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8 MARZO

Le mamme di Plaza de Mayo viste da Melania Petriello

Altri Sud, Speciale 8 marzo | 8 Marzo 2015

Mamme di Plaza de Mayo

L’idea di “amazzone” richiama alla suggestione immagini chiare: l’armatura, la forza bruta, una certa asessualità di forma. Come anche l’archetipo del rivoluzionario, del guerrigliero, del resistente.

Ma c’è una storia del mezzogiorno universale profondo ad aver scardinato definitivamente ogni disegno leggendario: la “socializzazione della maternità” della madri argentine di Plaza De Mayo.

Fazzoletto bianco in testa e gonna al ginocchio, simili in tutto alle donne nere peregrine della lucania di Rocco Scotellaro, con il lutto nel cuore e la vita dei figli negli occhi, il viso rugato e le scarpe povere.

Hanno dimesso il grembiule da lavoro e sono scese nella Piazza di Maggio di Buenos Aires, che affaccia sul palazzo del governo, per chiedere conto degli uomini e delle donne che hanno partorito. Da quel 30 aprile del 1977, ogni giovedì, alle tre e mezza del pomeriggio.

Sono le stagioni del dolore e della guerra intestina, della propaganda di regime e della corruzione, dei trentamila desaparecidos trucidati e uccisi e mai più riconsegnati nel corpo, tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80.

I figli della rivoluzione studiano e lavorando per mantenersi, sfidano la giunta militare, sognano, lottano, si lasciano morire, non hanno paura. Le loro madri continuano la battaglia della giustizia. Partono in quattordici, diventano migliaia. Sfilano e sfidano, contro il potere costituito e le sue coperture, urlano non di dolore ma per la dignità dell’utero che le ha rese genitrici di coraggio, alcune seguono il destino dei figli, altre non si sono lasciano comprare.

Hanno affisso i nomi dei loro ragazzi, dei mariti, dei fratelli, degli uomini delle altre. Hanno dismesso la maternità individuale per aggrapparsi all’universale sentirsi parte di quel pezzo di mondo defraudato e nudo. Ora non vogliono più solo conoscere i nomi degli assassini e pretendere verità, ma fare della storia dei desaparecidos dell’Argentina un sogno possibile. Non la morte, ma l’allungamento delle idee della vita, che vengono prima e dopo la morte stessa.

Gli uomini avrebbero desistito, i padri non erano in strada, i vicini di casa chiudevano la porta a doppia mandata quando i militari del regime passavano a rastrellare. Le minacce, i sequestri, gli stupri, i viaggi nei voli della morte, la scomparsa nelle acque del mare.

Le donne no, sono sopravvissute alle loro sopravvivenza. Hanno dato al mondo la forza di un abbraccio generazionale in cui i figli volevano sovvertire le brutture del tempo di chi li aveva messi al mondo. La grande grandezza, sporca di sangue e piena di luce.

Una delle più straordinarie, plastiche, rivendicazioni dei diritti dell’uomo è nata da quattordici donne del sud.

Le madri argentine hanno fatto della mammitudine la cifra di una guerra in nome del bene più alto, mostrando che esiste il potere incorruttibile e dunque inerme dell’amore e basta. E hanno conservato il loro fazzoletto e le loro calze.

Forse il mondo non ha bisogno di eroi, ma di donne in piedi per i propri figli e per quelli degli altri, sì. E se stare a sud significa tenersi dritte sulle radici, attaccate alla terra, è di donne del sud che si nutrono tutte le storie che ci hanno salvato.

Melania Petriello

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 8 Marzo 2015 e modificato l'ultima volta il 8 Marzo 2015

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