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La vittoria sulla Juventus firmata Romano che avvicinò il Napoli al suo primo Scudetto

Sport | 29 Marzo 2019

C’è una partita, su tutte, che indirizzó definitivamente il Napoli verso la vittoria del suo primo, storico Scudetto. Quella partita si disputó il pomeriggio del 29 marzo 1987: al San Paolo, trentadue anni fa, gli Azzurri di Diego Armando Maradona ospitarono la Juventus di Michel Platini.

Una cavalcata trionfale

Prima di quel match, il Napoli guardava tutti dall’alto verso il basso dalla gara di andata a Torino del 9 novembre 1986, vinta 3-1 in rimonta sui bianconeri. Da quel momento, nel corso delle settimane, nessuna squadra alle sue spalle era parsa realmente in grado di impensierirne il cammino.

Nel solo girone d’andata, gli Azzurri persero una sola partita, in casa della Fiorentina, alla penultima giornata, con Maradona che a fine gara, ai microfoni Rai, dichiarò di essersi reso conto – quel pomeriggio – che “il Napoli stava giocando contro tutti quanti”. E non solo contro la Viola.

Chi, con l’avvicinarsi della primavera, attendeva un calo della squadra guidata da Ottavio Bianchi, rimase fortemente deluso: dal passo falso di Firenze, il Napoli sconfisse Ascoli, Brescia, Udinese, Avellino, Torino e Atalanta, collezionando ben sei vittorie nelle successive sette gare di campionato.

Un filotto impressionante – solo la Sampdoria, capace di strappare un punto al San Paolo, ne rimase indenne – che proiettó il Ciuccio a ben cinque punti di vantaggio sul trio composto da Roma, Juventus e Milan, con l’Inter quarta attardata addirittura di sette lunghezze.

Le dirette inseguitrici rosicchiarono qualche punto nelle settimane seguenti, col Napoli atteso da tre scontri diretti consecutivi con Roma e Juventus in casa, intervallate nel mezzo dalla trasferta di San Siro, contro l’Inter. È il momento decisivo e più difficile della stagione.

Contro Roma e Inter, il Napoli raccoglie un solo punto, frutto dello 0-0 casalingo con i giallorossi e del k.o. con i nerazzurri meneghini propiziato da un gol, a tempo scaduto, di Beppe Bergomi.

Napoli-Juventus divenne così il crocevia indiscusso tra la strada verso il tricolore e quella della paura per una beffa che, alle pendici del Vesuvio, troppe volte aveva fatto capolino negli scorsi anni proprio nei momenti decisivi.

Una Città e la sua squadra

Allo scontro al vertice di Fuorigrotta il Napoli arrivò da capolista, forte dei suoi tre punti di vantaggio sulla Roma. La Juventus dell’ex Rino Marchesi era terza, in coppia con l’Inter, a quattro punti di ritardo dall’armata partenopea.

Il San Paolo si presentò gremito in ogni ordine di posto. Nonostante il periodo dell’anno fosse propizio per le prime uscite all’aria aperta, su Partenope il cielo era invece grigio e minaccioso.

Lo spettacolo in campo, però, non ne risentì. Al Napoli non tremarono le gambe per il grande appuntamento e la Juventus, seppur priva di Brio, Laudrup e Cabrini, si riveló sin da subito aggressiva e molto intraprendente.

Il gol che sbloccó la gara giunse dopo appena un quarto d’ora di gioco. Giordano guadagna un calcio di punizione da poco fuori l’area di rigore. Sul pallone si presentano Maradona e Renica: El Pibe tocca la sfera per la conclusione di potenza del libero azzurro che, di sinistro, beffa Tacconi, impreparato e goffamente posizionato nel farsi infilare il pallone tra le gambe.

Il vantaggio partenopeo non abbatté la Juventus. I bianconeri premono sull’acceleratore e mettono in difficoltà il Napoli grazie soprattutto all’inventiva di Platini. Gli sforzi della Vecchia Signora vengono premiati ad inizio ripresa, per merito di un inserimento fulmineo di Serena che, di testa, incorna un perfetto cross dalla destra proprio dell’asso francese.

Sul risultato di parità, Bianchi sceglie di alzare il tasso offensivo della propria squadra, inserendo un attaccante – Carnevale – al posto di un difensore, Caffarelli. Sul rettangolo verde, gli Azzurri tramutano subito in giocate e ritmi alti il messaggio di guerra del proprio allenatore.

Ai partenopei bastano otto giri di orologio per riportarsi nuovamente avanti: il dieci argentino, col suo sinistro, serve l’inserimento dello stesso Carnevale nell’area di rigore juventina. L’ex attaccante dell’Udinese tocca il pallone quel tanto che basta per mettere fuori causa Tacconi e premiare l’inserimento dell’accorrente Romano.

Il regista natio di Saviano – prelevato nel mercato invernale dalla Triestina, in Serie B – è il più lesto di tutti e, di piatto destro, scaraventa rabbia, ambizioni e voglia di vincere nella sguarnita rete bianconera.

Sugli spalti ansia e adrenalina si mescolano tra loro, ma la partita è tutt’altro che finita. Platini sfiora il gol in un paio di occasioni, mettendo i brividi al pubblico napoletano e ai guantoni di Garella. Sull’altro versante un tuffo di testa di Maradona, servito da un inesauribile Volpecina, è neutralizzato da un prodigioso riflesso di Tacconi.

Un pezzo (decisivo) di Scudetto

Al fischio finale dell’arbitro Pieri, il San Paolo scoppia di gioia.

Dagli altri campi, arrivano splendide notizie per il Napoli. La Roma esce sconfitta da Udine, l’Inter non va oltre lo 0-0 in casa del Torino, mentre il Milan perde rovinosamente a San Siro contro la Sampdoria. La vittoria sulla Juventus proietta gli Azzurri a ben cinque punti di vantaggio sui giallorossi capitolini e sui nerazzurri, con il Diavolo rossonero e la Vecchia Signora lontani rispettivamente sette e sei lunghezze.

Per qualche istante, il prato di Fuorigrotta si trasforma per Maradona in un teatro di festa simile a quello che, pochi mesi prima, fu l’Azteca di Città del Messico con la sua Argentina. Perché quel pomeriggio, come chiosò Italo Khune nel suo servizio per “90° minuto”, il Napoli cucì sulla sua maglia “un piccolo pezzo di Scudetto”.

Antonio Guarino 

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 29 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 29 Marzo 2019

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