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STORIE DI NAPOLI

Piazza Ottocalli e il rione Sangiovanniello: l’origine del nome e la leggenda della colonna

Identità, NapoliCapitale, Storia | 7 gennaio 2016

piazza ottocalli napoli

Prima che Napoli inglobasse nei territori cittadini una parte degli antichi casali, piazza Ottocalli, ed il rione Sangiovanniello, (San Giuvanniello in Napoletano) erano il primo agglomerato urbano della città che il viaggiatore incontrava venendo da Roma, dall’Abruzzo o della Puglia, via Capodichino. Dogana d’entrata della città di Napoli, il quartiere di Sangiovanniello con la piazza già citata, rientrano in quei territori definiti “extra moenia”, cioè, fuori dai confini dell’antica cinta muraria della città. Sono 4 le strade che si incontrano a piazza Ottocalli: Arenaccia, Capodichino, Santi Giovanni e Paolo, e N.Nicolini che porta ai Ponti Rossi. Infatti in passato la piazza veniva riportata anche come il “quadrivio degli Ottocalli”. Ma a cosa devono il nome la piazza ed il rione?

In un documento del 1348 appartenente al monastero di Sant’Arpino, si ricorda una terra posta in “Campo dei nostri” e dal contesto si capisce che così veniva chiamato lo spazio della città che andava da Poggioreale ai Ponti Rossi. La strada prende il nome da una chiesa di antica fondazione nel quartiere, che era detta di “San Joannis in Campo”, e in un altro documento dei tempi di Federico II, si riporta come una terra posta fuori dai confini della città, in “Campo de Neapoli, prope et cum facie di Ecclesia San Joannis et Pauli”(1). La strada quindi prende il nome da una chiesa fondata in epoca medievale, quella dei Santi Giovanni e Paolo.

Celano nel 1692 scriveva: “Qui vedesi un antica chiesa dedicata ai Santi Giovanni e Paolo…qui vi è una curiosità da notarsi. Avanti di questa chiesa, vi è una colonna: nei tempi andati, quando i contadini avevano siccità , si portavano dal vicario, e questi processionalmente col clero, alla detta chiesa, dalla parte destra della colonna, dicevano l’orazione e la pioggia era evidente: quando volevano impetrare la serenità, facevano lo stesso, ma dalla sinistra. Fu questa dall’Arcivescovo dichiarata superstizione, e come tale abolita.”(2)

La colonna, forse residuo di qualche struttura precristiana, venne fatta rimuovere dall’Arcivescovo Annibale di Capua nel 1590 perché considerata culto pagano, ed alcuni credono che il detto Napoletano di “Mannaggia a’ culonna” sia dovuto proprio alla sua rimozione.

La piazza, come già detto, indicava un luogo posto fuori dall’antica cinta muraria della città, e si pensa che l’etimologia di “ottocalli” venga dal fatto che nella stessa piazza si trovasse un ufficio doganale, dove la gente in transito pagava un misero dazio di “otto cavalli” ovvero otto monetine di poco valore che portavano un cavallo inciso, e questa è la versione che conoscono un po’ tutti, anche se un altra fonte riporta che:

“Non si può rammentare senza fremere, che nella capitale di questo Regno, la sapienza e l’umanità vice regnale diedero all’estremo supplizio un misero che aveva rubato otto calli (mezzo obolo) in una pubblica strada, che si chiama ancora degli Ottocalli, in memoria della sua sventura.”(3)

A quanto pare la piazza dunque era chiamata così dal numero delle monete che occorrevano per farsi trainare sulla salita Capodichino; le monete erano i tornesi napoletani, di rame, emesse dagli Aragona a Napoli alla metà del XV secolo e battute fino al 1861. Sul percorso si trovava una collina, per superare la quale occorreva noleggiare un “valanzino” (asinello) per aiutare il cavallo. In epoca borbonica questo servizio costava 8 talleri, da cui derivò Piazza Ottocalli. Tuttavia chi noleggiava l’asino non voleva che si sfiancasse, e lo legava con una fibbia in modo che, ad un certo punto, divincolandosi per la fatica, si sganciasse da traino: è la famosa “fibbia e’ sgarro”. Secondigliano era il “secondo miglio” della strada per Roma, a cui seguivano: la Casa Viatoris, la case del viandante (Casavatore), il tempio di Giove nel quale si ristoravao i viaggiatori, un tempio dorato, la Casa Aurea (Casoria), più oltre vi era una cascata d’acqua dal cui rumore “ad fragorem” derivò Afragola.

Ai primi dell’ottocento il borgo contava poco più di 1000 abitanti, e “ Gli edifici demoliti o ricostruiti in miglior forma, resero più bella ed ornata questa via, la dove sbocca innanzi al Real albergo dei poveri”. L’agglomerato odierno il quartiere lo deve al risanamento, ma precedentemente, oltre alla via santi Giovanni e Paolo e la piazza Ottocalli, le cartine antiche riportano adiacenti al borgo: la via Marconiglio, via sant’Eframo vecchio, Cupa pozzelle, vico I e II al reclusorio, vico Fornello, ed ovviamente l’Arenaccia ed il borgo Sant’Antonio Abate, quest’ultimo strada principale precedentemente alla costruzione dell’attuale Corso Garibaldi. Si riporta anche la presenza del fondaco S.Giovanniello, probabilmente lo stesso fondaco che nel quartiere viene ancora chiamato “’o palazzo senza porte”, chiamato così per le molteplici entrate senza portoni, oggi, in parte, sede municipale.

Personaggio di questo quartiere sicuramente “degnissimo” di nota è Enrico Caruso: “Da questo quartiere al mondo” recita la scritta al di sotto del busto del tenore posto nella piazza. Al numero civico 7 della via santi Giovanni e Paolo si trova la sua casa natale, e poco più avanti si trova una piccolissima e strettissima chiesa poco conosciuta, dove Caruso da piccolo intonò i suoi primi acuti.

Carmine Sadeo

Note
(1) Riflessioni sulla topografia della città di Napoli nel medioevo, G.M.Fusco, Napoli, 1865
(2) Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli, Carlo Celano, 1692
(3) Teoria della legislazione sviluppata sulle basi di un nuovo principio del Cavaliere Gianfrancesco Lanzilli, volume I, pagina 90, anno 1840
Altre note

– Storia di Napoli di Antonio Ghirelli
– Annali civili del Regno delle Due Sicilie, 1846
– Topografia statistica medica di Napoli, con alcune considerazioni sul Regno, Napoli 1838

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