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Napoli-Juventus: cose che chi non è napoletano non potrà mai capire

Mondo Napulitano | 4 aprile 2017

Essere tifoso del Napoli non è un hobby per riempire il tempo libero. E’ un lavoro a tempo pieno in cui ci perdi “ ’o suonn e ‘a fantasia”. Il vero tifoso del Napoli s’ adda “impara ‘a piccerillo”: veste in culla i colori della squadra azzurra, coltiva il mito di Canè e Maradona. La vita sociale del tifoso è scandita dal calendario calcistico e gli impegni si regolano di conseguenza. C’è la partita? Si può pure organizzare , ma a patto che, dovunque si vada, ci sia maxi schermo, religioso silenzio e “jastemma” free. Ci sono partite e partite: quelle “leggere” ( che poi col Napoli ogni partita è una sofferenza ) e poi ci sono le Partite. Quelle che si portano appresso un bagaglio che va oltre lo sport.

Napoli – Juventus è una di quelle. E non è solo una leggenda metropolitana la valenza di tale sfida.

Napoli – Juventus porta dentro di sé tutte quella serie di ingiustizie subìte dai meridionali ad opera dei piemontesi, dall’unità d’Italia ad oggi. Non è retorica o alimentare il vento dell’estremismo meridionale.

La sfida rappresenta la strenua difesa che noi napoletani mettiamo in campo per conservare le nostre radici, ciò che siamo, al di là dei luoghi comuni universalmente riconosciuti in ogni angolo di mondo, della pizza e del mandolino, la nostra cultura millenaria, che parte dal ventre delle dominazioni, guada le rivoluzioni e approda ad oggi con la sua eredità in arte, cultura e lingua , tramandate come un canto omerico.

Chi non è tifoso o peggio, napoletano tifoso di altre squadre o rientra nella categoria del non amante di alcuno sport e in quei calciatori vede soltanto : “degli uomini in mutande che tirano calci ad una palla” non comprende e  comprenderà mai , dunque, la valenza di ciò che significa il Napoli per la città di Napoli. I colori del cielo e del mare, una tifoseria che, per civiltà e creatività, è una delle più belle e civili al mondo. Con buona pace di chi si aspettava un’ accoglienza a “quelli” stile “Benvenuti al sud” con tanto di sacchetta libera.

E invece sfatato l’ennesimo stereotipo del cazzo (passatemi il francesismo) e sberleffo  made in sud, con una non notizia e la delusione di mezza Italietta, prevenuta e rosichina.  Chi era allo stadio, domenica, ha vissuto un momento di catarsi collettiva: una sorta di neo-liberazione dal tradimento, dove gioia, risate e solidarietà si intrecciavano in un’onda senza pari. Una purificazione collettiva dal fantasma di uno che credevamo potesse rappresentarci nel tempo.

Come un altro argentino, mito vivente di un’epoca gloriosa mai dimenticata. E’ stato l’ inno alla gioia di essere napoletani e orgogliosi di tifare Napoli: le sue debolezze? le nostre incertezze. la sua bellezza? il nostro incanto. Ci siamo lavati col fuoco, certo, ma depurati da quegli ostinati, continui lavaggi del cervello che certa stampa prezzolata e asservita ci vuole “esseri inferiori”, relegati nelle retrovie di ciò che, secondo loro, conta e non ci spetta per nascita plebea. Perché l’eccellenza non può risiedere qui al sud.

L’eccellenza risiede altrove. A quei tavoli dove affari e malaffare trattano e si siedono allo stesso tavolo, si stringono le mani, vestono abiti firmati e che si sostituisce allo stato, snatura lo sport e decide di vincere “facile”, creando sudditanza psicologica a suon di miliardi. Un mood tutto italiano, di una federazione che si volta dall’altra parte perché i cordoni della borsa li hanno sempre loro, i non colorati. Domenica, nonostante un rigurgito di inverno, ho visto tanta gente sotto una sola bandiera, ho visto occhi brillare di lacrime sul gol del pareggio, bambini che fischiavano il traditore, ridendo a crepapelle e alzando la sciarpa al cielo.

Ho visto una Napoli che raccontava se stessa attraverso uno sport, una parte sana, in cui sai che ci sono spine ma anche fiori. Un modo come un altro per sentirsi napoletani radicali e radicati, che col malaffare, gli inciuci e gli intrallazzi non hanno nulla a che vedere, che si fa il mazzo ogni giorno per strappare un pezzo di città all’illegalità in silenzio, senza fanfare; un inno alla gioia collettivo che è esploso guardando la grande bellezza di un gioco del Calcio maiuscolo, contro una squadra che non ha onorato i propri titoli e che ha fatto la figura me…schina di una provinciale di bassa lega. Mi dispiace per chi, pur essendo napoletano, non riesce “a sostenere i colori della propria terra”.

Così recitava lo striscione esposto dalla curva B. E mi dispiace per chi non ha avuto l’intelligenza ( quale?) ancora una volta, di tacere. Parlo del tweet della solita Moric , che ha perso l’ennesima occasione di starsene zitta. Non faccio commenti. Non ne merita. Siamo troppo superiori a queste cose. Siamo Napoletani.

Monica Capezzuto

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