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8 MARZO

Maddalena Cerasuolo, la partigiana delle “Quattro giornate di Napoli”

Speciale 8 marzo | 8 Marzo 2019

Ci sono dei momenti in cui non si può più semplicemente stare alla finestra a guardare, aspettando che le cose accadano, ma se si vuole dare una svolta al corso della storia ciascuno deve fare la propria parte.

Esattamente come recita quella straordinaria canzone-poesia di Francesco De Gregori, intitolata “La storia”, quando dice che “La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso… E poi la gente, perché è la gente che fa la storia, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare”.

E sapeva benissimo cosa fare in quegli ultimi giorni del settembre del ’43 Maddalena Cerasuolo, una ragazza napoletana di 23 anni che viveva nel quartiere Stella, vicino alla Sanità.

Quella Sanità che oggi come allora è sormontata da un grande ponte che dal 2011 porta proprio il suo nome, il nome di Lenuccia, come la chiamavano in famiglia, perchè il quartiere in cui viveva, così come tanti altri quartieri partenopei, fu teatro di quelle che sono passate alla storia come le “Quattro giornate di Napoli” e che videro Lenuccia fra i protagonisti di quella sollevazione popolare che portò Napoli ad essere la prima città italiana a liberarsi da sola dall’occupazione nazifascista, ancor prima dell’arrivo delle truppe americane. Un anno e mezzo prima che Milano fosse liberata il 25 aprile del ’45.

Maddalena, da operaia a eroina della “Quattro giornate”

Come racconta la figlia di Maddalena Cerasuolo, Gaetana Morgese, nel libro “La guerra di mamma”, in cui ha raccolto i ricordi della madre di quelle giornate di lotta, Lenuccia arrivò a combattere per le strade di Napoli fianco a fianco con gli uomini, diventando protagonista d’imprese la cui portata storica in quel momento non poteva essere colta da una ragazza poco più che ventenne.

La molla che fece scattare in lei la decisione di combattere fu non solo il desiderio di seguire il padre, Carlo, militante antifascista, ma anche la paura che suo fratello Giovanni, che aveva appena 18 anni, fosse catturato dalle truppe tedesche.

Così da operaia in un calzaturificio, Lenuccia nel giro di pochi giorni si trovò ad essere una militante partigiana.

Durante gli scontri armati nel quartiere Materdei, Lenuccia per impedire che i tedeschi depredassero una fabbrica, si offrì di andare da sola in avanscoperta per poter valutare l’entità delle forze tedesche, mettendo a rischio la propria vita.

Successivamente volle andare a parlare con gli ufficiali tedeschi, mettendo in conto la possibilità che non le fossero riconosciuti da parte tedesca i diritti sanciti dalle Convenzioni di Ginevra.

E non si tirò indietro nemmeno quando i partigiani dei rioni Materdei e Stella, sotto la guida fra gli altri proprio di suo padre Carlo, sferrarono l’attacco per difendere il Ponte della Sanità dai guastatori tedeschi che volevano farlo crollare.

Ad animarla, nel racconto della figlia, fu soprattutto la voglia di riscatto e di libertà, che non si concluse con le “Quattro giornate” dal 27 al 30 settembre.

Il suo impegno continuò anche dopo la liberazione in missione con gli inglesi

In seguito alla liberazione di Napoli, Lenuccia continuò ad impegnarsi affinchè anche il resto d’Italia venisse liberato.

Venne contattata dal Comando inglese di stanza a Napoli, insieme ad altri partigiani che si erano distinti per il loro coraggio, e accettò di entrare a far parte dei servizi segreti inglesi, arrivando a farsi paracadutare oltre la “Linea Gotica” che divideva in due l’Italia.

Collaborò con la Special Force fino al febbraio del ’44, e  nel ruolo di infiltrata partecipò a missioni segrete, a sbarchi da sommergibili sulle coste nemiche, rischiando di essere fucilata e salvandosi solo per merito della sua intelligenza e di una buona dose di furbizia.

Maddalena Cerasuolo fu una vera e propria eroina e per il suo contributo nelle “Quattro Giornate di Napoli” venne riconosciuta partigiana il 24 maggio del 1946 e ricevette una medaglia di bronzo al valor militare.

Nell’anno precedente, per il suo impegno nella Special Force aveva già ricevuto un “Attestato di Benemerenza” dal Comando Numero 1 della Special Force .

Una volta finita la guerra, però, Lenuccia ritornò alla sua vita di sempre e ad occuparsi della sua famiglia, salvo poi da mamma raccontare ai suoi due figli, quasi come se fossero delle favole, i ricordi della “sua guerra”.

Il ruolo delle donne napoletane nella liberazione di Napoli dai nazifascisti

La partecipazione di Maddalena Cerasuolo alla rivolta delle “Quattro giornate di Napoli” non fu un caso isolato, perchè l’intervento delle donne napoletane nell’insurrezione fu massiccio e arrivò dopo settimane di esasperazione per i rastrellamenti e i saccheggi da parte degli occupanti nazisti.

Il ruolo della componente femminile nell’insurrezione, però, è stato troppo spesso ignorato o sminuito.

Dai racconti della stessa Maddalena Cerasuolo, invece, non solo il ruolo delle donne fu importantissimo, ma addirittura di fatto furono proprio le donne napoletane ad iniziare l’insurrezione, non il 27 ma già il 23 di settembre,  ovvero nel giorno della promulgazione del famigerato “Editto Sholl”, con il quale si imponeva a circa trentamila giovani napoletani, di età compresa fra i 18 e i 33 anni, di presentarsi spontaneamente ai centri di reclutamento per essere deportati in Germania nei campi di lavoro, pena la fucilazione.

Questi giovani erano di ritorno dai vari fronti di guerra europei ed accolsero la notizia con angoscia tanto da decidere di non presentarsi, consapevoli che sarebbe stata una partenza a cui non avrebbe fatto seguito un ritorno a casa.

E ne erano consapevoli anche le donne napoletane, decise a nascondere e difendere in ogni modo i propri figli, mariti, fratelli, e salvarli dai nazifascisti.

In mille modi riuscirono ad aggirare i controlli dei tedeschi e dei fascisti che cercavano gli “imboscati”, come fece una mamma del rione Materdei che per salvare dei ragazzi ebbe l’idea geniale di fingersi malata di lebbra, scoraggiando così i tedeschi ad entrare in casa.

L’intraprendenza e il coraggio delle donne napoletane vennero fuori in tutta la loro forza in quei momenti drammatici e quando i nazifascisti iniziarono i rastrellamenti casa per casa per stanare tutti coloro che si erano nascosti per disattendere la chiamata fu allora che le donne scesero in strada per bloccare le truppe in ogni modo e salvare la vita ai loro cari.

La partecipazione dei “femminielli” alle “Quattro giornate di Napoli”

Si può dire che tutte le donne napoletane, in maniera e misura diversa, parteciparono ai moti, e accanto a loro si schierarono anche i “femminielli”. Un elemento particolare della rivolta del popolo napoletano, che non è stato mai abbastanza evidenziato, fu proprio la partecipazione dei “femminielli” alla guerra di liberazione.

In particolare vi presero parte gli omosessuali presenti a decine nel quartiere a ridosso di piazza Carlo III, dove erano soliti riunirsi.  Quelli che si possono considerare gli “antenati” del futuro movimento LGBT, proprio come fecero le donne napoletane,  scesero in strada per difendere i loro uomini, non esitando ad imbracciare i fucili e combattere in prima linea contro i nazisti.

Quando fu costruita la barricata nella zona di San Giovanniello, i “femminielli” accorsero in massa per difenderla, anche perchè per anni erano stati abituati a fronteggiare la polizia e il potere e, dunque, non si tirarono indietro davanti all’occupazione nazista.

La rivolta napoletana del 1943, con eterosessuali e “femminielli” che combatterono fianco a fianco, ha rappresentato una delle principali lezioni di integrazione nella storia contemporanea italiana. Soprattutto se si considera il momento storico in cui si è verificata, un periodo caratterizzato dal confino, da violenze e eccidi contro omosessuali e transessuali.

Dopo anni di soprusi, per gli omosessuali napoletani arrivò il momento di prendersi la loro rivalsa, cogliendo al volo l’occasione di non stare a guardare, ma entrare a far parte della storia.

Sabrina Cozzolino

 

 

Un articolo di Sabrina Cozzolino pubblicato il 8 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 8 Marzo 2019
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