NAPOLETANO E WEB / “Vongole napulitane” su fb: intervista con Gianna Caiazzo

vongole napoletane

Proseguiamo il nostro viaggio tra le testimonianze della lingua napoletana incontrando Gianna Caiazzo, l’amministratrice del sito e della nota pagina facebook Vongole napulitane.

Una pagina che conta ad oggi quasi 170.000 fans: per questo l’abbiamo scelta come rappresentante della tendenza spontanea alla tutela e alla diffusione della lingua e della cultura napoletana che si sta manifestando in questi anni, nonché, in virtù del suo folto gruppo di fans, come osservatrice della realtà culturale e linguistica campana.

“Oggi fioriscono tante pagine dedicate alle tradizioni, ai luoghi e alla cultura di Napoli. Non ci sono altrettante pagine su altre città, come Roma o Milano!” ci dice “Tutto questo amore disinteressato ha contribuito a una narrazione diversa della città.

Il napoletano è stato il miglior promotore della città di Napoli, perché le persone sono innamorate.”

Gianna Caiazzo è un’amante della lingua e della cultura napoletana, che difende e diffonde da circa dieci anni soprattutto con la pubblicazione di proverbi e delle poesie di cui è autrice, in lingua napoletana: tutto questo in maniera completamente gratuita, soltanto per passione.

La riscoperta dell’orgoglio per la propria identità che si sta diffondendo a Napoli e in Campania, anche grazie alle tante pagine web nate negli ultimi anni, è ormai un fenomeno di dimensioni tali da meritare la massima attenzione.

Di pari passo con questa riscoperta, si fa sempre più strada tra le persone, come scopriremo più avanti nell’intervista, il bisogno e il desiderio di potersi rifare a un modello per poter scrivere bene in lingua napoletana.

‘O sango vo’ dicere e nun vo’ essere ditto.” continua Significa che, anche se si parla male del proprio sangue, dei propri parenti, non si vuole sentire gli altri, che non appartengono al sangue, fare lo stesso.
Esiste una sorta di legame di sangue tra i napoletani e la propria città. Sono molto critici nei suoi confronti, ma non tollerano che chi sta all’esterno faccia lo stesso. Proprio questo traspare nel web: una forte autocritica, ma al contempo una difesa strenua della dignità di Napoli di fronte al mondo. Sebbene spesso si cada nei luoghi comuni, questo è un fatto nel complesso molto bello.

Il web è stato fondamentale nell’offrire possibilità di espressione a persone che tempo fa non ne avrebbero avute: ha offerto enormi spazi di dialogo e confronto, la mia pagina ne è un esempio. Spesso, quando pubblico un proverbio nella versione che io conosco, mi capita che qualcuno ad esempio proveniente da un posto diverso della Campania, che so, dall’Irpinia ad esempio, mi scriva il proverbio nella versione che conosce, e nascono delle discussioni molto stimolanti.”

È stato proprio il web 2.0, quello personalizzato dei blog e di facebook, producendo forme di comunicazione scritta più spontanee, che oscillano tra pubblico e privato, a riportare il napoletano nella comunicazione scritta, dalla quale era stato brutalmente escluso dalle politiche linguistiche di stampo fascista, rimaste sostanzialmente invariate negli attuali ordinamenti scolastici. Lo conferma con la sua esperienza Gianna Caiazzo:

“Molte persone hanno trovato finalmente la possibilità di esprimersi in maniera più libera e spontanea; hanno potuto dare sfogo all’esigenza prima sopita di scrivere così come parlano, nella lingua che parlano abitualmente: il napoletano, appunto.”

Proprio queste preziose possibilità che il web ha aperto hanno reso urgente più che mai l’esigenza di potersi rifare ad un modello riconosciuto per poter scrivere bene in napoletano.

“In una parte delle pagine nate in questi ultimi anni, il napoletano non è scritto correttamente. Da ciò che ho potuto constatare nei social, ci sono molte persone che non amano essere corrette e si accontentano di forme di napoletano scritto molto discutibili, come la classica grafia senza vocali finali o senza alcuna vocale!
D’altra parte c’è però un numero consistente di persone che si informano prima di scrivere.”

Proprio la pagina Vongole napulitane è diventata punto di riferimento per molte persone che si interrogano sulla corretta grafia del napoletano e chiedono chiarimenti nei commenti o per messaggio privato.
Questo potrebbe sembrare strano, perché da sempre il concetto di correttezza grammaticale viene associato da chi ha frequentato la scuola a una fastidiosa imposizione di modelli irreali e inutili. Ma questo è forse vero per quelle lingue che, come l’italiano, vengono imposte dall’alto per cementare attraverso la cultura supremazie politiche ed economiche.
Per il napoletano, l’antichissima e vitalissima lingua regionale campana, inutile dirlo, è tutta n’ata storia:

“La spinta a scrivere il napoletano è stata del tutto naturale, dettata dalle radici, dall’anima; perché il napoletano offre possibilità espressive che l’italiano non ha: sia nei significati, per via della sinteticità di parole che esprimono tantissimi sensi, che in italiano richiederebbero perifrasi assurde, sia nei suoni, perché è una lingua dalla musicalità straordinaria.
È proprio vero che è la lingua del cuore.”

Gianna Caiazzo onora il ruolo di punto di riferimento spontaneamente assegnatole dai suoi fans, con passione e dedizione: “Uno degli obiettivi della pagina è dare un contributo perché si diffonda un napoletano corretto.” ci dice infatti.

Anche lei, ci racconta, avverte la necessità di un ordine, di norme, che permettano di proteggere il napoletano insieme a tutte le sue varietà dalla barbarie linguistica. Le chiedo che tipo di ordine si immagina e da chi immagina che questo ordine possa essere deciso:

“Immagino una collaborazione dal basso, ma tra addetti ai lavori, persone qualificate che si mettano insieme e ragionino sulla lingua napoletana concordando su ciò che è da considerare corretto. Bisognerebbe trovare un modello comune, un accordo tra le varie parlate locali.
Non immagino quindi delle decisioni che vengano prese dal popolo, indiscriminatamente, ma non immagino nemmeno delle regole calate dall’alto.”

Dalla nostra conversazione con Gianna Caiazzo emerge l’immagine di un popolo che parla una lingua vivissima, la ama, e desidera che questa venga protetta.
Si può leggere in queste parole la ricerca di una varietà di prestigio tra le tante dei diversi luoghi e dei diversi strati sociali, di un certo grado di normatività che possa servire alla tutela di una lingua che altrimenti, per i troppi sofismi accademici a cui siamo stati abituati, rischierebbe di andare perduta completamente.

Teresa Apicella