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9 NOVEMBRE 1989

Berlino e le promesse tradite dopo la caduta del muro

Attualità, Storia | 9 Novembre 2020

9 novembre 1989.

Trentuno anni fa cadeva il Muro di Berlino, simbolo per antonomasia di quella contrapposizione tra Est e Ovest che, sotto il nome di Guerra Fredda, ha attraversato, tormentato e caratterizzato la quasi totalità della seconda metà del Novecento. Trentuno anni da quella notte di cui oggi, come ogni anno, siti web e telegiornali rievocheranno immagini, ricordi e testimonianze, propinando approfondimenti e punti di vista per lo più gonfi di retorica. Come quella dei muri appunto, caduti per far spazio alle libertà ritrovate. O come quella del popolo tedesco nuovamente unito nel nome di un patriottismo ridondante, in cui il democratico Ovest intervenne a liberare dalla dittatura e dalla povertà l’oppresso Est.

Narrazioni di facciata, figlie per certi versi del più classico degli aforismi: la storia la scrivono (e la confezionano) i vincitori. Perché i tedeschi dell’Est, (so)spinti dal vento di ‘Perestrojka’ che attraversava l’intero ex blocco sovietico, desideravano senz’altro un apparato statale più moderno e riformato sul piano sociale ed economico. Ma non avevano mai avanzato richieste di riunificazione con i cugini dell’Ovest.

Quella giunse dopo.

Profumava di benessere, sviluppo e maggiori libertà sdoganate sotto forma di slogan elettorali. Si materializzò, poi, come il più grande esperimento di ingegneria economico-sociale e di conquista coloniale – senza l’uso né della forza, né delle armi – mai approntato prima. E fu realizzato attraverso l’integrazione indotta di due economie dai rapporti di forza totalmente in disequilibrio. Un po’ come accaduto, poco più di un decennio dopo, nell’Unione Europea con l’introduzione della moneta unica secondo parametri “tedeschi”.

Non fu l’Est a fondersi con l’Ovest, bensì l’Occidente a prendere il controllo dell’Oriente.

La sigla del Trattato d’unione monetaria tra le due Germanie e l’equiparazione del rapporto di cambio tra i due marchi – che pochi mesi prima si scambiavano in un rapporto di 1:4 – fu solo il primo sanguinario passaggio di un’unificazione che ben presto si trasformò in annessione. L’inflazione per le imprese dell’Est crebbe rapidamente e il crollo della produzione industriale fu vertiginoso, aprendo di fatto la strada all’approvazione della legge sulla privatizzazione del patrimonio pubblico dell’ex Germania Orientale.

Nel solo biennio 1990-91, la Germania Ovest crebbe del 50%, mentre la Germania Est vide crollare il suo PIL del 41%. Sempre ad Est, circa 4 milioni di posti di lavoro svanirono nel nulla. A oggi, si stima che una percentuale compresa tra il 14 e il 17 per cento della popolazione orientale sia definitivamente emigrata ad Ovest.

Ferite ancora aperte

Per la DDR, gli effetti di quella unificazione forzata sono tuttora visibili e tangibili.

Il ritardo socio-economico denunciato nella ex Germania dell’Est è quasi del tutto replicabile e confrontabile con ciò che quotidianamente vi raccontiamo del nostro Sud Italia. Lo scorso anno, in occasione del trentennale dalla caduta del Muro, un report stilato dal governo centrale ha mostrato come quasi il 60% dei cittadini della Germania orientale si considerasse “cittadino di seconda classe”. E solo il 38% degli intervistati pensava che la riunificazione tedesca fosse stata un successo.

Quel 9 novembre di più di trent’anni fa, i tedeschi dell’Est presero a picconate quel Muro mossi dalla speranza di poter diventare ricchi come i loro vicini dell’Ovest. Oltre trent’anni dopo, le loro aspettative si sono letteralmente inabissate dinanzi al dilagare delle disuguaglianze economiche e occupazionali, dello spopolamento e del calo delle nascite. Ancora oggi, un lavoratore dell’Est riceve uno stipendio pari a poco più dell’80% di un lavoratore dell’Ovest. Secondo uno studio condotto nel 2015 dall’Istituto tedesco di statistica, negli ex territori orientali vivono 2.3 milioni in meno di persone rispetto al 1989. Per trovare stime simili, bisogna andare indietro addirittura fino al 1905.

Tutto ciò si è tradotto nella chiusura e nella riduzione drastica di servizi pubblici, come scuole, asili, piscine e biblioteche. In termini ancor più tremendamente pratici, un simile contesto è divenuto facile preda di sentimenti come la rabbia, il disagio psico-sociale e il malcontento popolare, facendo aumentare vertiginosamente “simpatie” e consensi politici verso i partiti di estrema destra e gli schieramenti neonazisti, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione.

A trentuno anni di distanza da quel 9 novembre, quegli stessi ideali e presupposti che han fatto cadere giù il Muro, hanno gradualmente contribuito a far spazio a nuovi muri, nuove barriere, nuove incertezze e nuove paure, che neanche la recente pandemia ha contribuito a intaccare o indebolire.

Anzi, le ha implementate e alimentate. Tanto in Germania, quanto nel resto d’Europa e del mondo neoliberale.

Prima di festeggiare e di omaggiare, forse sarebbe il caso di pensare: ma ce li siamo fatti bene i conti?

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 9 Novembre 2020 e modificato l'ultima volta il 11 Novembre 2020

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