lunedì 23 ottobre 2017
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MANCATE BONIFICHE A PROCESSO

Bagnoli, vergogna italiana: chi ha inquinato non sarà mai punito come meriterebbe

Ambiente, Giustizia, Italia, NapoliCapitale | 10 ottobre 2017

Lo scorso venerdì 6 ottobre, si è tenuta la requisitoria dell’accusa al processo per la mancata bonifica dell’area dell’ex Italsider. La PM Stefania Buda ha richiesto otto condanne per truffa aggravata ai danni dello Stato e per disastro ambientale. Oltre che per gli ex dirigenti della Bagnoli Futura (Gianfranco Caligiuri e Mario Hubler), sono state richieste diverse condanne per ex direttori di vari organi statali coinvolti nella presunta truffa (bonifica); basta leggere i loro incarichi (per alcuni di essi tutt’ora in vigore) per comprendere la profondità del sistema corruttivo che viene dipinto: ex vicesindaco di Napoli (Sabatino Santangelo), ex dirigente generale del Ministero dell’Ambiente (Gianfranco Mascazzini), direttore generale del Centro Campano Tecnologia e Ambiente (Maria Palumbo), dirigente Area Ambiente della Provincia di Napoli (Maria Teresa Anna Celano), dirigente ARPAC (Alfonso De Nardo), coordinatore del Dipartimento Ambiente del Comune di Napoli (Giuseppe Pulli)!
Non è facile per la PM riassumere due decenni di caratterizzazioni geochimiche, progetti di bonifiche abortiti, varianti e varianti, opere ingegneristiche non funzionanti, valzer nella destinazione d’uso del suolo da residenziale a commerciale, analisi chimiche e controanalisi, Coppa America, sequestri, colmata e Parco dello Sport.
L’accusa ha ribadito che il processo è nei confronti delle scelte, e non delle azioni pratiche con i quali i protagonisti non hanno eseguito la bonifica. Scelte che erano mirate non a bonificare l’ex area industriale, ma ad appropriarsi di fondi pubblici con artifici, raggiri e menzogne.
La truffa – se di truffa potremo parlare – non sarebbe stata orchestrata con machiavellico ingegno, nonostante le tante voci importanti coinvolte nel coro; non dovremmo immaginarci piani complessi per appropriarsi di fondi pubblici degni di film hollywoodiani. Questo non sarebbe un film d’azione. Banalmente si sarebbe trattato di una grezza e maldestra improvvisata sul filo dei mancati controlli. Quello del sistema del controllo è un punto debole della democrazia italiana: basta inserirsi nel meccanismo e guastarlo a proprio tornaconto per bypassarlo cercando alleanze, o addirittura provando a gestire organo di controllo e organo da controllare.

Di sicuro, un punto su cui si è soffermata la PM è il vistosissimo conflitto di interessi: i responsabili della bonifica, ai vertici di Bagnoli Futura, erano imparentati con chi gestiva il CCTA (Centro Campano Tecnologie Ambiente), il laboratorio di analisi chimiche incaricato. E che laboratorio! Non certificato, le analisi che forniva erano senza controlli di qualità, analisi che comprendevano l’impossibile valore zero (in natura, in geochimica, non esiste, può soltanto significare che lo strumento utilizzato ha un limite di rilevabilità troppo alto e per questo non riesce ad apprezzare la concentrazione), analisi che inizialmente neppure ricercavano i policlorobifenili (PCB); analisi, forse, addirittura false e falsate, ma di sicuro inaffidabili e incerte.
Al fianco del Pubblico Ministero siede Benedetto De Vivo, professore di Geochimica all’Università di Napoli Federico II, Consulente Tecnico della Procura della Repubblica in questo processo. Lui è “un po’ fissato con queste analisi chimiche di qualità”, che, oltre a essere eseguite da laboratori certificati, che si trovano all’estero e quindi imparziali, per giunta, hanno il “difetto” di costare un quarto di quelle eseguite dall’ARPAC o di quelle che si trovano sul mercato italiano.

Il disastro ambientale citato dall’accusa, doloso (intenzionale) o colposo (imperizia/inattitudine) che sia, sarebbe scaturito dall’aspetto più inquietante ed emblematico della vicenda: la matrice ambientale (l’inquinamento del suolo e dei sedimenti marini da parte di IPA e PCB) risulta peggiorata dopo gli interventi sciatti con cui la Bagnoli Futura ha simulato di compiere la bonifica! Il tentativo di abbassare la concentrazione degli inquinanti nel suolo, in modo tale da non essere costretto a smaltirlo in una discarica speciale, non ha fatto altro che espandere la contaminazione in aree precedentemente non affette, facendo restare gli inquinanti in situ, come quando si sfrega una macchia di olio sulla tovaglia con un tovagliolo: non si fa altro che peggiorare la situazione. Inoltre, in seguito al soil washing impropriamente eseguito, gli inquinanti si sono accumulati nella frazione fine del suolo, ed ora la loro rimozione risulta ancor più complessa.
Sarebbe stato meglio augurarsi che tali addetti ai lavori non “mettessero proprio mano”. Perché, se oltre al classico scaricabarile per discolparsi chiameranno in causa la buona fede delle loro azioni, dovranno anche accollarsi l’appellativo di ignoranti, sottolineando la proprio sciatteria e incompetenza tecnica, che, a mio avviso, per questioni simili dovrebbe essere ugualmente punita. La Legge non dovrebbe ammettere incapacità che determinano un rischio ambientale.


Porto solo un esempio: la difesa ha sostenuto che gli inquinanti, che oggi infestano i sedimenti marini antistanti la colmata come una lingua velenosa tra i due pontili, provenissero dal mare, dal largo! Sappiamo bene che invece è per via della barriera idraulica, che avrebbe dovuto bloccare il flusso sotterraneo degli inquinanti trasportati dalla falda, e che non ha ricevuto l’adeguata manutenzione per un’imperdonabile imperizia. Qualche consulente degli imputati ha addirittura sostenuto che la presenza dei contaminanti organici (IPA e PCB) sarebbe determinata dalla presenza di giacimenti di petrolio, al di sotto dei terreni ex industriali, ad una profondità di meno si 100 metri, e in sedimenti vecchi di circa 10.000 anni! Il consulente che ha sostenuto questa palese idiozia, è tra l’altro un docente di geologia della Federico II; a questo punto viene da chiedersi se tale autorità possa davvero ignorare i requisiti di formazione del petrolio (no, purtroppo è impossibile che ci siano giacimenti di idrocarburi nei Campi Flegrei)…
Inquisiti e avvocati difensori si confondono nell’aula affollata. Ascoltano in silenzio e borbottano sottovoce. Non sembrano preoccupati, di certo non sembrano affatto vergognarsi. Il tempo gioca a loro favore. I reati di truffa sono quasi già andati in prescrizione. Bisognerà sperare che per il Tribunale sussista il reato di disastro ambientale, che ha tempi di prescrizione più lunghi.
Presenti all’udienza, come sempre in prima linea per la difesa del territorio, gli esponenti di Bagnoli Libera e l’architetto Giuseppe Cristoforoni.
Una condanna, anche simbolica, anche se di certo nessun indagato sconterà nemmeno un singolo giorno in galera, è auspicabile per il decoro dello Stato. L’Italia non potrà mai scrollarsi di dosso questa vergognosa vicenda, Bagnoli è l’emblema della sua sconfitta, la bandiera della sua assenza; e in ogni caso ci sarà qualcuno che continuerà a ricordarglielo. Ma è per il suo bene, non certo il per nostro, per provare a riacquistare un briciolo di credibilità e decoro ai nostri occhi che un Paese dignitoso dovrebbe augurarsi una condanna, per quanto poco possa servire. Nessuno ci potrà restituire venti anni di immobilismo e venti anni di esposizione a composti chimici potenzialmente tossici per la nostra salute che pagheremo, certo che pagheremo; nessuno potrà compensare la disillusione, l’angoscia, la più totale sfiducia e diffidenza, il fortissimo rancore che abbiamo maturato nei confronti dello Stato e di qualunque organo pubblico.

Marco Cavaliere

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