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PUORTAME A CASA MIA

Da oggi, ogni domenica, un racconto di Raffaele Ceriello su Identità Insorgenti

Senza categoria | 11 marzo 2018

Renato e o’Splendid se ne stavano a fumare una bomba sul motorino parcheggiato fuori la scuola, io qualche metro più dietro osservavo un cane che squarciava una busta nera dell’immondizia, assaporavo quella libertà di fare il cazzo che voleva senza che nessuno gli dicesse niente.
Il sole che batteva sulle lenti scure e la puzza del fumo che bruciava in mano ai miei brothers, la maglia nuova della BoyLondon e la bolletta presa il giorno prima.
Non ci mancava nulla quella mattina; Vabbè la voglia di studiare, di lavorare, di mettere a’ capa a fa bene, ma quella ci mancava sempre, quella mattina però mi sentivo felice. E non ci pensavo che erano due mesi che non vedevo mia madre, che mi mancava come l’aria e che non stavo facendo nulla per lei, assolutamente nulla.
Sorridevo, con gli occhi rossi dal fumo e con la bocca stretta nel freddo di fine febbraio. Io e Renato abitiamo nello stesso rione, mi ricordo che da bambino gli ho dato un sacco di mazzate. Questa cosa mi ha sempre fatto schiattare dalle risate perché Renato oggi è alto il doppio di me e fa paura solo se lo guardi, i ragazzi che gli camminano accanto accelerano il passo, Renato ride di questa cosa, si sente potente ma io so che in cuor suo un po’ ci soffre. Lui vive con la zia e il suo compagno, il padre ha altri figli con una donna e vive a Piscinola, la mamma è morta durante il parto.
Sua zia Tina è la sorella della mamma, ha preso in affidamento Renato dal secondo anno di nascita. Vivono in un bilocale a piano terra nel rione De Gasperi.
Zia Tina gli vuole bene come una mamma, in fondo è il figlio che non ha mai avuto.
La zia da giovane era troppo bella. I miei parenti erano tutti innamorati di lei, aveva i capelli scuri scuri, gli occhi verdi e un paio di zizze che ancora adesso quando vado a casa di Renato gliele guardo, lei non se ne accorge, in realtà nun ce penza che io a sedici anni e mezzo me la farei senza pensarci due volte, poi però penso a Renato e mi sento un po’ in colpa e allora quando usciamo gli offro una birra e ci
fumiamo una sigaretta, lui non lo sa che ho fatto strani pensieri su zia Tina e mi sento in pace con me stesso.
Mamma sono due mesi che è chiusa in un centro per combattere l’acolismo, il vino se la stava prendendo e allora la nonna ha deciso di metterla in questo centro in provincia di Avellino, tra le montagne, e cosi da un paio di mesi non la vedo, ci scambiamo qualche messaggio sul cellulare e prego tutte le sere che torna ambress’ a casa. Alla nonna non glielo dico che mi manca, il suo sguardo si è spento in questi mesi.

Io fingo che tutto va bene, che sono forte e le dico che niente lo può scamazza a Tonino suo però la notte, quando sono da solo sento un vuoto dentro che manco la pizzafritta di Attilio mi riesce a calmare.

E allora mi fumo un’altra sigaretta e stringo forte gli occhi. Renato e o’Splendid non mi chiedono nulla e io so’ contento accussi.
O’ Splendid è il figlio di una amica della zia di Renato, lo chiamiamo cosi perché ha gli occhi azzurri e i capelli sempre in ordine, veste semplice, non ha lo stile urban che abbiamo Renato ed io, ce lo portiamo dietro perché è un drago a chiudere le frecce, non ci mette niente, il tempo che ti giri la sta gia appicciando. E’ un’arte la sua, noi infondo gli vogliamo bene anche se quando parla italiano lo prendiamo in giro.

In realtà io mi sento in difetto ma non ho il coraggio di dirlo. Spesso dopo che li ho salutati, mentre torno a casa ripeto ad alta voce le parole che ho sentito dallo Splendido, per vedere in bocca a me che sapore hanno. Le scandisco bene, mi do un tono.

Mi immagino in un bar di via Toledo seduto con Teresa, mentre mi fumo una sigaretta e mi perdo nel suo profumo buono e nei suoi denti bianchi. E allora sblocco la tastiera del telefono e cerco il suo numero in rubrica.

Mi fermo sotto casa che sembro un cretino, apro la porta e do un bacio alla nonna, mi scaldo la pasta avanzata a pranzo e me ne vado sul letto. Scorro veloce la home di facebook.

Posto un buonanotte e tengo gli occhi stretti.
“Com’era quella parola? Disarmante… Domani la scrivo a Teresa”.

di Raffaele Ceriello

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