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AFRICA

Il racket della Francia sulle Colonie francesi e la Primavera Panafricana

Altri Sud, Battaglie | 25 Marzo 2019

Il dibattito sul FCFA (Franco delle Colonie Francesi d’Africa) e sul neocolonialismo è attuale e più che mai acceso soprattutto sull’asse Italia-Francia. Il vicepremier Luigi Di Maio infatti sembrava averlo individuato come “cavallo di troia” per entrare nel parlamento europeo dalla porta principale e come deterrente per domande scomode riguardo le scelte assurde del governo italiano sul tema immigrazione (vedi caso Diciotti).

È molto importante però fare una precisazione sulle presunte o palesi strumentalizzazioni: non importa chi abbia sollevato il dibattito sul colonialismo – è ininfluente – l’importante è che se ne parli e, credetemi, non se ne è mai parlato così tanto.

Ultimamente però c’è anche molta disinformazione sul CFA. C’è chi dice che rappresenti un vantaggio per i paesi africani, come il deputato PD, Luigi Marattin: “un sistema di cambio fisso garantirebbe innegabili vantaggi per i paesi in via di sviluppo” e chi parla persino di bufala, come l’economista Carlo Cottarelli: “i paesi Africani del West African CFA crescono con un tasso del 6-7% l’anno”.

Su quest’ultimo, fuorviante, intervento è bene fare una precisazione: il Pil non rappresenta il benessere della popolazione ma “ll valore di mercato aggregato di tutte le merci finite e di tutti i servizi prodotti nei confini di una nazione” che ovviamente in situazioni di regime totalitario o di sfruttamento non è un indicatore valido, basti vedere la top 10 del Pil mondiale, ordinato per crescita, nel 2018: Libia, Macao, Isole Turks, Etiopia, Costa d’Avorio, Nepal, Myanmar, Bangladesh, Gibuti, Cambogia.

Insomma, la denuncia del vicepremier Di Maio anziché portare ad un dibattito costruttivo a favore dei paesi africani ha portato un ammasso di politici, italiani ed europei, ad azzuffarsi facendo perdere di vista l’obiettivo per l’ennesima volta, almeno in Europa.

Ma cosa c’è di vero sul neocolonialismo?

Anzitutto il Franco CFA è solo la punta dell’iceberg di un processo molto più ampio che, più che ad un colonialismo, somiglia a qualcos’ altro. Applicato al nostro paese quello che più si avvicina agli accordi della Francia con le sue colonie è la piaga del Racket: “Organizzazione illegale che impone, con la violenza, le minacce e il ricatto, la propria protezione su determinati settori di attività, esigendo compensi notevoli e anche assumendo il controllo delle attività stesse” (Enc.Treccani) e più andremo avanti con questa storia più comprenderemo le assonanze tra le due parole.

La colonizzazione Francese in Africa dalle carabine ai colletti bianchi

Come le peggiori organizzazioni criminali, la Francia ha evoluto il colonialismo passando da un sistema basato su violenze, omicidi e schiavitù ad una vera e propria holding gestita comodamente da dietro una scrivania, anche se, come vedremo, gli interventi armati sono continuati sotto forma di moderni golpe.

L’imperialismo Francese in Africa ha radici molto lontane, comincia nel XVII secolo ma entra a pieno regime solo nel XIX secolo. L’occupazione dei territori era motivata principalmente dallo sfruttamento delle materie prime di cui il continente abbondava e gli stati africani, a quei tempi sotto-civilizzati, rappresentavano un bersaglio estremamente facile per i principali paesi imperialisti con i loro eserciti e i loro arsenali (Francia, Belgio, Spagna e Inghilterra su tutti).

Il colonialismo portò presto a un impoverimento dei paesi occupati e ad uno stallo sia economico che culturale dovuto principalmente ad una mancanza di indipendenza politica dei territori. Considerato che questa fase di stagnazione iniziò a cavallo della Seconda Rivoluzione industriale, il colonialismo può essere considerato la principale causa dei problemi attuali di gran parte dell’Africa.

Alla vigilia della seconda guerra mondiale la Francia aveva collezionato, in questo assurdo risiko, ben 19 territori del continente africano molti dei quali sono ancora oggi, nel 2019, sotto il dominio francese.

Nascita e sviluppo del Franco delle Colonie francesi d’Africa

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il pianeta attraversò una fase di assestamento che fece prendere coscienza, a molti paesi oppressi, della possibilità di tornare finalmente liberi. In questo scenario Charles de Gaulle anticipò la tendenza indipendentista e preparò una exit strategy per tutti i territori che avessero reclamato autonomia, la chiave per l’indipendenza si chiamava FCFA e, sulla carta, tutti i paesi erano “liberi” di accettare o rifiutare l’ingresso nell’area monetaria.

l franco CFA venne adottato ufficialmente il 26 dicembre 1945, giorno in cui la Francia ratificava gli accordi di Bretton Woods (accordi su relazioni commerciali e finanziarie internazionali tra i principali paesi industrializzati dell’occidente).

La denominazione iniziale fu “franco delle colonie francesi d’Africa”, sostituita poi nel 1958 da “franco della comunità francese d’Africa” per addolcire la comunità internazionale dal momento che la parola “colonia” risultava già anacronistica nel 1958.

La genesi del Franco CFA risale a qualche anno prima ed è presumibilmente di matrice nazista. Quando Adolf Hitler infatti, durante la Seconda Guerra Mondiale, prese il controllo della Francia, il sistema monetario che il dittatore nazista impose alla Francia nel 1939 per entrare in possesso di tutte le ricchezze francesi era identico a quello che, qualche anno più tardi, Charles De Gaulle impose alle sue colonie.

Funzionamento del Franco CFA

Nel corso dei primi anni l’area FCFA venne divisa in due grandi comunità economiche in base alla posizione geografica delle colonie, assegnando ad ogni area una Banca Centrale:

Le sopracitate Banche Centrali, di centrale hanno poco o niente, dal momento che non possono emettere moneta; moneta che viene invece stampata dalla Francia (in Francia), e venduta agli stati dell’area FCFA ad un prezzo di produzione pari al 25% del valore nominale, denaro pagato in valuta estera.

Entrambi gli organismi non garantiscono pieno potere decisionale agli stati africani dal momento che, ancora oggi, riservano seggi per rappresentanti francesi.

Ognuna delle banche centrali ha un conto corrente presso il Tesoro francese, chiamato “Conto operazioni”.

Il Conto Operazioni può diventare debitore senza alcun limite allo scoperto. Quando il saldo è debitore, il Tesoro francese riscuote gli interessi viceversa, quando il saldo del conto operazioni è creditore, il Tesoro francese versa (o dovrebbe versare) gli interessi alle colonie.

Fino al 1973 le banche centrali africane erano tenute a versare sul Conto operazioni, cioè al Tesoro francese, il 100% delle attività estere per mantenere fisso il tasso di cambio. A partire dal 1973 il quantitativo si è via via ridotto fino scendere, nel 2005, al 50%.

Cosa significa versare il 50% delle attività estere al Tesoro francese?

Facciamo un esempio che ci tocca da vicino, le donazioni ad enti benefici: l’Italia dona 1.000.000€ all’ente ProSenegal, l’ente versa l’intero importo nelle casse del governo del Senegal e il Senegal versa 500.000€ (il 50% appunto) al Tesoro francese come garanzia per tenere il cambio fisso tra CFA/Euro.

La Francia a sua volta utilizza quel denaro per finanziare il suo debito pubblico. Al momento su questo conto di garanzia c’è l’equivalente di 10 miliardi di euro.

Tornando ai saldi credito/debito del conto operazioni, ad oggi questi pongono i paesi africani in una posizione creditoria, posizione che metterebbe il Tesoro Francese in condizione di dover pagare gli interessi alle banche centrali africane ma questi interessi pare non siano sempre corrisposti agli stati creditori.

Su questo tema si espose in modo chiaro anche l’ex presidente del Gabon, Omar Bongo:”Ci troviamo nella zona franco. I nostri conti operazioni sono gestiti dalla Banca di Francia, a Parigi. Chi usufruisce degli interessi dei nostri soldi? La Francia”.

Il Patto di continuazione del Colonialismo

La creazione della moneta però non bastava a controllare tutte le colonie, a corredo serviva un sistema di accordi che veicolasse anche i pochi guadagni degli stati africani nelle casse Francesi e, soprattutto, che rendesse le colonie virtualmente indipendenti.

Così nel 1958 nacque un sistema che prese il nome di “Patto di continuazione del colonialismo” che prevedeva, alcuni punti fondamentali di interesse, come condizioni per l’indipendenza:

1 – Pagamento di tutte le infrastrutture costruite dalla Francia durante la sua occupazione

Si chiedeva in pratica agli stati africani di pagare tutte le strutture costruite dalla Francia in epoca coloniale: strade, scuole, ospedali, reti fognarie ecc.

Ma al contrario la Francia non avrebbe messo sul piatto della bilancia gli sfruttamenti imposti alle colonie.

2 – Confisca automatica delle riserve nazionali

La Francia detiene le riserve nazionali di 14 paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon.

Come anticipato gli stati africani inizialmente erano tenuti a depositare la totalità delle proprie riserve sul “Conto Operazioni” registrato presso il ministero del Tesoro Francese, quantità ridotta ad oggi al 50% più un altro 20% per coprire le possibili passività finanziarie.

La Francia permette l’accesso soltanto al 15% del denaro versato.

3 – Diritto di primo rifiuto su qualsiasi materia prima o prodotti strategici nel paese

Questo punto è molto interessante e richiama esplicitamente la già richiamata assonanza tra criminalità organizzata e sistema coloniale.

Il “diritto di primo rifiuto” consiste nel proporre obbligatoriamente alla Francia la lavorazione e la vendita di tutte le materie prime di nuovo rinvenimento. Le aziende Francesi, non incontrando alcuna limitazione(…), sfruttano i territori con investimenti irrisori e con impatti ambientali enormi.

Solo in caso di rifiuto da parte della Francia uno stato africano potrebbe far partire una regolare gara d’appalto.

4 – Priorità agli interessi francesi e alle società francesi negli appalti pubblici

Stesso discorso fatto per il punto precedente ma questo meccanismo, se vogliamo, è ancora più corrosivo in quanto ha permesso alla Francia di accumulare proprietà strategiche nel continente nero, dalle utilities agli ospedali, dalle scuole alle reti di trasporto, asset che resteranno di proprietà Francese per sempre.

5 – Diritto esclusivo a fornire equipaggiamento militare e formazione ai quadri militari del paese

6 – Diritto della Francia di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nel paese per difendere i propri interessi

Questi accordi chiamati “accordi di difesa” consentirono alla Francia di avere truppe pre-schierate in Africa e di avere inoltre la possibilità di dispiegare nuove forze in ogni momento; in altre parole, le unità dell’esercito francese sono presenti permanentemente a rotazione in basi e campi militari in Africa, completamente gestite dai francesi.

Per “difesa dei propri interessi” si intendeva anche la difesa dagli stessi stati occupati come accadde nel caso di Laurent Dbagbo in Costa d’Avorio dove la Francia, per arrestare l’ex presidente ivoriano, utilizzò carri armati, elicotteri d’assalto e forze speciali sparando anche sui civili e uccidendone molti.

7 – Obbligo di dichiarare il francese come lingua ufficiale

8 – Obbligo di usare la moneta coloniale Franco CFA

9 – Obbligo di inviare in Francia il budget annuale e il report sulle riserve

10 – Rinuncia a siglare accordi militari con altri paesi se non autorizzati dalla Francia

11 – Obbligo di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali

In breve il patto coloniale ha mantenuto l’egemonia della Francia sulle economie degli stati africani; ha preso possesso delle riserve in valuta estera; ha controllato le materie prime strategiche; ha inviato truppe nel paese con il diritto alla libera circolazione; ha ottenuto che tutte le attrezzature militari venissero acquistate dalla Francia; si è occupato della formazione dell’esercito e della polizia.

La Francia non solo impone restrizioni alle importazioni di quantità di prodotti fuori dalla zona del franco ma impone anche quantitativi minimi di importazioni dalla Francia.

Il sistema dei Colpi di Stato come opera di dissuasione delle colonie insorte

Come è lecito immaginare non tutti i paesi africani accettarono di buon grado l’ingresso nell’area CFA e molti provarono la strada della totale indipendenza forti del fatto che il rifiuto all’adozione della moneta era formalmente previsto ma la realtà si rivelò ben diversa:

In mezzo a questi eclatanti colpi di stato di stampo francese ce ne sono stati molti altri, in totale 45, e tutti per proteggere questa maledetta moneta coloniale.

Il motivo di questo accanimento verso le proprie colonie è descritto chiaramente in un intervento di Jacques Chirac del 2008, in cui l’ex Presidente francese dichiarò :”Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”.

La Primavera Panafricana

Finalmente, dopo anni di brigantaggio francese, i popoli africani stanno alzando la testa, specialmente in Europa, al fine di far aprire gli occhi degli alleati francesi sul tema FCFA e interrompere questo racket che ha prodotto solo morti e miseria, instabilità politica, civile e disastri umanitari.

L’Africa ha bisogno di avere la propria indipendenza e di dimostrare al mondo di non avere bisogno di aiuto.

Uno dei maggiori attivisti di questa campagna è Mohamed Konarè, leader del Movimento Panafricanista. Konarè sta chiamando gli africani ad una mobilitazione contro un sistema malato che coinvolge tutti, chi  non lo riconosce è complice:” il nostro obiettivo è quello di parlare con la società civile europea perché è da lì che deve partire la rivoluzione e se non ci daranno ascolto l’Africa esploderà, ormai è satura. Il movimento sta prendendo piede in tutto il continente, le nostre parole le stanno traducendo in bambara, in wolof. Ho chiamato tutti i movimenti panafricani a manifestare in maniera pacifica davanti alle ambasciate francesi, gli ho chiesto di far rumore, con i tamburi, con i balli, in modo di essere sentiti in tutto il mondo”.

Il leader del Movimento Panafricano si è soffermato soprattutto sulla migrazione di giovani africani verso l’Europa, giovani che dovrebbero rappresentare il futuro dell’Africa e che invece scappano dai loro paesi spinti dalla povertà, dalla mancanza di prospettive e da un’instabilità civile e sociale indotta da un sistema malato che può e deve essere cambiato.

Konarè in un’intervista ha pronunciato una frase che rovescia una prospettiva a cui ci eravamo ormai abituati: “è in corso uno svuotamento dell’Africa”.

L’auspicio è che anche i governi europei cambino prospettiva e, quando parleranno di “invasione” legata all’immigrazione, si rendano conto che le vere vittime di invasione, da 500 anni a questa parte, non sono gli europei.

Antonino Del Giudice

Un articolo di Antonino Del Giudice pubblicato il 25 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 17 Maggio 2019

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