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AL MANN

Riaperta dopo 30 anni la sezione Preistoria all’Archeologico di Napoli: 1000 mq di esposizione

Beni Culturali | 28 Febbraio 2020

Riapre la sezione Preistoria e Protostoria del MANN chiusa da oltre vent’anni, presenta al pubblico 3.000 reperti. Otto sale per un’esposizione permanente, su tre livelli, di oltre 1000mq, che va dal Paleolitico Inferiore all’Età del Ferro: uno straordinario racconto che parte da 450mila anni fa, con nuovi manufatti in mostra.

Tre livelli per seguire le grandi tappe della vita dell’uomo, dalla Preistoria alla Protostoria

Tre livelli per seguire le grandi tappe della vita dell’uomo, dalla Preistoria alla Protostoria: si procede a ritroso, partendo dal piano più alto, che racchiude i reperti dal Paleolitico Inferiore all’Eneolitico; si passa attraverso uno spazio intermedio, che racconta l’Età del Bronzo; allo “stadio” ancora più basso, focus espositivo sull’Età del Bronzo medio e finale e sulla prima Età del Ferro.

La riapertura della sezione “Preistoria e Protostoria”, non più fruibile nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli dalla fine del secolo scorso, è un viaggio in cui i millenni appaiono come piccole tessere di un mosaico: il trascorrere di un amplissimo lasso temporale, da 450mila anni fa sino al VII sec. a.C., è scandito da circa 3.000 reperti, che testimoniano le evoluzioni dell’intelligenza e, dunque, dell’abilità umana.

Otto sale e un’esposizione di 1000 mq

Otto sale per un’esposizione permanente di oltre 1.000 mq, che si innesta in un luogo simbolo del MANN: gli ampi ambienti, che ospitano la sezione, restano quelli dell’allestimento del 1995 e sono contigui al Salone della Meridiana.

Nel percorso di visita si palesa il legame, ideale e reale al tempo stesso, con le collezioni di “MANN at work”, Museo che cresce: dal piano intermedio della sezione “Preistoria e Protostoria”, infatti, ci si “affaccia” letteralmente sulle sale della Collezione Magna Grecia, restituita alla fruizione, con i suoi capolavori e gli straordinari pavimenti musivi, dopo un silenzio di oltre un ventennio.
Ed il cerchio non si chiuderà qui: dalla Preistoria e Protostoria si dipanerà, infatti, l’itinerario “topografico” che porterà all’inaugurazione della sezione su Cuma (dicembre 2021) ed a quella su Neapolis (dicembre 2022).

La soddisfazione di Giulierini

‘’Un racconto nuovo per il cammino più antico dell’uomo: con la riapertura della sezione Preistoria e Protostoria ritroviamo, dopo un quarto di secolo, il senso di una collezione identitaria del nostro MANN. Grazie ad un imponente e meticoloso lavoro di riallestimento e valorizzazione dei preziosi reperti campani e meridionali, per il visitatore da oggi sarà più facile orientarsi tra le ere, comprendere l’evoluzione umana ma anche approfondire la conoscenza del nostro territorio e immaginare quando nel Paleolitico, per fare solo un esempio, l’isola di Capri, tutt’uno con la terra, era abitata da ippopotami e rinoceronti. Quella della Preistoria vogliamo sia una sezione viva: dal prossimo aprile, ospiterà la sua prima mostra site specific, dedicata al maestro del fumetto francese Moebius, in collaborazione con COMICON. Perché, così come nell’arte (da Cézanne a Pablo Picasso a Paul Klee, da Joan Miró fino a Keith Haring), c’è tanta preistoria anche nella cultura contemporanea e nel nostro immaginario ‘pop’. Basti pensare alla scena iniziale di ‘2001 Odissea nello spazio’ di Stanley Kubrik, all’osso scagliato dall’ominide primitivo sulle note di Also sprach Zarathustra; all’uomo del futuro di Breadbury che, escursionista nella preistoria, provoca l’effetto farfalla; e ancora, ai cartoon della nostra infanzia, dagli Antenati all’Era Glaciale e i Croods, ma anche al ‘Il più grande uomo scimmia del Pleistocene’ di Roy Lewis, e a tanto cinema da ‘Nel mondo perduto’ a ‘Jurassik park’. Ad ognuno quindi le sue suggestioni, con l’ invito per il pubblico di ogni età a ritrovarle e a riflettere sull’origine dell’uomo in percorso scientifico chiaro e coinvolgente.

La storia prima della storia torna quindi nelle sale del MANN e ad accompagnare questa tappa importante nella crescita del Museo continua fino al 31 maggio, in esclusiva italiana, l’exhibition Lascaux 3.0”, commenta il Direttore del MANN, Paolo Giulierini.

Così, il lavoro di riallestimento della Preistoria e Protostoria (a cura di Floriana Miele, Giovanni Vastano ed Emanuela Santaniello, funzionari archeologi del MANN) ha rispettato le specificità della sezione, pur procedendo ad un necessario aggiornamento: se i reperti sono presentati secondo un criterio diacronico e per contesti, rendendo ancora più rigoroso il piano espositivo degli anni Novanta, le innovazioni si riscontrano nella selezione di alcuni manufatti in mostra, così come nella divulgazione scientifica e nella didattica.
Nel patrimonio archeologico risalente al Paleolitico, infatti, sono stati inclusi cinquanta reperti, che, conservati nei depositi del Museo e mai esposti in passato, sono costituiti da materiale litico proveniente dall’alto Casertano.
Ancora, è stato aggiornato il format della comunicazione museale, secondo i più recenti orizzonti di studio: dalle presentazione delle campagne di scavo all’analisi dei contesti archeologici, dal focus su temi specifici (ad esempio, gli insediamenti, i riti funerari, l’agricoltura, la caccia, la metallurgia) al racconto prettamente diacronico, la sezione Preistoria e Protostoria del MANN coniuga il rigore dell’approccio scientifico con l’immediatezza nella divulgazione dei contenuti.
Così il visitatore, proprio ad inizio percorso, è accolto da una lunga e verticale linea del tempo, per mostrare, nell’immediatezza della prospettiva sinottica, la successione, soltanto apparentemente remota ed indefinibile, di Età diverse: eppure non soltanto le epoche, ma anche i luoghi sono i protagonisti della sezione “Preistoria e Protostoria” del MANN.
Le migliaia di reperti in mostra,infatti,restituiscono un quadro sfaccettato del patrimonio archeologico campano: tutte le aree dell’attuale regione, dal casertano all’avellinese, dal beneventano alla provincia di Napoli, senza escludere la costiera sorrentina e le isole, rappresentano un territorio dinamico, sempre più proteso verso scambi di tipo commerciale e culturale.
Nella sezione, inoltre, le illustrazioni dello storico dell’arte Giorgio Albertini contribuiscono a dare un volto all’uomo della preistoria e della protostoria: con il coordinamento scientifico dei funzionari del MANN, Albertini ha ricostruito fisionomie, abbigliamento, paesaggi, ambientazioni, “traducendo” i dati di scavo nel disegno realizzato prima su carta, poi su supporti digitali.

Storia di una sezione: dal seminterrato del Museo ai grandi spazi a ridosso della Meridiana Oltre cento anni di acquisizioni di reperti, ricerche, allestimenti

1908: al piano seminterrato del Museo Archeologico Nazionale di Napoli è presentato un primo allestimento permanente dedicato alla Preistoria.
Riflettendo un nuovo orizzonte disciplinare in stretto rapporto con gli sviluppi tardo-ottocenteschi e primo- novecenteschi della geologia, paleontologia e paletnologia, in due sale confluiscono diversi materiali: manufatti litici provenienti dall’India e dall’Egitto, donati all’istituto da H. V. Seton Karr; reperti frutto delle ricerche di Paolo Carucci e Giovanni Patroni, che studiano le Grotte di Pertosa e dello Zachinto in provincia di Salerno, portando alla luce materiali dell’Età del Bronzo, da presentare in un allestimento topografico (mai realizzato); corredi funerari da Cuma e dalla Valle del Sarno, risalenti all’Età del Ferro ed entrati a far parte

del patrimonio museale a seguito di acquisti, lasciti ed interventi d’emergenza legati a scavi clandestini. Sono gli scavi di Italo Sgobbo ed Ugo Rellini, tra 1920 e 1930, a determinare l’ampliamento della sezione, che, nel 1934, è organizzata secondo un criterio cronologico, aggiungendo due sale al progetto iniziale: nuove testimonianze erano entrate a far parte del patrimonio museale, a seguito del recupero di ingenti quantità di materiali dalle cave di gesso in località “La Starza” ad Ariano Irpino.
Anche le ricerche nella Grotta delle Felci a Capri, importante giacimento del Neolitico, così come l’esplorazione delle tombe eneolitiche nella frazione Madonna delle Grazie di Mirabella Eclano, avevano incrementato, in modo significativo, non soltanto il numero dei reperti, ma anche i contesti territoriali di riferimento per ampliare le maglie dell’indagine storica ed archeologica.
Si deve a Giorgio Buchner, tra 1936 e 1937, l’individuazione dei siti dell’Età del Bronzo sull’isola di Vivara: quest’area sarebbe stata indagata, in modo sistematico, soltanto quarant’anni dopo, grazie alla rete scientifica stabilita dall’Università “La Sapienza” di Roma e dall’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli.
Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, sono svelate significative tracce degli insediamenti preistorici in Campania: tra 1943 e 1944, in modo fortuito, il tenente John Brinson riviene un’area cimiteriale in località Spina-Gaudo (Paestum), oggetto di scavo, da parte di Pellegrino Claudio Sestieri, tra 1945 e 1947.
Il patrimonio della sezione “Preistoria” del Museo si arricchisce, raccogliendo testimonianze preziose, provenienti da diverse aree della Campania: le scoperte si susseguono con i saggi stratigrafici sul Monte Camposauro, nel Beneventano, e con il recupero di due sepolture eneolitiche nel quartiere napoletano di Materdei.
Sempre nel dopoguerra, al Museo sono donati importanti reperti appartenuti al Marchese Marcello Spinelli di Scalea che, a fine Ottocento, aveva fatto scavare nei terreni di sua proprietà, ad Acerra, numerose tombe dell’Età del Ferro nella necropoli dell’antica Suessula.
La ricchezza delle testimonianze acquisite richiede, tra 1950 e 1959, un ampliamento degli ambienti dedicati all’esposizione permanente, preannunciando un rinnovato impulso di studio, caratteristico degli anni Sessanta.
Così, sotto l’egida dell’allora Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta, Werner Johannowsky effettua indagini sistematiche nei sepolcreti dell’antica Capua (l’attuale Santa Maria Capua Vetere) ed, in seguito, a Calatia (Maddaloni); nel 1972, a Palma Campania, è scoperto un villaggio dell’Età del Bronzo, sepolto dall’eruzione del Somma-Vesuvio nota come “Pomici di Avellino”.
Appare necessario, dunque, un deciso ripensamento della sezione, che, per la quantità dei materiali rinvenuti, è dedicata non soltanto alla Preistoria, ma anche alla Protostoria: il Museo Nazionale è, all’epoca, istituto gestito dalla Soprintendenza e si configura come il primo punto di riferimento per l’archeologia preistorica e protostorica della Campania.
Mentre si intensificano le ricerche in diverse aree della Regione (da Mondragone a Piano di Sorrento, da Prata Sannita a Ciorlano), è messo a punto il piano espositivo alla base dell’allestimento del 1995: la sezione della Preistoria e Protostoria è ospitata, su tre livelli, negli ambienti attigui al Salone della Meridiana.
I materiali sono organizzati, così, secondo un duplice ordinamento: nei due piani superiori è riproposta un’impostazione di tipo cronologico dal Paleolitico all’età del Bronzo, mentre nel livello inferiore l’esposizione segue un criterio topografico, dalle testimonianze più antiche dei siti del Golfo di Napoli e dell’entroterra, fino alle soglie della colonizzazione greca.
La fruibilità della sezione ha, però, un corso breve: problemi gestionali comportano la chiusura delle sale, restituite oggi, dopo oltre vent’anni, alla fruizione dei visitatori.

La sezione Preistoria e Protostoria del MANN: il percorso di visita. Il primo livello: il Paleolitico

Il percorso espositivo parte, naturalmente, dall’epoca più remota e, dunque, dal Paleolitico: in questo lunghissimo periodo (dai 450mila ai 10mila anni fa), le comunità nomadi iniziano ad organizzarsi, vivendo di caccia e di raccolta, alloggiando in grotte o in ricoveri realizzati con materiali deperibili.
Le comunità imparano ad usare le materie prime come utensili; nel Paleolitico inferiore (da 450mila a 130mila anni fa), specie diverse dalla nostra scheggiano la pietra per produrre strumenti e controllare il fuoco.
Intorno a 130mila anni fa inizia il Paleolitico medio, il cui attore principale è l’uomo di Neanderthal: diventa sistematico l’uso di caverne e dune prossime alla costa come luoghi abitativi, ma le incursioni dei cacciatori si spingono abitualmente verso l’interno, nelle zone montane e pedemontane e sui terrazzi fluviali.

Il Paleolitico superiore, che comincia circa 40mila anni fa, è segnato dall’ascesa dell’Homo Sapiens. Le comunità vivono in campi base, formati da strutture coperte e organizzate internamente; da qui partono le battute di caccia; diventano frequenti, inoltre, le attività simboliche, legate alla sfera spirituale: l’arte, il rito funerario, l’uso di ornamenti personali.
I reperti, presentati in sezione, confermano queste complesse partizioni temporali: sono circa un centinaio, infatti, le testimonianze delle cosiddette “industrie litiche”, che producono manufatti in pietra per gestire diversi aspetti della vita quotidiana.

Sarà possibile ammirare, dunque, strumenti litici (pietra e selce), con una faccia sbozzata (chopper) o due (chopper-tool), risalenti al Paleolitico Inferiore e provenienti da rilievi del Sannio e dell’Irpinia, dal Casertano, dalle aree rivierasche del Cilento e da Capri.

In questo segmento espositivo, sono di grande importanza gli strumenti su ciottoli e schegge provenienti dai terreni un tempo appartenuti alla tenuta borbonica di Torcino, nel comune di Ciorlano: si tratta del più antico insieme di reperti legati alla presenza umana nella Campania interna.

L’evoluzione dell’ingegno umano, ancora, è testimoniata dai ritrovamenti del Paleolitico medio: sono presentate al pubblico le punte per forare, le schegge per tagliare, i raschiatoi per lavorare pelli e legno, con un nucleo di circa cinquanta reperti di questa tipologia, mai visti prima e ritrovati nell’area dell’alto casertano. Ancora, per quanto riguarda le attestazioni del Paleolitico superiore, la sezione annovera lame, grattatoi adoperati per operazioni di raschiatura e “bulini”, piccoli manufatti appuntiti per incidere materiali organici: spiccano le lame e lamelle recuperate nell’ex cava di calcare di Incaldana (Mondragone) ed i reperti, in prestito dalla Fondazione “Ignazio Cerio” e ritrovati nel corso dello scavo fatto nell’area del Quisisana a Capri.

Alcuni reperti ritrovati negli scavi di Capri

Peculiare la dinamica del recupero nell’isola azzurra: ad inizio Novecento, nel corso dei lavori per la costruzione del celebre Hotel Quisisana, Ignazio Cerio indagò uno spesso strato argilloso, in cui riconobbe materiali preistorici, che erano manufatti ricavati da ciottoli di quarzite e selce, realizzati con tecniche piuttosto rudimentali. Le ricerche successive, avvenute dopo la prima scoperta, hanno portato alla luce le specie faunistiche presenti sull’isola nel Paleolitico: a Capri vivevano animali disparati (ippopotami, elefanti, rinoceronti, iene, conigli, cinghiali, buoi selvatici), in modo del tutto analogo alla terraferma: questa simmetria lascia supporre la continuità geologica dell’isola con la costa sorrentina, tutt’uno con Capri durante la prima fase della Preistoria.

Il Neolitico

“Età nuova della pietra”, questa fase della Preistoria si sviluppa tra 10mila e 5mila anni fa: con una sorta di rivoluzione rispetto allo stile di vita precedente, le comunità iniziano a radicarsi nei territori, adottando abitudini sedentarie e dedicandosi all’agricoltura ed all’allevamento.
La Campania, nel Neolitico, è popolata nelle aree costiere, nelle isole, nelle valli del Sarno e del Sele, così come lungo il corso dei fiumi Ofanto e Calore: una rete vasta, che ci ha restituito testimonianze culturali di grande pregio.
Per la prima volta, l’uomo impara a trasformare un materiale presente in natura in qualcosa con proprietà fisiche e chimiche differenti da quelle di partenza, usando l’argilla, roccia sedimentaria facilmente lavorabile. I vasai neolitici seguono un’attenta procedura per realizzare i propri manufatti: modellano con le mani una massa più o meno sferica (manipolazione diretta), la stendono attorno o dentro un supporto precostituito (stampo) o creano cordoni avvolti a spirale, poi raccordati e lisciati (colombino); garantiscono l’essiccazione e la rifinitura dei materiali, ricorrendo a decorazioni, graffiti, intagli ceramici. Fase finale è la cottura del vaso, da effettuare in apposite strutture di combustione, allestite da questi singolari artisti ante litteram in modo da raggiungere i 500°.

Sono due i principali contesti di riferimento dei cento reperti del Neolitico, presenti nella sezione del MANN: innanzitutto La Starza, collina di Ariano Irpino, che ha trasmesso una delle sequenze archeologiche più complete dell’Italia meridionale preistorica e protostorica, in un arco di tempo che va dal Neolitico antico all’Età del Ferro. Dalla campagna di scavo, che ha avuto un notevole impulso con Italo Sgobbo ed Ugo Rellini negli anni Venti del Novecento, sono emersi non soltanto resti delle antiche capanne, ma soprattutto manufatti in ceramica, selce ed ossidiana (questi ultimi materiali testimoniavano lo sviluppo di attività di scambio con altre zone dell’Italia Meridionale).
Ancora, altro straordinario giacimento di reperti neolitici nell’Italia meridionale è la Grotta delle Felci, a Capri: esplorata per la prima volta da Ignazio Cerio nel 1882, ci ha restituito manufatti di inestimabile valore.
Tra questi, è necessario ricordare, almeno, il famoso ciottolo con l’ocra rossa, che testimonia la tendenza a decorare, pestando l’ocra ed usandola per dare colore ai manufatti, così come le splendide ceramiche tricromiche, in grado di testimoniare l’attitudine artistica degli antichi abitanti della grotta. I materiali neolitici attestano, inoltre, lo svolgimento di rituali connessi alla sfera funeraria: due cavità nella parete nord dell’antro, infatti, ospitavano sepolcri collettivi, associati a vasi destinati al consumo di cibo e bevande ed a resti di offerte a base di carne.

La Grotta delle Felci, con ogni probabilità, rimase disabitata nell’Età del Ferro, mentre, nell’Età del Bronzo medio, assunse funzioni abitative.

L’Eneolitico

L’ultima fase del Neolitico, denominata Eneolitico (età del rame), si estende, all’incirca, dal III al II millennio
a. C.: questo periodo, dalla dubbia partizione temporale, si connota per un’ulteriore organizzazione delle comunità umane e per importanti innovazioni tecnologiche (applicazione della metallurgia alle attività produttive, creazione di prototipi di aratro e ruota).
Il culto dei morti, in particolare, assume un ruolo sempre più importante per l’uomo dell’Eneolitico: lo testimoniano i rinvenimenti archeologici, che svelano necropoli realizzate in aree, costiere e non, della Campania.

Diversi i siti che, nella nostra Regione, hanno dischiuso importanti corredi funerari, conservati nella sezione Preistoria e Protostoria del MANN: si tratta delle necropoli di Spina- Gaudo (Paestum), Pontecagnano, Materdei, Piano di Sorrento e Mirabella Eclano.

Affascinante la scoperta del sito di Spina-Gaudo: le tombe, della tipologia di “grotticelle artificiali” scavate nella roccia, furono rinvenute nel 1943, in modo del tutto fortuito, quando le truppe alleate aprirono una cava per estrarre calcare e costruire un aeroporto; i vasi in ceramica, ritrovati nelle celle nei pozzetti ed, in alcuni casi, rotti intenzionalmente, erano destinati sia al singolo individuo, che al compimento di cerimonie collettive.

Altrettanto casuale lo svelamento delle due tombe di Materdei, nel corso dello sterro di un giardino (1950): anche da questo sito, come dalle altre necropoli, provengono ceramiche, materiali litici e manufatti di rame. Peculiari le caratteristiche della necropoli di Santa Maria delle Grazie a Mirabella Eclano, secondo sepolcreto, per importanza, dopo il Gaudo: fra i tredici complessi funerari individuati, si distingueva la tomba del Capo Tribù, da cui provengono vasellame, utensili ed armi, oggi esposti nella sezione del MANN.

Risalgono agli anni Ottanta, i rinvenimenti a Piano di Sorrento e Giugliano in Campania: se, nel sito costiero, il piccolo cumulo di argilla, in corrispondenza della cella, connotava il carattere eminente del defunto, a Giugliano il vasellame ritrovato rimanda a contesti abititavi.

Più recente (1992), lo scavo della necropoli di Pontecagnano: undici le tombe incavate nel banco di tufo, da cui sono emersi interessanti corredi funerari, che includono anfore, vasi e materiali litici.

Il secondo livello: L’età del Bronzo

L’Età del Bronzo (2200/900 a. C.) mette a sistema la crescente complessità, già estrinsecata nell’Eneolitico, delle comunità umane: nell’Età del Bronzo si innestano le prime forme di élites sociali, manifestate con il potere delle armi e con il controllo del bestiame e delle zone minerarie.

Dal punto di vista della produzione artigianale e della gestione delle attività produttive, la vera innovazione è legata alla comparsa del bronzo, che migliora, grazie all’aggiunta di stagno, le proprietà del rame; si intensifica, ancora, la produzione di armi ed oggetti ornamentali, così come mutano le dinamiche degli insediamenti (gli abitati si riducono in numero e divengono più estesi; le grotte non sono più adibite soltanto a culto e riti funerari, ma sono anche punto di stazionamento per attività stagionali).
Cinque i contesti, che hanno restituito le più importanti testimonianze dell’Età del Bronzo nel Mezzogiorno d’Italia, in esposizione al MANN: Palma Campania, Monte Camposauro, Ariano Irpino, Murgia Timone (in provincia di Matera) e Vivara.

Il sito di Palma Campania, individuato nel 1972 durante i lavori dell’autostrada Caserta-Salerno, permette di ricostruire le caratteristiche di un abitato protostorico: gli scavi hanno messo in luce quanto rimaneva di una capanna, devastata dal fuoco e sepolta da uno spesso strato di detriti vulcanici prodotti dall’eruzione delle pomici di Avellino.

I materiali recuperati ed oggi esposti al MANN sono prevalentemente vasi d’impasto, rinvenuti ancora disposti con ordine, talora impilati o capovolti, forse collocati in origine su piani d’appoggio distrutti dalle fiamme. La particolare collocazione dei reperti e l’elevata omogeneità dei pezzi suggeriscono che ci troviamo di fronte ad un deposito, legato a una produzione non più limitata alla semplice sfera domestica, ma ormai in qualche misura artigianale: la capanna, forse, apparteneva ad un vasaio.

I ritrovamenti di Monte Camposauro sono ascrivibili ad una tipologia analoga a quella di Palma Campania: le prime scoperte, realizzate da Giorgio Buchner negli anni Cinquanta, hanno svelato un sito che,

verosimilmente, era un accampamento con carattere stagionale; i reperti, restituiti dallo scavo e presentati nella sezione del MANN, sono utensili e vasellame per uso quotidiano ed attività di sussistenza.
Anche per lo studio dell’Età del Bronzo, il sito della Starza di Ariano Irpino restituisce evidenze di particolare importanza: le strutture domestiche, di dimensioni e complessità contenute, hanno restituito reperti ancora chiaramente legati al patrimonio formale di Palma Campania, cui si affiancano progressivamente esemplari caratteristici del cosiddetto “protoappenninico”; da segnalare, in esposizione al MANN, anche la presenza di numerose ceramiche.

Legato ai traffici marittimi che collegavano la Grecia micenea all’Occidente, il centro di Vivara era uno dei più vivaci nel Mezzogiorno d’Italia: le ricerche, ancora una volta condotte da Giorgio Buchner, si concentrarono sull’abitato di Punta d’Alaca, da cui provengono ceramiche di tipologia protoappenninica ed appenninica. Spiccano, tra i reperti in esposizione al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, i raffinati prodotti di ceramica egea per gli oli profumati, i vasi per il trasporto di derrate non locali, i manufatti metallici legati alle attività di fusione svolte nell’isola; da non perdere, nell’allestimento, le perline di pasta vitrea, gli spilloni in bronzo e l’applique in lamina d’oro.

I cosiddetti tokens ed i prototipi di segni numerici e grafici testimoniano, infine, il dinamismo della comunità vivarese tra 1550 e 1400 a.C.

E’ Murgia Timone, pianoro calcareo in provincia di Matera, a rappresentare un altro importante tassello tra i siti del Mezzogiorno d’Italia nell’Età del Bronzo: la scoperta si deve a Domenico Ridola (medico e studioso di antichità materane) che, dal 1894, si dedicò all’indagine dell’ampio terrazzo naturale, preziosa fonte d’informazione sul popolamento preistorico e protostorico della Basilicata.
La necropoli di Murgia Timone consente non soltanto di analizzare i costumi funerari e l’organizzazione sociale delle comunità protostoriche locali, ma anche di approfondire le caratteristiche dei materiali di corredo: in esposizione al MANN, contenitori ceramici ed ornamenti in bronzo, ambra, osso e materiale vetroso.

Il terzo livello: La media Età del Bronzo

Si giunge, dunque, al terzo livello della Sezione Preistoria e Protostoria del MANN, negli ampi ambienti contigui al Salone della Meridiana: il racconto continua con l’analisi dei tesori ritrovati nelle Grotte di Pertosa e Zachito, entrambe in provincia di Salerno.
L’antro di Pertosa si apre nel fianco dei monti Alburni e si affaccia sulla valle del fiume Tanagro, importante via naturale che collega la Campania meridionale alla Basilicata: le prime ricerche al suo interno furono condotte, separatamente, da Paolo Carucci e Giovanni Patroni tra 1897 e 1898. Nonostante il lontano inizio dei primi studi, soltanto tra il 2004 e il 2013 sono state compiute, in diverse occasioni, indagini sistematiche.
L’occupazione del sito, attestata sin dal Neolitico finale, diventa significativa nel Bronzo medio, quando gran parte dello spazio interno della grotta, sul cui fondo scorreva un torrente, fu reso calpestabile grazie alla costruzione di palafitte: in esposizione al MANN, vi sono le ceramiche, i fornelli, gli utensili in osso, le macine e i pestelli che suggeriscono, in questa fase, una vocazione prevalentemente “domestica” della Grotta. L’antro aveva, però, anche una valenza religiosa, come testimoniano oggetti metallici di vario tipo (armi, ornamenti, utensili, risalenti anche alla prima Età del Ferro) e circa trecento vasetti miniaturistici.
Sempre Patroni e Carucci, alla fine del XIX secolo, sono i primi a studiare la Grotta dello Zachito: la cavità naturale, che sorge al riparo di una roccia ed ha una modesta estensione interna, fu abitata, con ogni probabilità, già dalla fase conclusiva del Neolitico e dell’Eneolitico.

Le attestazioni più significative della presenza umana risalgono all’Età del Bronzo, grazie ad un interessante nucleo di ceramiche esposte; ancora, alcuni utensili confermano la frequentazione dell’antro anche nell’Età del Ferro.

L’Età del Ferro

Trait d’union fra la conclusione dell’Età del Bronzo e la prima Età del Ferro (900-730/20 a.C. circa) è la presenza, nell’allestimento permanente del MANN, di un importante nucleo di reperti espressione della “cultura villanoviana”: in questo periodo della Protostoria, in diverse parti d’Italia (da Villanova di Castenaso, in provincia di Bologna, alle Marche, dall’Etruria tirrenica alla Campania,), si diffonde l’usanza di cremare i defunti, raccogliendo i resti in un vaso biconico e realizzando diversi oggetti di corredo.
Tra i reperti di provenienza campana, come attestato nella sezione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, vi sono: ceramiche (decorate con linee parallele incise “a pettine”, talvolta con l’impiego di piccole bugne e l’aggiunta di borchie in bronzo); utensili ed elementi di ornamento, che provano l’adozione di una tecnica metallurgica molto avanzata; armi, che sottolineano il prestigio della persona scomparsa. Tali manufatti sono stati rinvenuti nei siti protostorici di Santa Maria Capua Vetere, Cuma e Pontecagnano.
Il momento di transizione fra l’Età del Bronzo e la prima Età del Ferro si connota, ancora, come un periodo di espansione delle comunità, in particolare nella Piana campana: da Capua a Cuma, da Suessula (Acerra) a Calatia (Maddaloni) sono gettate le basi per la fondazione delle città antiche; nella Valle del Sarno, invece, tra Striano, San Marzano e San Valentino Torio, il rinvenimento delle necropoli ha permesso di studiare non soltanto le pratiche funerarie (dall’incinerazione, tipica della cultura villanoviana, all’inumazione nelle “tombe a fossa”), ma anche la dinamica degli insediamenti che gravitavano intorno al centro maggiore di Longola-Poggiomarino.
Nell’allestimento della sezione del MANN, un valore particolare è attribuito ai preziosi reperti provenienti da Suessula: l’antico sepolcreto, già dalla prima Età del Ferro, assume una connotazione “ibrida”, fondendo elementi villanoviani, mutuati dalla vicina Capua, con le caratteristiche della cultura delle tombe a fossa; tra i materiali in mostra, vasi, fibule, ornamenti, utensili, che attestano una crescente complessità nella procedura di realizzazione dei manufatti.
Altrettanto straordinarie le testimonianze della necropoli di Calatia, sorta al limite orientale della Piana Campana ed all’imbocco della Valle Caudina: il sepolcreto, intono al 700 a.C., era sfarzosamente ornato con gioielli in oro, argento, bronzo, osso e ambra; in esposizione, oltre cento vasi d’impasto, argilla figulina e bronzo, così come utensili riferibili al banchetto (tra questi, il lungo coltello e gli spiedi).
I contatti con l’ambiente ellenico costiero emergono, ancora, dall’abbondanza dei manufatti di gusto orientale e delle ceramiche di tipo greco, mentre diversi oggetti metallici rimandano all’ambito villanoviano; al valore tradizionale della tessitura come pratica domestica tipicamente femminile si riferisce, invece, un rocchetto d’impasto.

Dopo la sezione “Preistoria e Protostoria”: le sale dedicate ad Ischia.
In occasione dell’apertura della sezione Preistoria e Protostoria, sono nuovamente fruibili le due sale dedicate ad Ischia: questi ambienti rappresentano l’inizio di un percorso “topografico”, che, nel piano di completamento delle collezioni del MANN, condurrà da Pithecusae a Cuma, sino ad arrivare alla Napoli antica.
In esposizione, nell’approfondimento su Ischia, vi sono i reperti che raccontano la storia degli insediamenti sull’isola, partendo dal Neolitico e giungendo all’età arcaica (inizio VI sec. a.C.): è riaperto ed aggiornato, dunque, il noto allestimento, in cui figura anche la ricostruzione in scala 1:1 del cosiddetto “Edificio ovale di Punta Chiarito”, espressione dello stanziamento greco ad Ischia.
I reperti in esposizione costituiscono un prestito concesso dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli.

 

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 28 Febbraio 2020 e modificato l'ultima volta il 2 Marzo 2020

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