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ACQUA PUBBLICA

Caro de Vincenti, servono scelte politiche giuste non imprese giuste

acqua sorgenti del gari
Ambiente | 20 Luglio 2020

Ho letto con attenzione l’intervento di Claudio de Vincenti sul Corriere del Mezzogiorno di domenica dal titolo: “Acqua, un bene per il Meridione, le imprese giuste per garantirla”.

La salvaguardia dell’acqua come bene comune accessibile a tutti è un principio difficile da non condividere, così come è ovvio che sia importante l’innovazione in questo ambito (in quale non lo è?), ho però trovato lo spirito dell’intero articolo, dall’inizio fino alle conclusioni, ben poco condivisibile. L’ex ministro e sottosegretario chiede di affrontare il problema senza ideologie. Corretto, ma dovrebbe essere il primo a farlo. Non si può, inoltre, affrontare l’argomento senza una base di idealismo, il che non significa restare su temi astratti o ancorati a rigidi presupposti ideologici, ma evitare che siano trascurati e disattesi dei principi basilari.

L’acqua è un bene comune e non è possibile pensare che ci sia chi, a qualsiasi titolo, possa trarre guadagno dalla distribuzione o vendita dell’acqua o dal trattamento delle stesse. Deve essere lo Stato a garantire che tutti possano avere acqua e il corrispettivo in denaro che viene pagato deve servire per fare arrivare acqua potabile a tutti, per la manutenzione di impianti e reti ed innovazione.

L’acqua è un bene comune e l’intera gestione del ciclo integrato dovrebbe essere pubblica

Non basta che l’acqua sia pubblica, deve essere pubblica l’intera gestione del ciclo integrato delle acque. Il giusto mix di pubblico e privato richiesto da De Vincenti non esiste, in quanto se c’è un privato, si presuppone che debba trarre un guadagno dalla gestione di un bene essenziale per la sopravvivenza.

Chiarita la totale non condivisione dell’impronta stessa dell’articolo, vorrei evidenziare che al suo interno vi sono delle inesattezze, delle incongruenze di una narrazione che dimentica che non è solo il Sud ad essere carente in quanto a gestione idrica, ma che il problema riguarda l’intera Italia, che dimentica che la distribuzione delle risorse idriche sul territorio non è omogenea. La Puglia, in particolare, dipende per il 79% dalla Campania, che a sua volta riceve oltre il 25% dell’acqua per uso civile da Lazio e Molise.

Le gestioni dirette in economia non sono un fenomeno del solo Sud

Le gestioni dirette in economia da parte dei comuni sono giustamente da ridurre ma non è vero che è un fenomeno solo del Sud. In Valle d’Aosta oltre l’86% dei prelievi d’acqua per uso potabile riguarda gestori in economia, oltre il 55% nella provincia autonoma di Trento, oltre il 60% in quella di Bolzano. Poi, è vero, quasi il 30% dei prelievi in Sicilia riguarda gestioni in economia e oltre il 25% in Calabria. Ma in Basilicata e Puglia la gestione è “specializzata” quasi per il 100%, in Campania e Sardegna per oltre il 96%, mentre in Lombardia c’è un 5,8% di gestione in economia ed un 8,7% in Liguria (fonte ISTAT, Censimento delle acque per uso civile).

Per quanto riguarda le perdite idriche totali, la media italiana nel 2015, fonte ISTAT, era del 41,4%, con le percentuali peggiori nelle isole (una media di perdite del 51,4%) seguite da Centro Italia (48,2%), Sud (46,2%), Nord-Est (37%) e Nord-Ovest (30,7). Fra le poche (una ventina) realtà provinciali con una riduzione delle perdite idriche fra il 2012 e il 2015 vi è la città metropolitana di Napoli, insieme al beneventano, alla parte Sud-Est della Sicilia ed a alcune province sarde (tutte realtà che hanno, però, perdite superiori alla media nazionale).

Restando in Campania, la città di Napoli, la cui società partecipata ABC è stata citata dall’ex ministro come esempio in negativo di peggioramento dell’efficienza, non solo ha contribuito alla riduzione delle perdite nella città metropolitana ma ha valori in linea con la media nazionale, ben al di sotto di tante altre città che hanno come gestori società miste pubblico-privato o quotate in borsa.

Perdite idriche: a Napoli meno perdite che a Roma o Firenze e in oltre 50 capoluoghi di provincia

Stando a quanto pubblicato da ISTAT nel 2017, su dati 2015, le perdite idriche della città partenopea (% fra perdite totali e volume di acqua messo in rete) sono infatti pari al 35,7%, il miglior risultato per i capoluoghi di regione del Sud (ma comunque meglio di Roma (44,1%), Firenze (47,1%) e di altri capoluoghi del centro-nord. Il risultato migliore è quello di Milano (16,7%). Ragionando sulle 116 città capoluogo di provincia/Città metropolitana, sono 58 le città ad avere perdite idriche maggiori di Napoli.

Nessuno vuole negare che il Sud abbia un problema di approvvigionamento di risorse idriche, né che al Sud le condizioni delle condotte siano tali da avere spesso perdite idriche considerevoli o che ci sia tanto da fare sui depuratori. Solo un folle non riterrebbe prioritaria una nuova e diversa gestione delle risorse idriche al Sud Italia, dall’approvvigionamento alla distribuzione fino alla gestione dei reflui e dei depuratori. Il problema va però contestualizzato ed analizzato alla luce di una situazione, quella italiana, molto complessa e problematica.

Per ridurre gli sprechi bisogna “portare” l’acqua come risorsa e bene comune nelle scuole

Senza chiamare in causa il referendum del 2001, è chiaro che ci sia un preconcetto ideologico, questo sì, verso la gestione pubblica delle risorse idriche, se si arriva a definire come esempio negativo quello di Napoli e di ABC. Non sempre la privatizzazione, ancorché parziale, ha portato i suoi frutti. Non in tutti i casi, soprattutto, va raccontato che pubblico è peggio di privato.

Bisogna avere il coraggio e la forza politica di rivedere le politiche di gestione dell’acqua. Non si può pensare che il costo degli investimenti ricadano sui cittadini, non si può pensare – come auspicato dall’ex ministro – che sia il costo dell’acqua ad essere un deterrente contro gli sprechi. E’ di fondamentale importanza che il rispetto dell’acqua bene comune entri nelle scuole attraverso progetti creati ad hoc, così come è importante che bambini e ragazzi possano entrare fisicamente in contatto con i sistemi di gestione della risorsa idrica, visitare le sorgenti e i serbatoi. La lotta agli sprechi si combatte educando le generazioni future.

Lo Stato, a livello centrale, deve garantire investimenti cospicui per ridurre drasticamente le perdite idriche (che, va chiarito, non saranno mai zero) e per rendere efficienti gli impianti di depurazione. L’acqua è un bene comune e come tale va considerato, senza preconcetti ideologici.

Fabrizio Reale*

*Consigliere del Distretto idrico di Napoli – Ente Idrico Campano

In foto: acque sorgive del Gari, a poca distanza dalla presa dell’acquedotto della Campania Occidentale

Un articolo di Fabrizio Reale pubblicato il 20 Luglio 2020 e modificato l'ultima volta il 20 Luglio 2020

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