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8 MARZO

Monica Capo intervista Eretica per Identità Insorgenti

Speciale 8 marzo | 8 Marzo 2015

eretica 8 marzo

Il Sud per “Identità Insorgenti”, si può raccontare solo con l’azione militante sul territorio. E anche tu, in un certo senso, sei “insorgente” perché sei meridionale, sei Eretica e, da anni, con la tua militanza giornalistica e non solo, attraverso Femminismo a Sud, ci racconti le r-esistenze e porti avanti la battaglia antisessista, antirazzista e antifascista ma soprattutto la lotta per l’autodeterminazione femminile.

-Ci puoi raccontare come e dove nascono Eretica e Femminismo a Sud e in che modo hai cercato e ancora cerchi di liberare i corpi delle donne?

Femminismo a Sud è un progetto nato nel 2006. Era un blog a più firme. Tutte si chiamavano FikaSicula, fintanto che non decidemmo di usare [email protected] uno pseudonimo diverso. Poi diventò un collettivo vero e proprio e insieme abbiamo organizzato due stagioni del Feminist Blog Camp, una a Torino e una a Livorno. Abbiamo lanciato diverse campagne finché il gruppo non ha generato più luoghi di espressione e per mio conto ho fondato Abbatto i Muri che oggi consta migliaia di persone che seguono, partecipano, il blog, la pagina Facebook, l’account Twitter. Con Abbatto i Muri nasce la mia nuova identità virtuale: Eretica. Perché ad un certo punto della mia crescita individuale e politica mi sono accorta che il femminismo per alcuni versi e per alcune era ed è considerato un dogma. Se pronunci parole diverse e parli di femminismI, al plurale, si attiva la santa inquisizione che procede in scomuniche e roghi. Da qui, Eretica.

– Ci dici perché preferisci usare uno pseudonimo?

Perché io ho una formazione che parte dalla cultura cyber punk, il cyber femminismo, la cultura queer, mischiata ad un genere postcoloniale che diventa espressione del sud del mondo e del sud di correnti culturali in cui talune persone egemonizzano e altre restano ai margini. Nel mio mondo virtuale non esiste un titolo di merito per chi scrive. Non ha importanza chi dice e scrive le cose. I contenuti divulgati hanno importanza a prescindere dal fatto che tu sappia come mi chiamo. Io sono Eretica ed è un nome che sento mio perché da brava cyber femminista mi sono data una identità di genere e politica che mi rappresenta e mi piace. Non potrei essere altro che questo.

-Perché pensi che linguaggio, rappresentazione, fascismo e razzismo siano facce della stessa mentalità?

Perché il linguaggio è quello che realizza la comunicazione di un immaginario. Attraverso l’uso di un certo linguaggio tu puoi far maturare nella testa della gente idee fasciste, razziste. Lo sapevano, d’altronde, quelli che lavoravano nel ministero di Goebbels, giacché la rappresentazione di una realtà è più importante della realtà stessa. Se tu hai cognizione d’uso del linguaggio io vedrò il mondo esattamente come tu vuoi farmelo vedere. Così gli immigrati diventeranno tutti cattivi, persone dalle quali difendere al punto tale che diventa perfino giusto, nella mente di alcuni, giustificare azioni razziste e fasciste. Per cambiare le culture bisogna partire dal linguaggio. Si deve decostruire quello corrente e riformulare nei modi che ti consentono di sovvertire la comunicazione che genera fascismo e razzismo.

-Ad un certo punto della tua vita hai avuto una svolta e hai dato alla luce una nuova creatura, il blog Abbatto i muri, disertando le fila di quel che in Italia non condividevi e andando incontro, a tuo dire, alle fila nemiche. Cosa ti ha spinto a guardare oltre, cosa pensavi di trovare e cosa effettivamente hai trovato?

Come ti dicevo prima Abbatto i Muri deriva dall’esigenza di confrontarmi anche con mondi che non mi somigliano. Penso agli antifemministi, per esempio, che in gran parte, da quel che ho visto, non hanno neppure idea di quante forme di femminismo vi siano al mondo. Perciò si oppongono a un femminismo che forse non piace neppure a me. In ogni caso ero curiosa. Volevo capire il perché di tante obiezioni ricevute. Perché mai c’erano persone, uomini e anche donne, che sentivano l’urgenza di dire cose rispetto alle quali avevo un atteggiamento respingente? Speravo perciò di trovare il modo di guardare in maniera equidistante fenomeni sociali e culturali che comunque rappresentano tanti esseri umani. Ho trovato persone, come te e me, donne che non venivano considerate neppure donne perché invece che dichiarare esterna solidarietà in sorellanza denunciavano di essere ferite da altre donne. Ho trovato uomini che volevano soltanto essere ascoltati, invece che ricacciati indietro come fossero dei criminali. Ho trovato tanta e varia umanità e ne ho tratto certamente arricchimento, ho guadagnato in umiltà, in capacità di ascolto che non è detto si abbia neppure per le persone che la pensano esattamente come te, e mi sono convinta del fatto che tra diversità bisogna parlarsi, avendo rispetto gli uni degli altri, dicendo tutto quel che si ha da dire, ogni opinione contraria ma senza dimenticare mai che hai di fronte una persona che non può essere offesa, insultata in quanto tale.

-Tu sostieni che le sex workers scelgano la loro professione liberamente al contrario di quello che fanno le vittime di tratta. Alla luce di questa affermazione, puoi spiegarci come è cambiato il concetto di prostituzione, rispetto alla percezione dominante e nella pratica sociale, in questi ultimi anni?

Non sono io, in realtà, a dire che le sex workers hanno scelto liberamente di svolgere quella professione. Lo dicono le tante organizzazioni sindacali in loro rappresentanza, ferme nella rivendicazione che esige regolarizzazione e riconoscimento sociale. Rispetto a molti anni fa la prostituzione è diventato tema di discussione pubblica in due diverse modalità. C’è chi ne discute per ragioni di decoro e moralità comune e chi, invece, perché vorrebbe garantire alle donne altre possibilità prima ancora di riconoscere il diritto alla regolarizzazione della professione. Entrambe queste parti, i proibizionisti e le abolizioniste, svolgono una azione di marginalizzazione dei/delle sex workers e contribuiscono a rafforzare lo stigma negativo che pesa sulle loro teste. Poi c’è un’altra corrente di pensiero che, in Occidente e nel mondo, si sta affermando e che ricorda, costantemente, che le sex workers sono persone, soggetti. Lo stigma va cancellato, le leggi che parlano di loro devono essere scritte con il loro coinvolgimento e la società deve riconoscere che le sex workers non sono un problema di ordine pubblico e non rappresentano il pubblico degrado ma sono soggetti autodeterminati le cui rivendicazioni vanno ascoltate.

– L’8 marzo è la giornata che tradizionalmente ricorda e rivendica le battaglie e l’autodeterminazione delle donne. Hai raccolto e rilanciato sul tuo blog l’appello a far diventare quel giorno anche un momento di espressione e manifestazione di tutte e tutti: donne, uomini, gay, lesbiche, trans, queer, intersex, migranti, chi lotta per la casa, il lavoro, il reddito, contro le grandi opere e contro i cie. Partendo dalla parola d’ordine “io decido” quali sono oggi le urgenze a cui siamo chiamati tutti?

Credo che siano ancora più o meno le stesse. La battaglia da fare, tutti e tutte assieme, è quella che riguarda principalmente il reddito. la casa. È lotta di classe che va fatta in senso interiezionale, senza dimenticare l’antirazzismo, l’antifascismo, e l’antisessismo. Non è cambiato nulla quando parliamo di aborto, diritto alla libertà di scelta nella genitorialità, nell’assunzione di una identità di genere che preferisco, nel riconoscimento di diritti a partire dalle persone che restano sempre ai margini della società. Considerando che il femminismo non è una cosa che viaggia a compartimenti stagni e che l’otto marzo, oggi, è un’assurdità se vissuto come riconoscimento dell’essere donna in quanto avente figa, bisogna raccontare quanto e come abbiamo ampliato lo sguardo alle differenze. Ecco tutto.

Monica Capo

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 8 Marzo 2015 e modificato l'ultima volta il 8 Marzo 2015

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