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TRADIZIONI CULINARIE

11 agosto, oggi il “gattò” di Santa Chiara: storia di un incontro

Agroalimentare, Made in Sud, Storia | 11 agosto 2017

Il gattò di patate napoletano è una torta rustica, salata o meglio uno sformato di patate tipico della cucina partenopea. L’origine del termine è gateau (torta) perché è un tortino che si prepara schiacciando delle patate lesse e mescolando uova, mozzarella e prosciutto cotto. Questa ricetta è una preparazione che prende vita nel Regno delle due Sicilie. Fu introdotto dai cuochi francesi chiamati nel Reame di Napoli dalla regina Maria Carolina, figlia di Maria Teresa Lorena-Asburgo moglie di Ferdinando I di Borbone, in occasione delle proprie nozze (1768). La regina era dotata di un palato molto fine. Infatti, quando si sposò, introdusse con insistenza i cuochi francesi, simbolo di eleganza e ricchezza, all’interno della corte borbonica, dando impulso all’ingresso della figura del Monsù nella case di tutti i nobili del regno; quindi, la nobiltà siciliana del ‘700, consumava piatti francesi preparati dal proprio cuoco francese: il Monsù.

Monsù fu un appellativo, derivante dal francese “Monsieur” ovvero Signore (a Napoli e dintorni, erano invece detti Monzù). Carolina portò con sé una vera e propria squadra di cuochi che soddisfavano tutte le sue richieste culinarie, servendole prelibatezze d’Oltralpe.

Il gattò non è piatto derivante dalla cucina francese, ma inventato qui nel Reame, con tutti gli ingredienti usati nella cucina partenopea. I napoletani una volta appresa la ricetta, la fecero propria e sostituirono il formaggio groviera con il fior latte, aggiungendo il salame e il prosciutto cotto, con la sola eccezione del burro (ingrediente nordico), questa volta usato in luogo dell’olio d’oliva tipico della cucina meridionale.

L’italianizzazione del termine gateau fu coniata dalle monache del Monastero di Santa Chiara di Napoli, che cominciarono ad usare la parola gattò, poi adottata da tutta Napoli.

L’11 Agosto si festeggia la solennità liturgica di Santa Chiara, fondatrice dell’ordine delle monache clarisse. Si dice che la giovane ragazza abbia seguito le orme della madre imitandola nella strada della carità, preparando ricchi pranzetti che non serviva in prima persona per timidezza, indice di una grande bontà d’animo.

Come ogni ricorrenza che si rispetti, non possono mancare pietanze tipiche: una di esse è il gattò di Santa Chiara. Il nome deriva dal monastero di Santa Chiara, dove le monache erano solite dedicarsi alla preparazione di questa succulenta pietanza.

Eppure, sebbene nato tra le mura partenopee, potremmo dire che l’origine del gateau di patate è in certo senso napoletana-e-francese, perché nasce da un incontro. L’incontro a corte dei loro gusti e delle loro tradizioni. Insomma, un’origine indubbiamente regale per uno sformato di patate destinato ad essere amato per secoli, e secoli!

Ingredienti
1 kg di patate gialle
250 g di provola affumicata
200 g di salame napoletano
50 g di parmigiano
sale
pepe
1/2 uova
pangrattato
50 g di burro o olio.

Procedimento. Lessate le patate, spellatele e schiacciatele in una ciotola. Aggiungete un uovo, il parmigiano, il sale, il pepe e 4 cucchiai di pangrattato e amalgamate tutti gli ingredienti. Tagliate a dadini la provola affumicata e il salame e aggiungeteli al composto. Mischiate nuovamente. Con un pennello da cucina spennellate con dell’olio una teglia e ponete il composto nello stampo prescelto. Cospargete la superficie del vostro gattò con dell’altro pangrattato e con dei fiocchetti di burro. Infornate per circa 45 minuti. Lasciate cuocere fino a quando il gattò non sarà ben dorato. Servite il piatto come preferite. “Riposato” è certamente più buono.

Roberto Maiello

 

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