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A PALAZZO ZEVALLOS

Il busto di Paolo Ricci firmato Gemito: così lui raccontava l’incontro con lo scultore

Arte | 29 Settembre 2020

Con un nastro tra i capelli, a fermarne la ribellione, con il movimento dei ricci che viene voglia di accarezzarli; lo sguardo fiero di un piccolo deo, divino nella sua semplicità, come gli acquaioli e i  pescatorielli ispirati alle statuine di Pompei e del Museo Archeologico: così l’anziano Vincenzo Gemito, nel 1926, scolpì il giovane volto di Paolo Ricci,  pittore, giornalista, critico d’arte e critico letterario, allora appena 18enne. In questi giorni e fino a metà gennaio c’è l’occasione unica di ammirare questo busto – spendido –  ospitato nella piccola e preziosa mostra dedicata al Liberty Napoletano a Palazzo Zevallos, N’aria ‘e primmavera, a cura di Luisa Martorelli e Fernando Mazzocca, che accoglie settanta opere, tra dipinti, sculture, gioielli e cartellonistica pubblicitaria per raccontare un’epoca d’oro dell’arte in città. Il busto di Paolo Ricci in genere se ne sta a Houston, in Texas, nella collezione di Sir Mark Fehrs Haukohl, collezionista di arte italiana di ogni tempo.

L’incontro tra Ricci e Gemito

L’incontro di Paolo Ricci con Vincenzo Gemito fu, secondo i biografi di Ricci, determinante per l’allora ragazzo. Si legge nel Dizionario Bibligrafico della Treccani: “A Napoli, grazie all’incontro nel 1923 con Vincenzo Gemito, Ricci decise di intraprendere la via dell’arte. Cominciò a studiare in modo disordinato diverse discipline – architettura, urbanistica, storia dell’arte, letteratura, storia del teatro, psicanalisi –, coltivando nello stesso tempo i suoi interessi politici che, dopo l’affermarsi del regime fascista, si nutrivano sempre più di letture marxiste”. E Villa Lucia, dove poi Ricci si stabilì anni dopo, del resto era a pochi passi da Villa Scoppa, dove Gemito visse i suoi ultimi anni in quel Parco Grifeo che ha accolto molte storie artistiche e letterarie di Napoli.

“T’aggia fa na bella capa uagliò” era il ritornello che Gemito a Raffaele Viviani, grande amico e riferimento dello stesso Ricci, come racconta Viviani stesso nella sua autobiografia.

E in effetti la testa di Viviani, custodita nella sezione teatro – vergognosamente chiusa – del Museo di San Martino a Napoli è datata – come quella di Ricci – 1926.

Fu il piccolo Ricci a condurre il grande drammaturgo dall’anziano e altrettanto gigantesco Gemito? A noi piace immaginare di sì.

Quel che è certo è che Ricci conobbe Gemito tre anni prima di quel 1926. Lo racconta lo stesso Ricci in quella indispensabile enciclopedia dei nostri artisti “Dall’800 al 1943” curata dall’artista, qui in veste di storico e critico.

“Ho conosciuto Gemito nel 1924 – racconta Ricci nel capitolo dedicato a Gemito – qualche anno prima della morte. Lo incontrai in una via del Vomero in una mattinata di aprile mentre passeggiava appoggiandosi al braccio di un suo operaio raspinatore. Lo avvicinai trepidante e gli chiesi: “Maestro, posso accompagnarvi?”. Egli si voltò di scatto fissandomi in volto con quegli occhi di un colore straordinario, indefinito, tra l’azzurro e il verde cupo, e dopo avermi squadrato mi disse: “Vieni con me?”. Ci avviammo verso il vicoletto Cimarosa ed entrammo nel cancello di Villa Lucia proseguendo la strada all’interno del bosco, in silenzio, fino alla fontana di Canova. A questo punto si fermò e mi disse: “Non sai di chi è?”. Io risposi: “Canova”, e allora proseguì in silenzio fino all’altro cancello di Villa Lucia, quello che porta al Parco Grifeo, dove era la sua abitazione. Arrivati all’altezza dello studio, sempre silenziosamente, si tolse il soprabito, la giacca e in ultimo il cappello, che consegnò al raspinatore perché li portasse di sopra, dopo di che prese gli strumenti di lavoro e affrontò il cesello di una testa di bronzo. Ciò che mi colpì fu la posizione abituale con la quale egli eseguiva il suo lavoro: era accosciato reggendosi sulla pianta dei piedi al modo degli zingari. In questa posizione rimase tutto il tempo che restai con lui, rivolgendomi la parola di tanto in tanto per spiegarmi l’operazione che si accingeva a fare. Dopo di che, mi invitò a casa sua, nella stanza in cui lavorava e dormiva, mostrandomi alcune sue opere recenti come la Madonna del Monte Grappa e il bozzetto per il monumento, mai eseguito, del Papa Pio X. Mi raccontò la storia di quel concorso e della sua eliminazione, in modo calmo e senza risentimenti, come un uomo saggio che giudica le cose dall’alto della sua esperienza, tollerante e comprensivo. Da quel momento per me divennero abituali la via del Parco Grifeo e gli incontri con lui. Una sola volta egli si mostrò violento e aggressivo verso di me, e fu quando, avendo lui ricordato gli anni della sua esperienza all’Accademia di Belle Arti, mi disse: “A quel tempo erano degli dei gli uomini che insegnavano l’arte”. Io, ingenuo, azzardai l’ipotesi che egli intendesse riferirsi a Morelli, al che come una belva infuriata, mi saltò addosso e con una forza inaspettata mi sbattette contro il muro urlando: “Non erano quei fessi” e altre imprecazioni contro quei vecchi artisti napoletani. Allora mi domandai la ragione di quella reazione e venni alla conclusione che la rabbia di Gemito era giustificata dalla esprienza di un uomo vissuto in un ambiente incapace di capire la vera natura del suo ingegno. Era un gesto di reazione alla meschinità e al conformismo che erano, non solo allora, caratteristici dell’ambiente artistico accademico napoletano”.

Nel “Fondo Paolo Ricci”, custodito all’Archivio di Stato di Napoli  (e qui abbiamo l’obbligo di ringraziare Lorenzo Terzi che ce l’ha recuperato) di questo incontro si racconta con maggiori particolari, anche se il documento non risulta facilmente leggibile dal momento che quella dell’archivio è proprio una fotocopia di un vecchio articolo – non c’è l’originale – tratto dalla rivista Arte e datato 22 settembre 1946, dove si recensisce la bella monografia di Gemito firmata Alfredo Schettini. E qui Ricci, ormai adulto e inserito pienamente nel mondo artistico del tempo – Gemito era morto nel 1929 – ricorda invece quel consiglio che Gemito volle dare al sè stesso giovanissimo, mentre silente osservava il grande scultore scolpire la testa di Alessandro Magno: “Guagliò guarda ‘bbuono. Sì vuò fà ‘o scultore ricordate tutto chello cà vide”.

E sorridiamo soprattutto osservando la foto del giovane Ricci,  recuperata di recente da Paolo La Motta con cui ho avuto la fortuna di ammirare questa bella mostra a Palazzo Zevallos. E con il quale siamo rimasti imbambolati davanti alla bellezza di questa raro, unico ritratto di Paolo Ricci firmato Gemito, a testimonianza di un rapporto tra due artisti di due diverse generazioni che hanno donato lustro e emozioni a questa città.

Lucilla Parlato

 

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 29 Settembre 2020 e modificato l'ultima volta il 29 Settembre 2020

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