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MEMORIE UTILI

Quella tribù chiamata Napoli secondo Pasolini

Cultura, NapoliCapitale | 7 marzo 2018

96 anni fa e un giorno fa, 6 marzo, nasceva Pier Paolo Pasolini. Nel post elezioni di questa Italia, ricordare il  suo rapporto speciale con la tribù Napoli, come ebbe modo di definirla, ci aiuta anche nella rilettura profonda del mito della città. Partenope non è morta, è eternamente il desiderio di un legame pericoloso, ambiguo e meraviglioso, secondo il vangelo laico di Pasolini.

La tribù del film Accattone (1961) era doppiata dagli attori della compagnia di Eduardo e non ci fu mai una seconda occasione di collaborare tra i due, malgrado a casa De Filippo fosse arrivata nel settembre del 1975 la sceneggiatura di “Porno-Teo- Kolossal”. Ma, come tutti sappiamo nella notte tra i santi e morti dello stesso anno, Pasolini finiva i suoi giorni nella polvere di un omicidio (per una curiosa coincidenza in quello stesso giorno, decenni dopo, morì anche de Filippo). Fu Eduardo a dedicargli versi bellissimi tra il laico e il religioso per la sua morte: “ a darci ancora/ la fede e la speranza/in Cristo povero”.

Il coraggio di Pier Paolo si era spinto fino a chiedere a Totò di diventare attore drammatico in “Uccellini e Uccellacci” del 1966, per passare al visionario Totò/Otello del teatro dei pupi nella sintesi della cultura teatrale del Regno delle due Sicilie, partendo dalla grecità e passando per  Shakespeare fino a Modugno in “Che cosa sono le nuvole”. Non possiamo inoltre non ricordarci del visionario Totò saltimbanco così napoletanamente tragico in “La terra vista dalla luna” (1967).

E per capire il rapporto tra Napoli e Pasolini dobbiamo per forza citare il “Decameron” del 1971 ispirato al nostro Boccaccio napoletano, banchiere pentito e aspirante poeta. Napoli vista nel 1300 con gli occhi di un pittore giottesco, con Santa Chiara di ponteggi e colori perduti, e Andreuccio rificcarsi ancora una volta nel sarcofago della sua Cappella Minutolo nel duomo di San Gennaro. Pasolini ci ha mostrato la costiera dei conventi ambigui e di quei giardini eterni, quando a Ravello Masetto da Lamporecchio era interpretato da Vincenzo Amato, nientemeno che il giardiniere di Villa Rufolo. Anche per quel film scelse attori di primo piano allora dal teatro di Napoli: da Angela Luce a Giacomo Rizzo (e Martone lo cita in “L’amore molesto” proprio attraverso la Luce).

E ancora, come non ricordare le lettere a Gennariello, l’immaginario scugnizzo delle Lettere Luterane (1975), con cui Pasolini dialoga di aborto, tolleranza e politica: sembra quasi di rivedere una scultura di Gemito o uno dei volti tragici di Antonio Mancini.

«Ho scelto Napoli per il Decameron perché Napoli è una sacca storica: i napoletani hanno deciso di
restare quello che erano, e, così, di lasciarsi morire» così nell’intervista del 1970 a Dario Bellezza, concetto ampliato e spiegato invece in un’altra chiacchierata, con Antonio Ghirelli, in La Napoletaneità del 1976: “ Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità(..) La vecchia tribù dei napoletani, nei suoi vichi, nelle sue piazzette nere o rosa, continua come se nulla fosse successo a fare i suoi gesti, a lanciare le sue esclamazioni, a dare nelle sue escandescenze, a compiere le proprie guappesche prepotenze, a servire, a comandare, a lamentarsi, a ridere, a gridare, a sfottere(…) I napoletani hanno deciso di estinguersi, restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili e incorruttibili”.

Il rapporto tra Napoli e Pasolini passa per mille strade ancora di un vangelo laico nella terra che ha
ospitato nel rinascimento più eretici che santi. Come un santino votivo quella foto con Maria Callas in un vicolo, quando era scoppiato l’amore nel golfo dopo la Medea (1969). Siamo nel settembre 1970, due divi all’apice tra il baratro e il successo, abbracciati ed eternamente felici si voltano: restano le belle lettere d’amore e di pensieri trai due. Liquidato come un amore impossibile è invece il più napoletano di tutti. Pier Paolo Pasolini e Maria Callas, hanno incarnato l’amore della vera partenia, quella condizione tutta greca che dà il nome alla nostra città.

Partenope non era affatto casta e vergine, né mai si è suicidata per amore, come hanno inteso malamente tante riletture. Partenope rimanda ad una condizione profonda, di nubilato eterno potremmo dire, poiché nella Grecia antica è vergine non chi non fa sesso, ma chi non prende marito e casa. La partenia è uno statuto speciale, una condizione della donna libera con gli uomini e anche con le donne, ma legata al capriccio delle divinità. Pasolini e Maria Callas in quella foto, dei loro stessi e mortali, ci aiutano a scoprire uno dei segreti più profondi di Napoli. Se Partenope non fosse stata libera e allo stesso tempo “vergine” nell’accezione greca, non esisterebbe la sua tentazione: la tentazione di Ulisse a restare, e come lui qualunque navigante, e non tornare più alla legittima casa. Non era l’attesa di Cimone, uno solo, a rendere Partenope immortale, non è il loro legame struggente a rendere eterna la sirena: “Parthenope non è morta (..) E’ lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori, è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene”. Partenope è libera di darsi di nascosto a chi crede, in eterna attesa di cambiare stato civile. Partenope è perennemente sospesa nel desiderio. Così profondamente Pasolini aveva percepito Napoli, da vivere la più incredibile delle storie d’amore: un amore emancipato dal genere e dai sensi. Come è la sirena, barbuta con le mammelle nell’iconografia più antica.

Rossana Di Poce

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