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25 APRILE

Quella liberazione di Napoli che dobbiamo ricordare e di cui portiamo ancora le ferite e la reazione

NapoliCapitale, Storia | 25 Aprile 2018

Oggi si festeggia la “liberazione”.

Quella dal nazifascismo, dai tedeschi, da Hitler. Una data “simbolo”, perché fu il 25 Aprile del 1945 che i soldati nazisti e i fascisti della repubblica di Salò si ritirarono da Torino e Milano. Non finì quel giorno la guerra. E Napoli lo ricorda, per un triste primato. La nostra città fu infatti quella che subì, in tutta Italia, il maggior numero di bombardamenti. Quasi tutti dagli “alleati”.

4 anni di bombardamenti. All’inizio, nel 1940, non c’erano rifugi, nessuna contraerea. Colpirono la stazione, il porto, la zona industriale, Bagnoli, Pozzuoli.

Poi passarono ai “bombardamenti a tappeto”. Mio nonno mi raccontava che una volta sganciate le bombe i loro aerei planavano a bassa quota per mitragliare i civili. E’ storia.

Come il 4 Dicembre del 1942. Agli inglesi si affiancarono gli americani con i loro aerei “Liberators” e distrussero la città. Chiese, palazzi, ospedali. I Napoletani furono mitragliati per strada mentre fuggivano.

Colpirono il palazzo delle Poste e i mezzi pubblici adiacenti. C’era un tram, il n°9, zeppo di passeggeri. Chi c’era li ricorda lì, seduti, come in attesa della partenza. Ma tutti morti. Poi l’ospedale Loreto fu raso al suolo. 900 morti. L’anno successivo i raid divennero quotidiani. Da Piazza Cavour a Capodimonte, dal Carmine a Corso Garibaldi, da Piazza Amedeo a Via Medina nessuna parte della città fu salva. Sabotarono la motonave Caterina Costa facendola esplodere. Ferro e lamiere schizzarono in strada. 600 morti e 3000 feriti.

Si moriva ovunque, anche nei rifugi sovraffollati. Come in quello di Piazza San Gaetano dove in tanti caddero dalle scale e rimasero schiacciati. Si perdevano i figli nella fuga e non si trovavano piu’. Gli eroi dell’epoca erano “e cape’ e fierro”, i vigili del fuoco, sempre pronti a prestare soccorso. Quando li si vedeva uscire si capiva che stavano per bombardare. Per comprendere lo stato di disperazione basti pensare che il prefetto fascista invitò la popolazione a non farsi arrestare solo per « poter trovare qualcosa da mangiare in carcere».

Fino al 4 agosto del 1943. Data del piu’ massiccio attacco subito. 400 aerei B17 bombardarono la città distruggendo, senza alcuna spiegazione tattica, anche la basilica di Santa Chiara. Finito di sganciare le bombe si passò, da consuetudine, a mitragliare i civili inermi. Oltre 3000 morti. Napoli era quasi finita. Cancellata. Un mese dopo ci fu l’armistizio. Ora erano i tedeschi i nemici. E a Napoli ce n’erano 20.000 contro poche migliaia di italiani, allo sbando. Alti ufficiali disertarono. I tedeschi si presero la città. E la città reagì. Il 9 e 10 settembre del 43 cittadini, poliziotti, militari, cominciarono a rispondere agli attacchi. L’11 settembre un plotone tedesco alla Riviera di Chiaia mitragliò un distaccamento di Pubblica Sicurezza. I poliziotti reagirono e costrinsero alla resa i tedeschi.

Quel giorno il colonnello Walter Scholl assunse il comando e proclamò il coprifuoco. Fucilazioni di massa ed esecuzioni improvvisate. Saccheggi e prigionieri. School sgomberò 250.000 napoletani dalla costa e intimò a 300.000 ragazzi la chiamata al servizio di lavoro obbligatorio, ovvero una deportazione nei campi in Germania. Non si presentò nessuno. Napoli non ne poté piu’. E cominciarono le note 4 giornate di Napoli. Dal 27 al 30 settembre 1943. I cittadini da ogni parte della città reagirono. Senza coordinamento. Ogni quartiere per sè. I tedeschi rastrellarono prigionieri e li condussero nel campo di calcio “Littorio”, l’odierno Stadio Collana. I napoletani li andarono a liberare. Loro con i carri armati, i cannoni e i fucili. Noi con quello che si trovava. Li costringemmo alla fuga. Gli alleati erano alle porte e Hitler, consapevole di dover ritirarsi, ordinò che Napoli fosse ridotta «in cenere e fango» prima della ritirata. Riuscirono a dare fuoco all’Archivio Storico di Napoli, un patrimonio storico inestimabile. Gli alleati trovarono la città stremata ma libera. Ma la guerra per Napoli non finì. Durò ancora. Altri bombardamenti. E le ferite da rimarginarsi. Sono passati piu’ di 70 anni, e non si sono ancora chiuse. Ma siamo sempre in piedi. E’ questa la nostra storia.

Maurizio Zaccone

Un articolo di Maurizio Zaccone pubblicato il 25 Aprile 2018 e modificato l'ultima volta il 25 Aprile 2019

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