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A PALAZZO DONN’ANNA

Napoli, la letteratura e La Capria: l’emozione del Suono della Parola

Cultura | 11 Novembre 2018

E finalmente il giorno di Raffaele La Capria è arrivato. Qualche settimana fa Alessio Forgione, l’autore di Napoli Mon Amour, uno dei tanti scrittori che in La Capria ha trovato “tana”, mi aveva anticipato che la Fondazione De Felice e Il Mina, nell’ambito de “Il suono della parola”, una manifestazione che da qualche anno – grazie  alla Fondazione Pietà de Turchini – anima per tre giorni lo spazio dentro Palazzo Donn’Anna, stavano organizzando questa mattinata omaggio durante la quale l’ospite d’onore sarebbe stato lo stesso autore di Ferito a morte, libro di riferimento di intere generazioni di partenopei.

Da giorni aspettavo, dunque, questo momento. Per me, come per tanti non certo solo della mia generazione, Raffaele La Capria è mito e riferimento letterario indissolubile.

Così stamattina, sul presto, mi sono avviata all’incontro, godendomi una giornata tremendamente bella. Ho percorso a piedi Mergellina e sono arrivata poi a via Posillipo. Confesso che, quando ho visto in lontananza la sagoma di Palazzo Donn’Anna, luogo evocativo di Don Raffaele, ho sentito un per me insolito crampo nello stomaco…emozionata come una scolaretta.

Sono in anticipo di un’ora, come suggerito dagli organizzatori che, gentilissimi, mi hanno concesso la possibilità di trasmettere il live integrale della mattinata e mentre cammino, mi immergo idealmente nel mare che brilla alla mia sinistra. E’ una giornata cattivamente splendida.

Tra poco incontrerò lo scrittore che ha rafforzato il senso della mia emigrazione da Napoli, 22 anni fa, lo scrittore che mi ha fatto piangere e incazzare più di tutti, lo scrittore che ha rappresentanto – nella mia come in quella di altre migliaia di persone – un punto di riferimento assoluto, lo scrittore alle cui parole mi sono “azzeccata” più volte.

Da poco, per giunta, ho letto “Il fallimento della consapevolezza”, sua ultima “fatica” dove ripudia definitivamente l’idea che Ferito a Morte rappresenti “La dolce vita” in salsa partenopea. Io non l’ho mai creduto. E me ne sono compiaciuta.

La Capria, nel volume edito da poche settimane da Mondadori,  spiega che in Ferito a Morte non voleva parlare d’altro che  “dello spreco del tempo a Napoli, di quella terribile dissipazione per cui un giorno o dieci anni sono esattamente la stessa cosa”. E inevitabilmente il legame con “Napoli Mon Amour”, il libro di Alessio Forgione edito da NN mi pare più forte.

Napoli “città inafferrabile” per sua definizione. Napoli che genera, in chi la racconta, quell’irrefrenabile “desiderio di svelarne l’anima nascosta”, come scrive ancora La Capria. Napoli che si fa raccontare e che ti lascia sempre con un non detto ancora da dire.

Napoli, penso, mentre percorro ancora Posillipo, dove il passato e il presente si rincorrono senza soluzione di continuità,  da cui si fugge e poi si torna, un giorno o una vita.

Altro che il mare dove finisce il dolore: vista da qui il dolore, invece, mi assale. Oggi è bellissima, e questo mi fa male. E vorrei, come la Serao, poterne scrivere solo quando è sera. Perché la bellezza ti offusca la lucidità. Mentre nella lontananza, nella nostalgia, nel ripudio, nell’amore comunque cieco che ogni volta e a ogni ritorno Napoli rigenera, c’è forse più verità, di certo più lirismo. E Ferito a Morte è lirica pura… qualcuno scrisse che è poesia in prosa.

Pensando a tutto questo, mentre sono quasi in piazzetta Donn’Anna, vedo in lontananza la sagoma di Alessio Forgione. Non è un’allucinazione: è proprio lui. Mi appare che scende nel verso opposto al mio – Palazzo Donn’Anna è alle sue spalle – vestito di scuro come anche l’altra volta che l’ho incontrato al Mann, stavolta con gli occhiali da sole. Mi pare un segno. Ci salutiamo. Vorrei leggere altri dieci suoi libri dopo Napoli Mon Amou: altre parole e altre narrazioni, dure e emozionali sulla città che amo e odio. Come forse un po’ tutti quelli che incontro poco dopo per questo omaggio a Raffaele La Capria denso e forte come poche cose vissute nella mia ormai lunga carriera.

Cos’è se non un commiato questo di La Capria con il suo mare, il suo palazzo e la sua città, proprio qui, sopra gli scogli dai quali si tuffava Massimo De Luca prima di lasciarla, prima di andar via, prima di guardarla in lontananza?

In sala c’è la gente che lo ama, gli scrittori che hanno consumato le sue pagine, un po’ di stampa, molti anziani, pochissimi giovani e nessuna “autorità”. Io mi metto nel mio angolino, accendo il live. Mi diverto, mi emoziono, mi commuovo. E sento che da lì sotto (sto su un palchetto sopra le volte bianche di Donn’Anna, guardo dal di sopra la platea) mi arrivano le stesse sensazioni collettive, da chi La Capria ce l’ha ad altezza d’occhi.

“A Napoli viviamo tutti sotto il segno dell’indulgenza, la stessa che i figli pretendono dalle madri, i mariti dalle mogli, gli amici dagli amici, gli alunni dai professori e ognuno da tutti gli altri” scriveva in Ferito a morte. Ma io in questo periodo non mi sento indulgente per niente verso la mia città.

Napoli ti incanta e ti disincanta. Però dalle finestre di Palazzo Donn’Anna a picco sugli scogli, ti dimentichi per un attimo la rabbia di questi tempi e diventi autoindulgente, ancora… sorridi perché Alessio – che pure è tra queste mura per la prima volta – ti chiede se è vero che lì abita Mertens…

Poi arriva La Capria, fiero sul suo bastone che regge i suoi 94 anni. Sorride, saluta, si siede in prima fila. E via via i posti al suo fianco si riempiono: vicino ad Alessio c’è Ruggero Cappuccio. Ci sono Silvio Parrella, Lorenzo Pavolini, Elisabetta Rasy. E tanti altri… Scritture variegatissime, emozionali. Tutte con un legame sottile o enormemente simbiotico con la scrittura di La Capria.

Si inizia.  Tutti leggono pagine delle sue opere. Ruggero Cappuccio  fa aprire a La Capria una pagina a caso di Ferito a morte… Alessio sceglie un brano da “Un giorno d’impazienza”… E le parole prendono più forza di quella che già hanno, con lui lì che in conclusione si alza e manifesta gioia, dicendosi contento di averci tutti attorno. Lui che non si risparmia, scrive dediche, accetta di farsi foto, chiude cantando a cappella Palomma ‘e notte (parole di Salvatore Di Giacomo).

E quella canzone malinconica, oggi, diventa metafora, inevitabilmente, di Napoli.

Vatténn’ ‘a lloco. Vatténne, pazzarella. Va’ palummella e torna, e torna a st’aria accussì fresca e bella. ‘O bbì’ ca i’ pure mm’abbaglio chianu chiano, e che mm’abbrucio ‘a mano pe’ te ne vulé caccià?

Napoli che ti brucia le ali. Napoli che ti fa volare, lo stesso. Napoli che per chi ci è nato è condanna e fortuna. La Napoli di La Capria, eternamente decadente e tragicamente radiosa. La Napoli che guardiamo brillare l’ultima volta dal balcone di Donn’Anna con gli occhi lucidi e commossi dopo aver salutato da vicino questo mito collettivo, che unisce più generazioni.

Grazie Raffaele La Capria. Grazie davvero. E’ stato bello amarti di nuovo, ancora e ancora. Feriti a morte ma vivi.

Lucilla Parlato

Fotogallery Mario Laporta/Kontrolab (all rights reserved)

 

 

 

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 11 Novembre 2018 e modificato l'ultima volta il 25 Novembre 2018

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