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L’ADDIO

Ci lascia Gigi Simoni, l’allenatore gentiluomo: vestì l’azzurro in campo e in panchina

Sport | 22 Maggio 2020

E’ morto Gigi Simoni, ex giocatore e allenatore del Napoli.

Aveva compiuto 81 anni a gennaio, ma conviveva dallo scorso giugno coi postumi di un ictus che lo avevano reso particolarmente sofferente. Se n’è andato nel giorno del decennale del Triplete conquistato dalla sua Inter, la squadra a cui soprattutto i più giovani appassionati abbinano il suo nome e il suo percorso calcistico.

In nerazzurro Simoni vi approdò nell’estate del 1998, quando fu scelto da Moratti per svezzare Ronaldo al suo arrivo in Italia. Conquistò subito la Coppa UEFA, mentre la vittoria dello Scudetto gli sfuggì in quell’arcinoto duello con la Juventus simbolicamente racchiuso nel fallo di Iuliano sul Fenomeno brasiliano non sanzionato dall’arbitro Ceccarini.

A Milano, sponda nerazzurra, Simoni vi giunse dal Napoli. Ferlaino lo ingaggiò dodici mesi prima dalla Cremonese, dove nelle quattro stagioni precedenti ottenne una promozione in A e due salvezze in massima serie.

L’Ingegnere gli affidò una squadra giovane, talentuosa ma acerba.

Era il Napoli 1996/97, quello delle maglie azzurre con i rombi bianchi orizzontali al centro e la Centrale del Latte di Napoli come sponsor. Era il Napoli di Caccia, Aglietti, Turrini, Ayala, Beto, Pecchia, Boghossian e Taglialatela. Era il Napoli del gol di Caio in Coppa Italia, sul campo della Lazio, in nove contro undici ascoltato alla radiolina.

Era il Napoli della bomba di Milanese al Verona al novantaduesimo minuto, delle punizioni di André Cruz al veterano Pagliuca e al baby Buffon che finivano la loro corsa dritte all’incrocio dei pali. Era, soprattutto, il Napoli che annaspava nelle difficoltà economiche del post-Maradona, che faticava a pagare gli stipendi dei giocatori e dei suoi collaboratori.

In un contesto del genere, Simoni mise in piedi un mezzo miracolo. La squadra lo seguiva, entusiasmava ed emozionava. Pochi giorni prima di Natale, in quella che per chi scrive fu la prima volta nel Tempio di Fuorigrotta, il Napoli si spinse addirittura fino al secondo posto in classifica alle spalle della Juventus. Due mesi più tardi raggiunse la finale di Coppa Italia battendo ai calci di rigore, al San Paolo, proprio l’Inter.

L’idillio durò poco.

Simoni accettò l’offerta di Massimo Moratti per l’annata ventura e Ferlaino, che mal digerì l’accordo, lo esonerò prima della fine della stagione. Lo sostituì Vincenzo Montefusco, a cui ancora oggi avremmo voglia di chiedere perché non fece giocare Beto – in lacrime, in panchina – nella finale di ritorno di Coppa Italia persa a Vicenza.

Una persona perbene

Quell’epilogo, tanto amaro quanto evitabile, racchiude in sé le sliding doors della recente storia azzurra, in cui il Napoli di Gigi Simoni rappresentò l’ultimo barlume di luce prima del buio delle retrocessioni e dell’agonia del fallimento.

Simoni a Napoli ci tornò proprio poco prima che la luce si spense del tutto. Accadde nella stagione 2003/04, l’ultima prima dei libri sociali portati in tribunale. Subentrò ad Agostinelli: fu l’anno delle partite in campo neutro a Campobasso, di Naldi presidente, di Vieri (fratello) e Savoldi (figlio) centravanti, degli 82 paganti di Napoli-Albinoleffe, degli scontri nel derby con l’Avellino e della morte del 20enne Sergio Ercolano.

Momenti bui, difficili e complicati. Momenti in cui, pur toccando il fondo, la sola presenza di Gigi Simoni rasserenava. O comunque ci provava, con la sua pacatezza, il suo buon senso e i suoi modi sempre gentili e affabili. Perché Simoni era una persona per bene, a cui il calcio non ha probabilmente restituito quanto lui, al calcio, ha dato e saputo dare.

Moratti, ancora oggi, rimpiange la scelta di averlo esonerato poco più di un anno e mezzo dopo averlo sedotto e corteggiato. I tifosi della Cremonese lo hanno eletto miglior allenatore nella storia del club grigiorosso.

A Napoli non fu solo allenatore, ma anche giocatore. Correva l’anno 1962: Gigi, appena 23enne, passò in azzurro in prestito dal Mantova. Col Ciuccio undici presenze e una sola rete in Serie B, ma sopratutto la promozione in massima serie e la vittoria della Coppa Italia, il primo grande trofeo nella storia club partenopeo.

Vogliamo ricordarlo con una sua frase, pronunciata durante un’intervista concessa a Fanpage nel gennaio del 2017: “La gente mi ha sempre voluto bene. Se vado a Napoli, ogni tre persone uno mi saluta e mi fa festa. Come è attaccato il tifoso napoletano alla squadra, penso non ci sia nessuno”.

Buon viaggio eterno, Mister Simoni.

Chi ama, non dimentica. E noi non la dimenticheremo mai.

Antonio Guarino

Un articolo di Antonio Guarino pubblicato il 22 Maggio 2020 e modificato l'ultima volta il 22 Maggio 2020

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