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L’AMICO FRITZ

In ricordo di Dennerlein, a 28 anni dalla sua scomparsa

Sport | 3 Ottobre 2020

Nell’autunno del 1993 il mio ingresso nel Circolo Canottieri Napoli era volto a colmare il vuoto di talento generato dalle partenze di Nando Gandolfi prima e Carlo Silipo poi, entrambi approdati dall’altro lato del golfo, sponda Posillipo. La verità è che con il cambio di casa la piscina dell’Arenella era diventata per me troppo scomoda da raggiungere, mentre Molosiglio era là a pochi passi, e mi iscrissi dunque alla Canottieri, che già non se la passava bene.

Neanche dodicenne, avevo comunque accumulato un po’ di esperienza da nuotatore e credevo di essere anche discretamente veloce. Fui inserito nel gruppo di coetanei, erano tutti più veloci di me. Stilisti, ranisti, farfallisti, dorsisti. Tutti. Durai poche settimane, prima di finire nella squadra di pallanuoto. Portiere, che pure là erano tutti più veloci di me.

Ero praticamente ignaro dell’evoluzione del nuoto e della pallanuoto in Italia, e sebbene ne avvertissi il prestigio, niente sapevo anche della storia del glorioso circolo al quale mi ero unito. Eppure sarebbe bastata un solo nome per descrivere entrambe, quello di Fritz Dennerlein.

Bubi, alle origini di una leggenda

Il giorno di San Gennaro del 1950 un nuotatore della Lazio, ma napoletano di nascita, fu il primo italiano ad abbattere il muro del minuto nei 100 stile libero. Si chiamava Carlo Pedersoli, amava la birra Bud e l’attore Spencer Tracy. Con oltre un quarto di secolo di ritardo dal primo uomo al mondo a riuscirci, Johnny Weissmuller, che per una curiosa coincidenza anche lui divenuto famoso sul grande schermo, vestendo – si fa per dire – i panni di Tarzan.

Questo il punto di partenza del nuoto nostrano prima della comparsa di Bubi.

All’anagrafe Costantino Dennerlein, per tutti Bubi, figlio di padre tedesco e madre rumena. Napoletano per caso e nuotatore per passione, fu accolto nella grande famiglia del Circolo Canottieri Napoli nel secondo dopoguerra. Un circolo con una quarantina d’anni di vita e che si stava aprendo strada tra nuoto e pallanuoto. Di ritorno dalla sua prima olimpiade, ad Helsinki, Bubi cominciò una costante e continua ricerca di perfezionamento dei metodi di allenamento e delle tecniche di nuoto, sull’esempio delle grande potenze dell’acqua clorata.

L’innovazione nella storia dell’uomo si è sempre scontrata con l’immobilismo e l’ostracismo di chi tutto sa e nulla ha da imparare. In tal senso, Bubi pagò duramente lo scontro con il potere costituito del nuoto italiano, con l’ingiusta esclusione dalla sua seconda olimpiade. Ma il suo lavoro portò il fratello Fritz a competere a livello mondiale nel nuoto e nella pallanuoto, elevando la Canottieri Napoli tra i circoli più illustri d’Europa, trainando successivamente tutto il nuoto italiano. Il gap con il resto del mondo si ricuciva infine quando, spostatosi a Padova, Bubi scopriva e plasmava il talento di Novella Calligaris, prima atleta italiana a vincere una medaglia olimpica nel nuoto, nel 1972.

Potrà sembrare assurdo oggi, ma all’epoca nessuno credeva che allenandosi maggiormente e meglio anche gli italiani sarebbero potuti diventare più competitivi. Nessuno tranne Bubi. Grazie Bubi, quanta fatica mi hai fatto fare prima che fosse chiaro che il talento non c’era. Chiusi nel pallone pressostatico nella stagione fredda o sorvegliati all’aperto dal Vesuvio col caldo, i pomeriggi dei nostri anni novanta sono trascorsi così, immersi nell’acqua ad accumulare chilometri e a perfezionarsi con la pratica.

A dividerci le corsie, pallanuotisti da una parte, nuotatori dall’altra. Tra questi ultimi c’erano in particolare due ragazzini, poco più grandi di me ma già affermati nel panorama giovanile italiano. Mi sfrecciavano accanto, avanti e indietro, in continuazione. Loro il talento ce l’avevano, eccome. Avevo appena concluso – separazione consensuale – il mio rapporto con lo sport praticato, quando tornarono da Sidney con 4 medaglie olimpiche complessive. Un bronzo per Davide Rummolo e una medaglia per ciascun metallo al collo di Massimiliano Rosolino.

Un vincente visionario

Di quattro anni più giovane, Federico “Fritz” Dennerlein seguì la scia di Bubi.

A detta dello stesso fratello, era il più dotato. Cresceva tra bracciate a farfalla e colpi di gambe a bicicletta, alternandosi tra nuoto e pallanuoto. Come giocatore vinse anche due campionati italiani, nel ’58 e nel ’63, rigorosamente con i colori giallorossi del club napoletano. In mezzo, la sua più grande delusione da atleta, le olimpiadi di Roma nel 1960.

In tutta Europa quasi nessuno era al suo livello nei 200 farfalla. Così, quando alle olimpiadi gli fu imposto di scegliere un’unica disciplina nella quale cimentarsi, sembrava la scelta più logica puntare tutto sulla gara individuale e sacrificare la pallanuoto. Arrivato in finale, abbassò nettamente il suo personale, registrando il nuovo record europeo. Ma non bastò, vinse l’americano Troy con il record del mondo, seguito dall’australiano Hayes e dall’altro yankee Gillanders. Fritz, quarto, rimase ai piedi del podio. E ironia della sorte, il Settebello invece conquistò l’oro.

Terminata la sua brillante carriera di atleta, Fritz non abbandonò la piscina né il Circolo. Da bordovasca, rivoluzionò la pallanuoto italiana. Le abilità superiori nel nuoto, che le ricerche dei Dennerlein stessi avevano apportato, consentirono alla sua Canottieri Napoli di disporre di una velocità e di un dinamismo allora sconosciuti in questo sport. A complemento di ciò, Fritz introdusse per primo in Italia il concetto di difesa a zona, e i risultati non si fecero attendere.

Il 1973 fu un anno di grazia per i Dennerlein allenatori, a settembre Novella Calligaris vinceva oro mondiale con record del mondo negli 800 stile. Solo un mese prima, invece, la Canottieri Napoli di Fritz batteva a domicilio il fortissimo Recco, interrompendone un dominio pluriennale e dando vita alla magnifica squadra degli anni dispari, campione d’Italia ’73, ’75, ’77 e ‘79, e vincitrice inoltre del massimo trofeo continentale nel ’78.

Fritz lasciò la guida del Circolo a suoi discepoli solamente per il Settebello tricolore. Bubi era ben saldo al timone della squadra nazionale di nuoto da ormai vent’anni e adesso anche la pallanuoto italiana rispondeva ad un Dennerlein. La sua impronta non si fece attendere. Così come aveva fatto alla Canottieri, portò la sua idea di pallanuoto anche in nazionale, facendo progredire tecnicamente l’intero movimento. Inoltre favorì un ricambio generazionale, aprendo le porte della nazionale ai vari Porzio, i Fiorillo, i Campagna, i Ferretti. Di fatto creò quel gruppo che, maturando poi sotto la guida di Rudic, avrebbe inanellato una serie impressionante di vittorie, diventando il più forte Settebello di sempre.

Semplicemente scendendo i gradini di via Acton, pur non essendo dotato di particolari capacità sportive, sono stato circondato dalla grande storia del circolo. I discepoli di Fritz, ormai campioni del passato, a formare i fuoriclasse del futuro. Ho potuto incrociarne alcuni, dal pupillo Enzo D’Angelo, ultimo a portare la pallanuoto giallorossa in cima alla nazione, a Mario Scotti Galletta, padre putativo della pallanuoto femminile italiana, passando per Paolo De Crescenzo che, andato ad allenare il Posillipo, ne ha riempito all’inverosimile la bacheca dei trofei, diventando uno degli allenatori più titolati di sempre.

Rimane il rammarico di non aver mai potuto conoscere Fritz, un disgraziato incidente se lo portò via un anno prima del mio arrivo, il 3 ottobre del 1992. Eppure, se anche io non ho lasciato alcun segno nella Canottieri, la Canottieri è stata parte imprescindibile della mia crescita e formazione come individuo. E probabilmente lo devo soprattutto a lui.

Claudio Starita

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 3 Ottobre 2020 e modificato l'ultima volta il 3 Ottobre 2020

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