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A STAGIONE CHIUSA

Luci ed ombre di un anno di Napoli e una sola certezza: forza Ciro!

Identità, NapoliCapitale, Sport | 19 Maggio 2014
bimbo higuain
Uno dei diecimila bimbi che ieri hanno affollato il San Paolo per l’ultima di Campionato. (Foto di Patty Azzurra)

Archiviato ieri sera il campionato di calcio di seria A, niente più coppe, niente più gol per cui esultare, niente più obiettivi stagionali, basta striscioni, basta cori, basta  polemiche.

Il Napoli conclude con la manita rifilata al Verona di Mandorlini (quello di “ti amo terrone”) ed è davvero un bel modo per finire un anno strano, dalle mille sfumature, pieno di soddisfazioni ma anche di tante delusioni per i colpi bassi visti in campo e fuori, tra spalti e studi televisivi e testate di giornali, un anno duro per noi napoletani soprattutto perché segnato da colpi di pistola e insudiciato ulteriormente da troppe parole inutili, da discriminazioni continue, da offese gratuite sempre più tollerate.

Una stagione che ha raccontato tanto di questo paese e dei suoi limiti, della sua incapacità di gestire le situazioni, della sua inefficienza e  inettitudine di fronte alle emergenze, della sua necessità di cercare il mostro da sbattere in prima pagina per lavarsi le mani di tutto, del suo doppiopesismo che trova esaltazione massima quando uno degli attori in gioco nasce nella terra di Partenope.

Un anno che ci toccherà ricordare per essere usciti dalla Champions con 12 punti ( e non era mai accaduto prima nel torneo) dopo aver battuto squadroni come Arsenal e Borussia Dortmund, il primo anno senza Cavani  ma che nonostante ciò ci lascia il record di gol fatti tra campionato e coppe (ben 104), una stagione che per la quinta volta consecutiva ci porterà in Europa l’anno prossimo (record anche questo).

Tanti i chilometri macinati in campo dai nostri, tanti anche quelli percorsi da una tifoseria che non ha eguali al mondo, sempre presente, sempre calda e vicina, pronta a far sentire a casa tutti i nuovi arrivati, a cominciare da un certo Rafa Benitez, signore del calcio e della vita, che ha subito capito che  per i napoletani il Napoli non è solo una squadra di calcio, ma una passione viscerale, un canale attraverso cui esprimere la nostra identità e la voglia di rivalsa verso chi ci denigra quotidianamente, verso chi non ci capisce, verso chi ci vorrebbe sterminare e ce lo ricorda ogni domenica con cori e striscioni dagli spalti di tutt’ italia.

E poi Higuain che dice di voler vincere a Napoli, Callejon e la profezia dei 20 gol realizzati, il folletto belga Mertens che dispensa sorrisi e gol e corsa senza fermarsi mai… quante emozioni, quanti brividi azzurri, interrotti però troppo bruscamente in quella tragica notte romana che ha visto tre tifosi feriti e ci ha negato anche la gioia di esultare per una vittoria comunque conquistata sul campo. Ed è proprio in seguito alle vicende romane, o meglio per una serie di comportamenti deprecabili dei suoi tifosi in quella sera, che ieri il Napoli è stato costretto a giocare a porte chiuse: la società così, per sopperire alla tristezza di finire il campionato a stadio vuoto, ha invitato 10 mila bambini delle scuole napoletane per tifare e riempire di vita il tempio di Fuorigrotta.

Esperimento riuscito, secondo alcuni, per l’esempio di civiltà mostrata dai piccolissimi tifosi azzurri a differenza degli omologhi che riempirono la curva juventina chiusa per cori contro i napoletani  qualche mese fa, per i tanti messaggi rivolti a Ciro Esposito, per l’energia che hanno saputo portare e trasmettere anche ai ragazzi in campo; per altri invece evento assolutamente male organizzato a cominciare dall’orario serale poco adatto a consentire la “gestione” di tifosi così piccoli, per finire con le tante mamme viste in lacrime davanti allo stadio perché non gli veniva concesso di accompagnare i propri figli mentre altra gente entrava indisturbata…

Non sappiamo come sia potuto accadere ma è certo che all’interno del San Paolo, ieri sera, non vi fossero solo bimbi e rispettivi accompagnatori: mentre gli abbonati si son dovuti accontentare di guardare la partita da casa o di stazionare davanti allo stadio (dove si è anche organizzata una raccolta fondi per i tre ragazzi feriti a Roma) con la vecchia solita radiolina in mano, c’è stato invece chi si è potuto accomodare tranquillamente sugli spalti, che fossero i soliti “amici degli amici” o no non è dato sapere, né sinceramente ci interessa più di tanto… ci interesserebbe di più capire i perché e i per come rispetto all’accaduto.

E mentre le condizioni di salute di Ciro, il ferito più grave, si fanno inaspettatamente più critiche tanto da doverlo intubare di nuovo, in un altro stadio italiano si festeggia il tricolore, il cui numero varia a seconda che esso sia calcolato dalla procura federale o da società e tifoseria, e, festeggiando festeggiando si fa invasione di campo e si stracciano le reti delle porte come, ci pare di ricordare, fosse successo anche a Roma ad opera dei tifosi azzurri, apostrofati all’epoca con tutta una serie di aggettivi che poco avevano a che fare con l’istinto naturale del festeggiare e molto invece con l’inciviltà e il malcostume.

Sempre nello stadio torinese, ieri, abbiamo letto la fatidica frase “Speziale Libero” ostentata su uno striscione in curva, cui, ci teniamo a precisare, va tutto il nostro appoggio, non possiamo però non meravigliarci del fatto che, quando quel messaggio era riportato su una certa maglietta di un capo ultras napoletano, se n’è scritto, letto e parlato ovunque sui media nazionali in termini di biasimo e condanna senz’ appello, tanto da far intervenire in merito anche le più alte cariche istituzionali del paese, mentre per l’invasione di campo e per lo striscione juventino nessuno ieri pare aver sentito l’irrefrenabile bisogno di stigmatizzare nulla, di parlare di vergogna, di ammonire un popolo intero, di invocare i daspo, di deplorare e criticare gli autori del “reato”.

Non ce l’abbiamo col messaggio in sé, ovvio, né con comportamenti che fanno parte della normalità gioiosa del calcio come un’ invasione di campo, ce l’abbiamo con chi si erge a giudice della moralità di un popolo avendo un’ obiettività solo millantata, sconfessata poi puntualmente da provvedimenti finto-repressivi che puntano a trasformare la realtà dei fatti in una a proprio uso e consumo, una verità -sempre la stessa da buoni 150 anni- dalla trama fitta e complessa, ordita sempre e solo a danno nostro, a voler dimostrare che siamo diversi, inferiori, colpevoli a prescindere.

Noi i daspo contro la curva juventina stavolta non li invochiamo, nè ne invochiamo la chiusura  perché il loro striscione è anche, per una volta, il nostro; invochiamo però più attenzione, più giustizia, più parità di trattamento, e soprattutto ci aspettiamo che ad essere condannati su tutti i fronti siano quelli che sparano a gente inerme, non quelli che chiedono libertà per altri.

Archiviamolo così questo campionato, da domani archivieremo  le sue ombre e le sue luci in attesa dei mondiali e del calciomercato ma non dimenticheremo ciò che sta accadendo a Ciro, a Gennaro e ad Alfonso, questo no, noi no: resteremo vicini alle loro famiglie, ne seguiremo le vicende, daremo voce alle loro speranze e alle paure in attesa dell’unica vera vittoria che noi napoletani aspettiamo davvero col cuore e che non pronunciamo… siamo scaramantici, siamo napoletani, noi.

Floriana Tortora

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 19 Maggio 2014 e modificato l'ultima volta il 19 Maggio 2014

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