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A CATANIA

Il quadro bellissimo di Ofelia la Pazza e i fantasmi del Castello Ursino

Sicilia | 27 Ottobre 2019

Ogni castello che si rispetti ha i suoi fantasmi e anche a Catania non siamo da meno. In un’assolata mattina d’ottobre, ho fatto la turista nella mia città e mi sono lasciata trasportare, dentro le mura del Castello Ursino, dall’atmosfera magica della sua pinacoteca. E ho fatto un straordinaria scoperta.

Il Castello Ursino, la storia in breve

Il Castello Svevo di Catania, conosciuto come Castello Ursino, costruito dall’imperatore Federico II di Svevia venne edificato nel XIII secolo su una zona rocciosa a ridosso sul mare come avamposto difensivo contro le incursioni da parte dei saraceni. L’attuale posizione in cui si trova retrocesso è dovuta alla colata del 1669 che lo circondò e giunse sino al mare, frapponendo tra la struttura e le coste qualche centinaio di metri di materiale vulcanico.

Il Castello stesso, dalle quattro torri circolari, è costruito in pietra lavica ed è circondato da un fossato. Faceva parte di un sistema difensivo costiero voluto da Federico, del quale fanno parte anche i Castelli di Maniace, di Siracusa e di Augusta. Oltre che sede del parlamento siciliano fu dimora della corte Aragonese. A seguito prima della colata lavica del 1669 e, poi, del terremoto del 1693 il castello per i danni subiti perse definitivamente il suo fine militare per divenire quasi esclusivamente una prigione.

Durante la conquista dei Borboni il Castello ospitò le guarnigioni militari e subì delle modifiche che servirono a trasformarlo in sede politica, mutandone così la struttura di castello Svevo.

Successivamente, il maniero subì ulteriori cambiamenti, e a partire dai primi anni del ‘900 venne ristrutturato per divenire sede del Museo Civico e della Pinacoteca.

I tesori del Castello

Il Castello Ursino possiede tre raccolte civiche in cui sono presenti le sezioni Archeologiche, Medievale, Rinascimentale e Moderna. E così è possibile ammirare al suo interno una quantità ingente di tesori tra sculture, dipinti, reperti archeologici, provenienti tra l’altro dalla collezione dei Benedettini e del Museo Biscari.

La struttura, che si snoda su tre livelli, ospita al momento due mostre: “Il mondo in mano: sei secoli di Tarocchi e Carte da gioco in Sicilia” fino al 6 gennaio; “Il Kouros ritrovato” fino al 3 novembre (di cui abbiamo recentemente scritto. 

Questi fantasmi

Nella mia incursione da catanese in vena di scoperte mi soffermo lungamente nella sala al primo piano, in cui è ospitata parte della Pinacoteca, che scopro dopo essere dedicata a un pittore catanese che, mea culpa, non conoscevo: Michele Rapisardi.

In realtà, appena giunta nella sala è un quadro specifico che attrae la mia attenzione. E’ il dipinto di un volto femminile, non è oggettivamente bello, ma quello sguardo…Non riesco a smettere di fissarlo. Ipnotico. Alla fine mi stacco e la guardo nel suo complesso e, adesso, quella donna mi sembra bellissima. Una magia.

Mi incuriosisco ed anche se continuo il mio giro non smetto di pensare a quel dipinto. Così alla fine della mia visita ci ritorno. E mi fermo di nuovo a fissarla. Poi, leggo la dicitura “Ofelia la Pazza”. La osservo e tutto mi sembra tranne che una donna folle d’amore, disperata e fragile. Al contrario la trovo ribelle, determinata e caparbia. Insomma, quello sguardo che inquieta l’anima nulla ricorda della mite e sottomessa Ofelia distrutta per la perdita di un uomo, Amleto. Un riscatto di questa figura femminile ? O forse molto di più… Chi lo sa.

Scopro, infatti, che lo sguardo ha questo effetto catalizzatore e ipnotico su tutti, che si tratta di uno di quegli strani fenomeni che accadono dentro queste mura insieme a quelli, un pò comuni a tutti i castelli, di finestre che si spalancano senza vento, di cigolii vari, di oggetti smarriti e poi ritrovati e di lamenti. Per non parlare delle innumerevoli testimonianze fotografiche di turisti che per caso hanno immortalato uno strano alone…Insomma storie di fantasmi.

Pare proprio quello di Federico che si aggira ancora qui. O più plausibilmente quello delle centinaia di prigionieri che vi sono stati richiusi e che sono stati condannati a morte.

Fantasmi sì… ma Ofelia e quello sguardo per me restano il vero mistero qui.

Michele Rapisarda il pittore romantico/realista

Solo dopo parecchio tempo mi accorgo che, nella stessa sala, accanto all’ammaliante Ofelia troneggia gigantesco un dipinto straordinario nella sua rappresentazione così emotivamente coinvolta e nel suo realismo, allo stesso tempo. Alla fine è d’uopo: mi informo sull’autore.

Michele Rapisarda nasce a Catania nel 1822 e comincia la sua carriera di pittore alla fine dell’Illuminismo, rompendo con la concezione materialistica della realtà si inserisce in piena corrente romantica. Ma cavalca anche quella che si instaurerà dopo qualche anno, il realismo. Si forma alla scuola di Roma, ma poi gira tra Firenze, Venezia e Parigi. Molte sue opere sono a tema biblico, storico e sacro ma verso la fine della sua vita focalizza la sua attenzione sui ritratti di donne e sui nudi. Emigrato giovanissimo riporta nei suoi quadri riferimenti iconografici relativi alla sua terra e dipinge numerosi ritratti di donne popolane in costume catanese. Molti di questi sono esposti nella sala del Castello Ursino.

I vespri siciliani

La rappresentazione dell’emotività, della spiritualità è tipica del periodo d’arte in cui vive il Rapisardi, il romanticismo. Nel quadro che ho davanti ne caratterizza i tratti di ogni soggetto, il viso, il corpo, lo slancio dei movimenti. Il dipinto si rifà alla leggenda che vuole lo scatenarsi della guerra a seguito dell’offesa subita da una donna siciliana ad opera di un soldato angioino. Difatti nella parte destra del quadro, riverso a terra si vede il soldato, minacciato dalla spada di un siciliano. Se non fosse però per i due fidanzati, ritratti  a margine del quadro che indicano l’imminente uccisione, la scena risulta completamente occupata dalla donna in primo piano vestita di bianco. La sua espressione è la rappresentazione dell’umiliazione e del dolore, mentre dietro di lei un intero popolo la sostiene. Un popolo ritratto in tutte le sfaccettature del volgo che esprime la teatralità e drammaticità del momento. Lo stesso autore si è voluto autoritrarre per ben due volte, da giovane e da anziano. Sullo sfondo la conca d’oro di Palermo che abbraccia uno dei momenti più incisivi e truci della storia siciliana.

Il quadro, datato 1864, è uno degli omaggi alla Sicilia lasciati dal pittore catanese che emigrò in giovane età e morì a Firenze nel 1886.

 

Barbara Mileto

Un articolo di Barbara Mileto pubblicato il 27 Ottobre 2019 e modificato l'ultima volta il 27 Ottobre 2019

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