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Inizia il restauro del mosaico di Alessandro al MANN

Beni Culturali | 4 Marzo 2021

Partito stamattina al Museo archeologico di Napoli  il restauro del “Gran Mosaico”, così come venne chiamato all’epoca della scoperta lasciando senza fiato i viaggiatori del Grand Tour e i suoi scopritori.

Il Gran mosaico

Circa 7 tonnellate, ma doveva pesarne di più quando fungeva da pavimento dell’esedra della lussuosa e gigantesca casa cosiddetta del Fauno (3000 mq).

18 metri quadri di grandezza, risale alla fine del II sec. A. C. (101 – 100 a. C.). Capolavoro  assoluto dell’arte musiva, necessitava con urgenza di un restauro completo.

Rappresenta la battaglia di Isso del 333 a. C. tra Alessandro Magno, qui rappresentato a cavallo del suo amato destriero Bucefalo e Dario III, re di Persia.

Più di 1 milione e mezzo di tessere  in opus vermiculatum, che in origine dovevano essere forse 3 o 4 milioni , ora saranno analizzate una ad una.

Il pavimento musivo fu rinvenuto nel 1831 e fu trasportato a  Napoli da Pompei dopo un acceso dibattito  della durata di  12 anni nel 1843. La cassa non fu aperta subito , e fu  sistemato a parete solo nel 1916 da Vittorio Spinazzola, che ebbe la geniale intuizione di dare a colui che lo osservava il punto di vista di chi avrebbe guardato la replica del dipinto che ricopiava nei dettagli. Una quadricromia che rende volume e sentimenti dei personaggi e l’albero morto che dà il nome alla battaglia per l’appunto detta  “dell’albero morto”.

Un carro di 16 buoi per il trasporto a Napoli

Fu trasportato su un carro trainato da 16 buoi, e, nonostante un incidente nei pressi di Torre del Greco  lo sbalzò al suolo, giunse senza danni al Real Museo dove fu posto in una sala al piano terra dedicata al “Gran Mosaico”. Poi da lì, solo nel 1916, fu messo a parete come lo vediamo oggi.

Era un pezzo di antiquariato già all’epoca della distruzione di Pompei, così come lo era la dimora imponente che lo ospitava.

Un restauro epocale

Un intervento epocale per un’opera che diventa prima icona della città antica di Pompei e poi, quando arriva al Real Museo, icona del museo, trasformandosi addirittura in strumento di propaganda del regno utilizzato dai Borbone come simbolo del potere.

I vari spostamenti da Pompei a Napoli e da una sala al piano terra del museo alla parete al piano superiore dove si trova, hanno provocato delle alterazioni che col tempo sono andate via via degenerando.

Un’operazione complessa che ha scoraggiato il restauro per anni

Il restauro di quest’opera, diventato ormai obbligatorio, lo si auspicava da anni ma  essendo una operazione complessa e difficile, è stata di fatto a lungo rimandata perché scoraggiava. “E’ stato il coraggio di Paolo Giulierini – dice il professore Antonio  De Simone, responsabile scientifico dei lavori – che ha dato il via finalmente al cantiere di restauro. È una operazione che richiede una grande assunzione di responsabilità e forse per questo è stata rinviata ma eravamo convinti che non si potesse attendere oltre.  “

Sinergie al lavoro

Un lavoro di squadra che inizierà dalla messa in sicurezza dell’opera prima della movimentazione:  i tecnici del laboratorio di restauro del MANN, architetti,  università ( la Federico II e l’Università del Sannio unite in un centro interdipartimentale per i Beni Culturali che si chiama CRACS e l’università del Molise)  con più di 20 ricercatori che hanno lavorato a partire da settembre scorso, e ingegneri esterni . Un quadro sinergico con diversi livelli di intervento e molti mesi di lavoro con una spesa non ancora totalmente quantificabile. Si studia anche la natura delle pietre per definire il tipo di prodotto da utilizzare per la pulitura.

Messa in sicurezza e movimentazione le prime due fasi

La prima fase del restauro sarà la messa in sicurezza, con la pulitura, il consolidamento e il ristabilimento della superficie e  la seconda sarà la movimentazione con il ribaltamento dell’opera per poter operare alle spalle (che è la fase più delicata e complessa): il mosaico sarà, pertanto, rimosso dall’attuale collocazione.

L’opera musiva che abbiamo ritrovato nella Casa del Fauno rappresenta un pezzo unico che va trattato con estrema accortezza. Si cercherà di preservare anche quella parte dell’opera che non si vede, come le malte e quella serie di tecniche esecutive dell’epoca che rappresentano la storia di questa arte.

La movimentazione servirà anche ad indagare il supporto, quello che ora non si riesce a vedere e che avrà sicuramente subito dei danni provocandone di conseguenza al mosaico stesso.

Prima di muoverlo dovrà essere messo in sicurezza tutto l’apparato musivo che presenta del degrado.

La grande intuizione di Spinazzola che volle porlo in verticale sulla parete ci dà il colpo d’occhio e ci immette dentro la scena ma anche questa posizione non adeguata a un pavimento ha di certo provocato problemi di “ricaduta” delle tessere oltre che avvallamenti e danni che probabilmente si nascondono sotto la superficie.

La tecnologia a supporto dell’archeologia

È stata utilizzata a supporto del progetto anche la tecnologia: infrarossi, georadar, antenne di ultima generazione che hanno permesso la misurazione micrometrica delle lesioni e di rigonfiamento e rialzamento delle fratture preesistenti .

Col georadar si è riusciti per esempio a vedere, 2 centimetri per 2 centimetri, tutti i 25 centimetri di spessore che costituiscono attualmente il mosaico e ciò che è alle spalle del mosaico.

Inoltre, è stato visto che le zone disastrate del mosaico presentano una temperatura diversa da quelle meglio conservate.

Alla partenza del cantiere hanno partecipato Paolo Giulierini (Direttore del MANN), Amanda Piezzo (Direttore Tecnico lavori restauro mosaico), Antonio De Simone (Direttore Scientifico dei lavori), Maria Teresa Operetto (Responsabile Laboratorio Restauro MANN) e Claudia Carrer (Partnership, Alliances/ Project Manager TIM).

“Ci vuole coraggio per affrontare un restauro di questo tipo, il coraggio che ci trasmette questo grande personaggio, che si lanciò alla conquista del mondo”, ha detto oggi il direttore del MANN, Paolo Giulierini  “Un coraggio che in parte è mancato nei tempi passati, quello di porsi il problema del mosaico di Alessandro. Ringrazio il prof Antonio De Simone che mi ha subito sottolineato l’ urgenza e l’ importanza di questo restauro,  il nostro architetto Amanda Piezzo. Il Museo, con il suo laboratorio di restauro guidato proprio da oggi da Maria Teresa Operetto, per questa impresa non si è chiuso in se stesso. Lavoriamo insieme a importanti partner scientifici, Università,  alla TIM in collaborazione con NTT DATA e una tecnologia che si coniuga con il miracolo quotidiano delle mani dei nostri restauratori. Sarà un restauro ‘trasparente’, visibile ai visitatori alla riapertura dei musei ed in alcune fasi anche on line. Tutti insieme ci prendiamo questa grande responsabilità, in coordinamento con l’ Istituto centrale per il restauro (ICR) diretto da Alessandra Marino, che ringrazio. Tra un anno organizzeremo la grande mostra Alessandro e la via delle indie, con la Regione Campania. Perché il nostro Museo, simbolo dell’archeologia italiana nel mondo,  guarda a Oriente e ad Occidente”.

La TIM per il restauro del Mosaico

Collabora al restauro del mosaico di Alessandro anche la TIM che mette a disposizione soluzioni digitali in via sperimentale che consentono l’utilizzo di nuove tecniche per il restauro, grazie all’elaborazione simultanea dell’enorme quantità di dati e parametri tecnici acquisiti nel corso della fase diagnostica preliminare. Sarà possibile infatti  riprodurre, secondo vari livelli sul corpo del mosaico, tutte le informazioni tecniche utili per eseguire il restauro. Gli applicativi, insieme ad una consolle di controllo, consentiranno di utilizzare un visore intelligente da indossare per inquadrare la parte d’interesse del mosaico sulla quale si intende lavorare: il restauratore in questo modo avrà sempre le mani libere per operare e, cosa più importante, potrà lavorare sulla parte posteriore del mosaico controllando in ogni momento gli effetti eventuali prodotti negli strati anteriori dello stesso.

Successivamente, grazie alla bassa latenza abilitata dal 5G, tutte le operazioni di restauro potranno essere seguite simultaneamente non solo dai tecnici nel museo tramite un grande schermo ma anche da altri tecnici collegati da remoto da tutto il mondo per seguire e intervenire.

Ph. Marco Pedicini

Susy Martire

 

 

 

Un articolo di Susy Martire pubblicato il 4 Marzo 2021 e modificato l'ultima volta il 4 Marzo 2021

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