si trova la migliore pasticceria siriana in Europa.

Come è ormai in voga nei grandi centri europei, Neukölln è stata presa di mira dalla gentrificazione,  e così agli alimentari d’Oriente si affiancano i negozi trend di cibi biologici, e le signore ricche alternative passeggiano avviluppate nelle pashmine spingendo passeggini carenati accanto alle mamme intabarrate nelle abbaya, velo compreso, che trascinano pupi mediterranei aggrottati e inquieti.

Anche noi abitavamo in un quartiere simile, al centro di Napoli, la Salita del Petraio, dove si mescolavano fricchettoni, proletari e ingegneri. Papà, o’ prufessor’, saliva le scale lentamente e parlava con tutti, ascoltava, rispondeva, salutava ogni bambino e ogni vaiassa. Di pomeriggio spesso aiutava gli scugnizzi a fare i compiti.

Mia cugina Lucia Gallitelli Paderni lo ricorda in una bella nota personale: “un uomo che professava la giustizia sociale ma che ha sempre rispettato le idee di tutti…”. Credo che questa frase rifletta bene lo spirito di Gustavo, un uomo dall’intelligenza chiara e dal sorriso luminoso che mi diceva “combatti contro le ingiustizie, ma non contro le persone”. Si professava comunista ma dialogava con tutti. Parlava con i fascisti, discuteva con i democristiani, era sistematicamente e conseguentemente critico. Uscì dal Partito Comunista molto prima della crisi del 1956. Ricordo la sua ambascia e preoccupazione durante i giorni del sequestro di Moro.

A scuola, uno dei colleghi che più stimava era un prete cattolico insegnante di religione. Un maresciallo della Polizia lo teneva in tale riguardo da dire ai suoi uomini di “stare attenti al professore” durante le manifestazioni. E stavano attenti, perché lo sapevano che Hermann era un uomo di pace, che si impegnava per la giustizia di tutti, e i poliziotti li chiamava “figli del popolo”, a unisono con Pasolini.

Rileggo per la terza volta il testo dell’invito: “il quotidiano”, “le lotte…”. Papà viveva nel quotidiano, ma dal quotidiano guardava continuamente al mondo. La casa era sempre piena di gente che veniva da ogni angolo della terra. Leggeva riviste africane, andò in Cina e in Albania. Si impegnava, per tutto quello che era giusto e per tutti, senza mai giudicare, e non ha mai assaltato nessuno, figuriamoci il cielo.

Il cielo gli piaceva perché amava volare. Nei momenti più raccolti ci raccontava che da ragazzo voleva diventare pilota; di quella passione giovanile aveva conservato l’amore per l’aeronautica e per gli uccelli. Mi raccontava una storia scurrile da lui intitolata La mazzafionda. Parlava di un bambino che ad ogni occasione chiedeva sempre lo stesso oggetto, una specie di catapulta in miniatura, la mazzafionda, appunto. Non ricordo più esattamente i particolari del racconto, ma la morale ce l’ho ancora presente: “insisti su quello che ritieni giusto, anche se agli altri il tuo scopo sembra solo una fissazione, perseguilo, non darti mai per vinta”.

Guardo Napoli da lontano, vedo l’Italia che affonda e gli italiani – comunisti compresi – che si piangono addosso, mentre gli immigrati tengono a galla la loro economia sgobbando in silenzio; gli italiani che emigrano di nuovo e quando arrivano a Berlino la prima cosa che notano è che “qua ci sono troppi turchi e troppi arabi” e non vogliono mandare i figli nelle classi di accoglienza con i mediorientali.

Cammino per Neukölln e vedo il Petraio, per la testa mi balenano gli slogan passati, le mode presenti e i fantasmi futuri. Negli ultimi anni della sua vita Papà diceva di avere paura. Il mondo era diventato troppo veloce, troppo tecnocratico, troppo disumano per lui. Non fece in tempo a vedere il crollo dei regimi dell’Est europeo, l’avvento dell’impero dell’elettronica, i disastri nel Medioriente, il nuovo terrorismo.

Non so che cosa direbbe del mondo di oggi, ma mi ricordo che, con fantasiosa premonizione, ebbe un’idea per la coesistenza armoniosa delle religioni: venerdì, sabato e domenica liberi per andare in moschea, in sinagoga, in chiesa, a piacimento. Una versione molto più gioiosa ed esilarante del “lavorare meno – lavorare tutti” in voga allora.

Personalmente non credo che si definirebbe ancora comunista, se non per nostalgia. Probabilmente oggi darebbe lezioni private gratuite ai bambini immigrati, come faceva allora con i figli della gente del popolo, e avrebbe ospitato molti profughi, senza chiedere di che partito sono e che fede professano. Forse riderebbe con noi leggendo Sattouf.

Se un giorno per le vie di Scampia un bambino mi dovesse chiedere “chi era quello della targa?” risponderei: un uomo che non ha mai smesso di amare la libertà e di credere nell’umanità. Io sono sua figlia, sono felice che il tempo tolto alla famiglia sia stato investito per il bene di molti e grata a chi ha avuto l’idea di riconoscerlo e ricordarlo.

Da oggi a Napoli ci sarà una strada intitolata a mio padre, Gustavo Hermann. Mabruk.

© Elisa Hermann, 2017 – Ogni diritto è riservato.

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