lunedì 23 ottobre 2017
Logo Identità Insorgenti

MITARIELLO

La leggenda di palazzo Penne, il palazzo del Diavolo

Cultura | 2 ottobre 2017

Leggenda di palazzo Penne, palazzo del diavolo.

“I left alone my mind was blank
I needed time to think
to get the memories from my mind

What did I see can I believe
that what I saw that night
was real and not just fantasy

Just what I saw in my old dreams
were they reflections of my warped mind
staring back at me”

Napoli, 2017.

Un ragazzo passeggia con gli Iron Maiden che pompano nelle cuffie di Batman seguendo distrattamente una comitiva di turisti che si aggirano presso largo Banchi Nuovi al seguito di una guida turistica.

“e questo è il famoso Palazzo penne, chiamato anche Palazzo del Diavolo..”

Chiude gli occhi.

inspira profondamente.

e pensa a lei.

Napoli 1438

Impazza il Rinascimento Napoletano

« XX ANNO REGNO
REGIS LADISLAI
SUNT DOMUS HEC FRACTE
MILLE FLUUNT MAGNI
BIS TRES CENTUMQUATER ANNI »

(Incisione nel profilo curvo dell’arco)

“io l’amo..”

“signor Penne scusate, voi l’amate. Ma quella tiene una fila di pretendenti che manco l’apple store di caserta quando lanciano un nuovo modello”

“apple store? o’fruttaiuol?”

“ah è, giusto state qualche secolo di anticipo. non ci pensate, e poi una che tiene pretese cosi alte…”

E si perché la ragazza avendo ricevuto molte offerte di matrimonio da parte di illustri e possidenti uomini, gli disse che se avesse voluto realmente sposarla avrebbe dovuto compiere una grande impresa, ribadendo che lo avrebbe sposato se fosse riuscito a costruirle un palazzo in una notte sola.

“antò te lo dico, senza prima la casa io nun t spos. Al corredo ci pensa mammà.”

“amò non t’preoccupà, teng nu bellu post. Sono consigliere del re Ladislao di Durazzo”*

(*tizio interessante assai tra l’altro, voleva unificare l’italia circa 400 anni prima il risorgimento.

E tiene un parco dedicato, il parco di Re Ladislao, un piccolo polmone verde di 4.500 mq nascosto a ridosso della Chiesa di San Giovanni a Carbonara, nel cuore del centro antico della città, molto bello. Portateci la uagliona)

“o sacc vita, si tropp bell quando vai a faticà arrevvoti abbasccio o’puort. Però cuore, se davvero mi ami voglio che tu lo costruisca in una notte”

capite il dramma di cui parlano Gennaro e Penne?

“facciamo cosi” disse Gennaro. “L’unico che ci può aiutare è Marsilio Ficino”

“ma come fai a sapere certe cose?” lo guardò incuriosito Penne

“google, ehm cioè leggo e sono curioso invece di avere la mutanda in testa”

Andarono a parlare con il Ficino, ma l’unica cosa che gli consigliò fu di rivolgersi, tramite rito neoplatonista* direttamente a satana.

« Lo ‘mperador del doloroso regno
da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia. »
(Divina commedia, inferno vv. 28-29)

e cosi fecero.

Chiese aiuto al diavolo, promettendogli in cambio la sua anima.

Il giovane però, su suggerimento di Gennaro, firmò il patto con il suo stesso sangue ma inserì una piccola clausola.

Penne avrebbe ceduto la sua anima solo se il demonio avesse contato tutti i chicchi di grano che egli avrebbe sparso nel cortile del palazzo da costruire.

Finito il palazzo rimasero li ad ammirarlo.

Era talmente bello che le persone di passaggio lo guardavano finanche con punte di invidia e finta gioia , tipo come le uaglione fra loro quando escono, “tesò, stai tropp bell” “ammor mi, stai spaccann cu sti leggins” anche se vorrebbero prendersi talmente a lamate e strascini che neanche in un matrimonio gipsy.

Scusate dicevo, punte talmente alte di invidia che fece scrivere nell’arco d’ingresso «QUI DUCIS VULTUS NEC ASPICIS ISTA LIBENTER OMNIBUS INVIDEAS INVIDE NEMO TIBI » (tu che giri la testa, o invidioso, e non guardi volentieri questo palazzo, possa di tutti essere invidioso, nessuno lo è di te, una frase di Marziale) praticamente un quattrocentesco e vrenzolissimo #soffritemi.

A palazzo costruito, fu il momento della “prova”.

Penne sparse nel cortile grano, ma anche pece: i chicchi di grano si attaccavano alle mani del demonio e questi non riusciva a contare. A quel punto il protagonista si fece il segno della croce a mana smerza, come raccontavano gli antichi, e con questo gesto aprì una voragine nella quale il diavolo sprofondò. Si formò un pozzo, ora chiuso, che è però ancora visibile a chi visita l’antico e meraviglioso palazzo rinascimentale partenopeo e vissero tutti e due vrenzolarmente felici dopo un banchetto alla sonrisa, per cento anne (Cit.)

Epilogo.

Gennaro passeggia lungo il porto antico con la luna ad illuminare i solchi scavati dai marinai trascinando in mare le barcacce da pesca , caccia la moleskine e scrive la prima canzone che gli sovviene nelle orecchie.

“Fly me to the moon
Let me play among the stars
Let me see what spring is like
On a-Jupiter and Mars
In other words, hold my hand
In other words, baby, kiss me”

Aniello Napolano

Nota storica: Palazzo Penne venne costruito nel 1406, come ricordato dall’epigrafe posta sul portale, da Antonio Penne, segretario del re Ladislao di Durazzo, in prossimità del piccolo largo che rappresentava il primo ingresso alla città. Nel corso dei secoli il palazzo passò a diverse famiglie nobili: prima quella dei Rocco, quindi quella dei Capano (principi di Pollica e baroni di Velia) iscritti al seggio del Nilo, che ne mantennero il possesso per circa 150 anni, fino a quando Marco Antonio Capano lo perdette per debiti di gioco. Nel 1683 divenne sede dell’ordine clericale dei Somaschi. Nel XVIII secolo fu acquistato da un vulcanologo, Teodoro Monticelli, che vi ubicò la sua collezione. Il pregevole portale d’ingresso, posto sulla facciata principale del palazzo, rappresenta un arco depresso, tipico del periodo durazzesco e molto diffuso in tutta la città.

In entrambi gli angoli superiori sono posti gli stemmi della famiglia Penne, mentre al centro sono scolpiti a rilievo alcune figure in stile tardogotico. La leggenda vuole che il palazzo sia stato costruito in una sola notte da Belzebù in persona, per volere di Antonio Penne (o di tal Giovanni Penne, funzionario francese)che aveva con lui suggellato un patto col sangue. Penne si era infatti innamorato di una bellissima donna, che per sposarlo, gli aveva chiesto di costruirle un palazzo in una notte sola. Per accontentarla, Penne aveva chiamato in suo aiuto il diavolo: gli avrebbe dato la sua anima in cambio del palazzo. Il patto conteneva però una clausola aggiunta da Penne: il dovuto sarebbe stato pagato a Belzebù se fosse stato capace di enumerare quanti chicchi di grano erano stati sparsi nel cortile del palazzo. Una volta terminata la costruzione, il diavolo contò in pochi minuti il grano, ma il numero che diede a Penne era sbagliato di cinque chicchi e dovette rinunciare all’anima dell’oramai proprietario del palazzo. Belzebù era stato ingannato perché, assieme al grano, era stata sparsa anche della pece nel cortile, che aveva fatto incollare alcuni chicchi sotto le unghie del diavolo, facendolo sbagliare nel conteggio.

Articoli correlati

Mitariello | 22 ottobre 2017

IL MITARIELLO

Di tutto è capace il Munaciello che scorrazza nelle case partenopee

Cultura | 20 ottobre 2017

IL CONVEGNO

A San Lorenzello antropologi e esperti si confrontano su Pulcinella, patrimonio dell’Umanità

Cultura | 18 ottobre 2017

CON NARTEA

Tour teatralizzato tra gli altarini di Napoli: “Facimmece a croce”