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A CATANIA

Tornano le ‘Ntuppatedde (raccontate anche nel nostro docu): le donne “libere” di Sant’Agata, quest’anno con un iniziativa per la libertà di migrazione

Identità | 1 Febbraio 2019

Bianche e col garofano rosso, libere, bellissime, suggestive. Le ‘ntuppatedde ormai da qualche anno, durante la festa di Sant’Agata a Catania, con il viso coperto da un velo, offrono una perfomance danzante tra le candelore, i devoti e i semplici curiosi, irrompendo in una festa che ha una organizzazione soprattutto al maschile (con pochissime preziose eccezioni: ad esempio Teresa Di Blasi, unica donna nel Comitato Agatino). Ve le abbiamo raccontate qui,   e anche in live l’anno scorso sulle pagine di Identità Insorgenti, con le foto di Barbara Mileto (come quella qui su) ma anche nel documentario “Sotto un altro vulcano”, inserito nel programma ufficiale di Sant’Agata dal Comitato (debutto il 26 gennaio scorso al Museo Diocesiano).

Ora questa tradizione identitaria recuperata acquisisce anche un aspetto “politico” nel segno della resistenza e della libertà.

Le Ntuppatedde, quesr’anno, infatti, dedicano 1000 fiori – il garofano rosso simbolo della loro apparizione – a chi cerca terra, allo straniero, all’errante.

“Un incitamento al risorgere del femminile, perché è del femminile la terra. La donna creatura e creatrice, la donna protrettrice e guerriera, a difesa della terra senza confini e senza padroni. Migrare è il naturale viaggio di chi desidera mutare a “nuova vita,” a nuovi orizzonti, a nuova fioritura. Un fiorire verso una condizione della contemporaneità che ci fa desiderare di ribaltare il mondo, di rivoluzionarlo e stracciarlo dal suo stesso essere mondo per riportarlo a essere terra, metamorfosi e cominciamento”, spiega Elena Rosa, performer e sperimentatrice nel campo del teatro e del teatro-danza, ideatrice e performer dal 2013 del progetto ‘Ntuppatedde.

Durante la loro apparizione del 3 febbraio, dalle 8.00 alle 13.00, (in genere compaiono in piazza Duomo a prima mattina del giorno 3) saranno donati da un gruppo di “portatrici di fiori” (a cui è possibile candidarsi) 1000 fiori a 1000 donne. “ Cerchiamo donne che accompagnino le ‘Ntuppatedde e che donino fiori durante il loro passaggio. Per partecipare è necessario chiamare al 331 8562485 o scrivere una mail a [email protected] e presentarsi all’incontro con le ‘Ntuppatedde sabato 2 febbraio dalle 16 alle 18”.

Le ‘Ntuppatedde sono raccontate anche da un catanese doc quale Giovanni Verga che ne “denunciava” in un racconto la quasi estinzione: “A Catania la quaresima vien senza carnevale; ma in compenso c’è la festa di Sant’Agata, – gran veglione di cui tutta la città è il teatro – nel quale le signore, ed anche le pedine, hanno il diritto di mascherarsi, sotto il pretesto d’intrigare amici e conoscenti, e d’andar attorno, dove vogliono, come vogliono, con chi vogliono, senza che il marito abbia diritto di metterci la punta del naso. Questo si chiama il diritto di ‘ntuppatedda, diritto il quale, checché ne dicano i cronisti, dovette esserci lasciato dai Saraceni, a giudicarne dal gran valore che ha per la donna dell’harem. Il costume componesi di un vestito elegante e severo, possibilmente nero, chiuso quasi per intero nel manto, il quale poi copre tutta la persona e lascia scoperto soltanto un occhio per vederci e per far perdere la tramontana, o per far dare al diavolo. La sola civetteria che il costume permette è una punta di guanto, una punta di stivalino, una punta di sottana o di fazzoletto ricamato, una punta di qualche cosa da far valere insomma, tanto da lasciare indovinare il rimanente. Dalle quattro alle otto o alle nove di sera la ‘ntuppatedda è padrona di sé (cosa che da noi ha un certo valore), delle strade, dei ritrovi, di voi, se avete la fortuna di esser conosciuto da lei, della vostra borsa e della vostra testa, se ne avete; è padrona di staccarvi dal braccio di un amico, di farvi piantare in asso la moglie o l’amante, di farvi scendere di carrozza, di farvi interrompere gli affari, di prendervi dal caffè, di chiamarvi se siete alla finestra, di menarvi pel naso da un capo all’altro della città, fra il mogio e il fatuo, ma in fondo con cera parlante d’uomo che ha una paura maledetta di sembrar ridicolo; di farvi pestare i piedi dalla folla, di farvi comperare, per amore di quel solo occhio che potete scorgere, sotto pretesto che ne ha il capriccio, tutto ciò che lascereste volentieri dal mercante, di rompervi la testa e le gambe – le ‘ntuppatedde più delicate, più fragili, sono instancabili, – di rendervi geloso, di rendervi innamorato, di rendervi imbecille, e allorché siete rifinito, intontito, balordo, di piantarvi là, sul marciapiede della via, o alla porta del caffč, con un sorriso stentato di cuor contento che fa pietà, e con un punto interrogativo negli occhi, un punto interrogativo fra il curioso e l’indispettito. Per dir tutta la verità, c’è sempre qualcuno che non è lasciato così, né con quel viso; ma sono pochi gli eletti, mentre voi ve ne restate colla vostra curiositā in corpo, nove volte su dieci, foste anche il marito della donna che vi ha rimorchiato al suo braccio per quattro o cinque ore – il segreto della ‘ntuppatedda è sacro. Singolare usanza in un paese che ha la riputazione di possedere i mariti pių suscettibili di cristianità! E’ vero che è un’usanza che se ne va”.

Invece questa tradizione, trasformata, è tornata potente grazie alle ragazze di Spazio Oscena guidate da Elena Rosa. Ci saremo anche quest’anno per raccontarvele in live il 3 mattina e, sempre il 3, nel pomeriggio, dalle 17,30 per raccontarvele in “Sotto un altro Vulcano”, che presenteremo da Land (Cartura) alla Dogana Vecchia di Catania alle 17 e 30.

Lucilla Parlato

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 1 Febbraio 2019 e modificato l'ultima volta il 1 Febbraio 2019

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