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38 anni dalla morte di Peppe Fava

Nun te scurdà | 6 Gennaio 2021

Giuseppe Fava,  giornalista, 38 anni fa veniva ucciso dalla Mafia di Cosa nostra, perché era un uomo contro. Non solo contro la mafia, ma anche contro quello Stato che parlando di giustizia ha sempre sostenuto quella criminalità così ben organizzata e intricata nei nervi della nostra nazione.

Giornalista sin da giovane, Pippo era una persona “difficilmente controllabile da chi comandava”, tanto da costargli perfino il posto da direttore dell’Espresso. Nell’80 arrivò alla direzione del “Giornale del Sud”. Non un giornale comune, ma un esempio di giornalismo. Raggruppò molto giovani cronisti, anche senza molta esperienza, e seguì due semplici regole: “realizzare giustizia e difendere la libertà”.

Un’iniziativa di coraggio che gli costerà la direzione del giornale, dopo aver denunciato le attività di Cosa Nostra. E con la fine del suo ruolo di direttore, arriva un attentato con un chilo di tritolo, a cui Giuseppe riuscì a scampare. Dopo diverse censure al giornale Fava fu poi licenziato. A nulla servì l’occupazione della redazione da parte dei giovani giornalisti del suo gruppo redazionale, dato che in seguito la direzione fu data a tutt’altri “giornalisti” molto vicini alla mafia di allora ed in seguito chiuso definitivamente.

“I siciliani”, il giornale del movimento antimafia

Per Giuseppe Fava il giornalismo rappresentava la “forza essenziale della società”. Ne “Lo spirito di un giornale” spiega bene il suo concetto etico di giornalismo: “Ritengo che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. Pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.”

Sulla base di questo diceva che “Se un giornale non è capace di questo, si fa carico di vite umane. […] Si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!”. Un messaggio ancora oggi rivoluzionario e d’insegnamento per molti mercenari dell’informazione, che perdono di vista lo scopo e soprattutto il privilegio del giornalista.

Sulla base di queste idee così forti, Pippo fonda nel 1982 una cooperativa, Radar. Grazie a questa, nello stesso anno nasce “I Siciliani” di cui diventa direttore. E da subito diventa giornale simbolo del movimento antimafia di allora. Denuncia la presenza della mafia nelle piccole e grandi città, ma si sofferma anche sull’occupazione militare in Sicilia da parte della NATO, che in quei decenni costruiva basi missilistiche in giro per il territorio dell’isola, usurpandolo. Ma soprattutto sottolineava la corruzione che imperversava in quella società che ad oggi non sembra tanto cambiata, sfortunatamente. Parte di quei politici corrotti provarono anche ad acquistare il giornale, ottenendo sempre e solo rifiuti. E continuò ad indagare su questi rapporti tra politica e malavita, pubblicando foto su foto di mafiosi assieme a personalità di spicco della “giustizia” italiana.

Muore un uomo, mai le idee

Alle 21.30 del 5 Gennaio dell’84, Giuseppe viene ucciso con cinque colpi di pistola alla testa. Nello stesso giorno in cui compie gli anni un altro grande giornalista siciliano, Peppino Impastato, ucciso cinque anni prima. Dopo i primi depistaggi, iniziano le indagini sull’omicidio. Esecutori e mandanti, trovati solo 15 anni più tardi e condannati all’ergastolo, erano spesso protagonisti di ciò che scriveva Pippo. Tra di loro spicca come mandante Nitto Santapaola, il boss mafioso di cui Fava parla nel suo primo articolo su I Siciliani, intitolato “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”. Ai suoi funerali parteciparono davvero poche persone della politica tranne qualche esponente del vecchio PCI, assieme al presidente della regione di allora. A portare la sua bara furono perlopiù giovani e operai, il popolo per cui Giuseppe davvero scriveva e a cui ha dedicato una vita.

Nell’ultima intervista televisiva di Pippo Fava possiamo capire quanto fosse carismatica e imponente la figura di quest’uomo, che non aveva paura di dire le cose come sono: “I mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, banchieri. I mafiosi sono quelli che in questo momento stanno ai vertici di questa nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo… Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale. Questa è roba da piccola criminalità che credo ormai abiti in tutte le città italiane ed europee. Il problema è molto più tragico, molto più importante. È un problema di vertice nella gestione della nazione, e rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale definitivo dell’Italia.”

La via dove Giuseppe Fava fu ucciso oggi prende il suo nome, e lì sorge una lapide degli studenti siciliani. Recita: “La mafia ha colpito chi con coraggio l’ha combattuta, ne ha denunciato le connivenze col potere politico ed economico, e si è battuto contro l’installazione dei missili in Sicilia”. E ancora oggi il suo messaggio fa paura, tanto che si tenta di distruggerlo dalle più piccole cose, come i fiori che ogni anno gli vengono omaggiati e puntualmente vengono rimossi. Idee di cambiamento, controcorrente a quelle della sua epoca così come la nostra. Che spesso vengono annacquate da chi di antimafia non conosce nulla, e se ne fa bella la faccia perché ormai va di moda. Uno dei tanti motivi per cui oggi mafia e camorra continuano a navigare indisturbate. Rubando il futuro a molti giovani, raschiandolo via a delle vite già tanto deboli.

Ma, come diceva Fava, a che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare?

Ciro Giso

Un articolo di Ciro Giso pubblicato il 6 Gennaio 2021 e modificato l'ultima volta il 6 Gennaio 2021

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