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MADE IN SUD

Perché non ci fa ridere il programma Rai condotto da D’Alessio. Sicuri che la comicità partenopea sia questa?

Attualità, Media e new media, Seconda Slide | 23 marzo 2017

 

 

L’altra sera, facendo zapping, mi sono imbattuto nella replica della puntata di Made in Sud della settimana scorsa. Ritenevo strano che raidue trasmettesse in prima serata la replica di una puntata di Made in Sud. Infatti non era una replica, era proprio una nuova puntata, cioè, nuova proprio no. Usata, ecco. Riciclata, meglio.

Perché ormai il giochetto della vis comica dell’era moderna è chiaro: costruire l’ossatura di uno schetch e riproporlo settimana dopo settimana con le stesse situazioni, recitate (ehm… recitate?) allo stesso modo, con le stesse battute, gli stessi tormentoni ed infine… le stesse risate.

Risate che nascono rarissimamente da un reale effetto comico, ma piuttosto per un automatismo indotto dalla stessa logica del famoso “tormentone” che uccide la comicità, la umilia, la massacra. (Guarda, caro pubblico, sto per dire “fai schifo” in modo stridulo, sappi che devi ridere, ok?) Quanto vale una risata se un minuto dopo aver riso non ricordo il perché ho riso? Ecco, questo è, ed è sempre stato Made in Sud, un distributore di risate automatiche, un programma comico con una singolare particolarità: la quasi totale assenza di comicità. Uno schema fisso, colorito da un botta e risposta tennistico di doppi sensi e battute mediocri.

Uno schema talmente forte che nei rari momenti in cui si cerca di uscirne fuori per dare spazio a scene più recitate (mi viene in mente lo schetch degli Arteteca dell’appuntamento al buio), si respira la tensione di chi cammina su un filo sospeso nel baratro, tra vuoti di scena e impacciati accavallamenti di battute.

Nonostante tutto, sarebbe stupido negare che Made in Sud sia (sia stato? per l’insuccesso di questa serie pare sia stato spostato ad altr giorno nel palinsesto, ndr) un programma seguito dal popolo, anche se i dati auditel quest’anno sembrano destinati a scendere ancora. Che è successo? È successo che il pubblico si è stufato di mangiare sempre la stessa minestra, sempre più fredda ed insipida. Hai voglia a mettere sale e pepe, il risultato sarà sempre un’indigestione, o al massimo una notte in bagno.

Messi da parte tecnicismi e pareri personali, veniamo ad un punto saliente, che sta creando non poche discussioni: Gigi D’Alessio. Non voglio parlare dell’uomo Gigi D’Alessio, né del cantante. Per gusti musicali personali non sono propenso ad apprezzare la musica di D’Alessio e trovo che le sue incursioni cantate poco giovino ad un programma già a terra. Non voglio nemmeno parlare dei motivi per i quali D’Alessio sia stato chiamato ala conduzione di Made in Sud, c’è chi dice “sta llà pecchè sta chino ‘e riebbete”. Embè? Non ci sarebbe niente di male nell’accettare un lavoro che ti permette di guadagnare qualcosa per riparare a probabili problemi economici.

Voglio parlare del D’Alessio monologhista. Figura che mi desta molta curiosità. Certo, non bisogna essere molto severi con Gigi. Non è un attore, non possiamo aspettarci la reincarnazione di Vittorio Gassman. Ma sui contenuti dei suoi monologhi ci sarebbe moltissimo di cui discutere.

È sincero quando tesse le lodi della Napoletanità? È sincero quando ne esalta la storia? Non so a voi, ma a me ha dato l’impressione dei bambini quando recitano la poesia di Pasqua. Una pappardella imparata a memoria, recitata con poca convinzione e con qualche pausa ad effetto per creare quel giusto pathos che serve ad arruffianarsi i pareri di chi, forse soltando per moda, finge di riscoprire l’identità partenopea, un’identità che è forte, che oggi più di ieri è presente nel lavoro di tanta gente che vede nel risveglio culturale un’alternativa concreta alle contraddizioni di questa città.

E poi, caro Gigi, cari autori di Made in Sud, non ha troppo senso propinare monologhi sulla grandezza culturale di Napoli all’interno del contenitore Made in Sud, un contenitore che sinceramente con la cultura partenopea ha veramente pochissimo a che fare. Direi niente a che fare. Che senso ha strizzare l’occhio ad un racconto identitario se quell’occhio è già “ammarrato” dal cazzotto della mediocrità che lo stesso programma elargisce in quantità industriali? Cioè, con tutto il cuore, non si può sentire nominare Ferdinando IV dopo “vita cuore e battito”. È come dire “Ua, quanto è buona la pizza” mentre mangi, voracemente e senza gustare, il nuovissimo Crispy Mc Merda. Non so se ho reso l’idea.

Detto questo resta l’amaro in bocca, per i tempi che viviamo, per una comicità che non c’è più, per un sistema che ormai funziona così. Peccato. Mi sarebbe piaciuto se Made in Sud fosse stato uno di quei programmi dedicati alla vera comicità. Un programma dedicato a tanti attori napoletani che fanno dell’ottima comicità e che restano relegati nei piccoli teatrini (sempre siano lodati!). Ci avrei fatto il provino, o forse l’ho già fatto e sono stato scartato, magari perché sono un cane (probabile) o perché dicevo cose non adatte a quel contenitore (probabile anche questo). Tuttavia, al di là del programma, resta il pubblico. Se volete vedere Made in Sud sintonizzatevi su Rai Due il mercoledì sera, o magari registrate una puntata soltanto e vedetevela una volta a settimana, tanto è la stessa identica cosa.

“Siamo tutti quanti Made in Sud”? No, grazie. E poca confidenza.

Ciro Fiengo

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