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MONDO NAPULITANO

Sindrome Cinese a Piscinola

Mondo Napulitano | 24 marzo 2017

 

 

Piscinola. Periferia nord al confine con Scampia. Sotto il ponte della metro, al coperto, un “posto di frutta”. Scaffali in metallo, cassette straripanti di mercanzia a prezzi popolari. Lui, il fruttivendolo, mezz’età, capelli lunghi e bianchissimi come la barba, occhi piccoli-azzurri-pungenti. Mi fermo per fare la spesa e chiedo se ha dell’aglio ”ma non d’importazione cinese” raccomando. “Signooooora” mi punta gli occhi in faccia come se avessi bestemmiato in chiesa, “per carità, non esistono più!! “. E’ scandalizzato dalla mia incompetenza: “mò sono tutti spagnoli, sudamericani e forse, italiani”. Abbozzo un sorrisetto incerto e faccio spallucce.

”I cinesi mò fan ati ‘ccos”, continua ombroso “quelli fra poco ci prendono a lavorare loro a noi “ Muove le braccia avanti e indietro con la busta coi friarielli che ondeggia. Nel mentre, arriva il caffè. Alle sedici e trenta ci vuole. Lo porta l’aiuto-verdummaro, un tipo smilzo, con spesse lenti da miope e cappellino di lana verde. Cammina dinoccolato, incrociando le gambe troppo magre nel calzone beige a costine di velluto, tendendo le braccia avanti e girando contemporaneamente la stecchetta nel caffè, porgendolo sollecito al “capo”, che vede la mia espressione allibita da tanta fretta borbottando che non gli piace freddo ma offrendomene un po’. Al mio diniego, continua: ” Quelli (i cinesi) sono stati furbi, la conquista l’hanno fatta cinquant’anni fa “. Beve di un fiato, butta il bicchierino facendo canestro in una cesta e unisce gli indici e i pollici a formare un rettangolo. (Nel frattempo l’aiutante subentra e mi fa un chilo di mele annurche)“La vedete questa? “ – il rettangolo appunto e faccio di sì senza capire “ è una macchina fotografica. La rivoluzione l’hanno fatta con questa”. Faccio un sorriso di sbieco. Tenendo sempre le dita a rettangolo, se le mette davanti agli occhi e finge di fare una foto, schiacciando pure il tasto. Ipnotizzata, seguo la direzione con lo sguardo. “Lo vedete quel cassonetto là? E’ bastata questa “. Rifà la finta foto (era sfocata quella di prima, penso ridacchiando tra me) con la finta macchinetta e continua: “sono andati al paese loro, lo hanno fatto fare a quei poveri maronn che lavorano notte e giorno e poi sono venuti qui e hanno detto: lo vuoi questo cassonetto a dieci euro invece che a venti ? E noi, – disegna un cerchio nell’aria con l’indice – sciem sciem, ci siamo cascati e mò sta tutt man ‘a loro”. Annuisco incantata da questa lezione di economia mordi e fuggi tradotta nel pragmatismo napoletano. Mi guarda pensoso scuotendo con la testa come per liberarsi da pensieri malsani e, scrollando le spalle, si avvia alla cassa per farmi il conto. Mi dà lo scontrino, sorride e mi saluta con un “c’amma fa” sussurrato, che racchiude in sé rassegnazione e fatalità. L’idea della rivoluzione fatta a colpi di macchina fotografica è una visione affascinante. In fondo, se ci riflettiamo, il linguaggio iconico è quello più immediato: tanti i social che si basano sulle foto. Uno per tutti: Instagram, che racconta la vita proprio attraverso storie fotografiche. Forse non ci rendiamo conto essendone totalmente immersi, un po’ come la rana bollita di Chomsky, ma lentamente ed inesorabilmente il nostro modo di comunicare è diventato sempre più meno parlato e molto più guardato. Un moderno voyeurismo mass mediatico che, se da un lato ci aiuta a comprendere meglio e ad essere sempre lì,sul pezzo, dall’altro ci impoverisce sempre più. Forse la neolingua prospettata da Orwell in 1984 non è poi così lontana dalla realtà. Stiamo perdendo le parole, sempre più connessi ma sempre più distanti.

Monica Capezzuto

 

 

 

 

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