venerdì 17 agosto 2018
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L’ANALISI

Perché il Papponismo è l’abito che la Napoli calcistica ha perennemente scelto di indossare

Sport | 17 luglio 2018

Mentre il nuovo Napoli di Carlo Ancelotti muove i suoi primi passi e Maurizio Sarri si accasa a Londra iniziando la sua avventura alla guida del Chelsea, nel capoluogo partenopeo va in scena l’undicesimo atto del fenomeno per eccellenza del cartellone estivo degli eventi cittadini: il Papponismo. Elemento caratterizzante è la critica, imperitura e perdurante, alla figura di Aurelio De Laurentiis e al suo modus operandi al comando del Ciuccio.

Sia chiaro, chi scrive è ben consapevole che il patron del Napoli rappresenta una figura particolarmente incapace di generare e di intercettare nei suoi confronti alcun tipo di consenso mediatico-popolare. Ma rimarrete sbigottiti nel notare che è diventato letteralmente impossibile rintracciare, in una qualsiasi conversazione a sfondo calcistico in essere tra sostenitori azzurri, un solo oratore che abbia il coraggio di prendere pienamente le sue parti.

Pena: l’etichettatura a vita quale “lecchino”, “Pappaboys” o, se nel tempo libero vi dilettate a scrivere e a discutere del nostro Napoli, di un invito a farsi prendere a lavorare proprio dal Pappone.

Volessimo addirittura improvvisare un’analisi sociologica neanche così tanto superficiale, noteremmo con facilità finanche sconcertante come questa particolare corrente di pensiero attraversi trasversalmente la città di Napoli. Non si tratta di qualcosa di osservabile soltanto nella frangia più popolare del tifo azzurro – i gruppi Ultras organizzati o chi anima le Curve del San Paolo, per intenderci – quanto invece di un più ampio movimento culturale che attraversa ogni ceto sociale e qualsivoglia categoria professionale.

Anzi, scavando più in profondità è possibile riscontrare esponenti papponisti anche tra i Napoletani che tifano e sostengono altre squadre. Magari le tre strisciate del Nord.

Come se non bastasse, nelle ultime due stagioni il Papponismo ha tratto ulteriore linfa e rinvigorimento dallo sviluppo del Sarrismo e, in particolar modo, dallo sdoganamento della frangia più estrema dei suoi militanti, tale da creare all’interno del contesto Napoli una assurda contrapposizione tra Presidente e Allenatore. Come se entrambi non concorressero, in realtà, per gli stessi obiettivi e per i medesimi scopi.

Inutile ribadire e puntualizzare qual è la posizione di gran parte della tifoseria sulla separazione col Comandante, laddove la conclusione naturale di un rapporto di lavoro – al netto dell’evidente, sacrosanto e innegabile carico emotivo che lo ha accompagnato – è stata eretta ad atto vile e di imperdonabile tradimento.

Insomma, la Napoli calcistica annaspa (e continua inguaribilmente e goffamente ad annaspare) nel Papponismo, meglio descritto e rappresentato da invettive che vanno dallo storico “Pappó, cacce e’sorde” al più aulico “Lucra sulla nostra passione”. Slogan che, nella peggiore delle ipotesi, vengono costantemente sbandierati da chi magari si reca allo stadio con prodotti contraffatti, acquistati su bancarelle abusive, o che si pavoneggia con gli amici perché a casa guarda le partite col “pezzotto”.

Il fenomeno ha ovviamente il suo eco anche sui social: su Facebook, la pagina “De Laurentiis Pappone Illusionista” conta attualmente quasi seimila seguaci ed è tutt’ora attiva. L’obiettivo della pagina, facilmente deducibile dalla sezione “Informazioni”, è quello di “combattere ed estirpare il cancro Aurelio De Laurentiis dalla nostra amata SSC Napoli”. E nell’ultimo post, pubblicato ieri sera, l’hater delaurentiano rinnovava i suoi bellicosi intenti nei suoi confronti, definendolo con disprezzo “romano”.

Già, perché l’accusa nei confronti di ADL è sempre la stessa: non è napoletano, non difende o sponsorizza i valori tipici della napoletanità – non di recente osò avanzare critiche poco sostenibili addirittura alla pizza – e non investe abbastanza per rendere competitivo il Napoli in Italia e in Europa.

E pensare che, negli ultimi otto campionati dal 2010/11, gli Azzurri non sono mai andati oltre la quinta posizione – centrata due volte, oltre a tre secondi e tre terzi posti – e si sono sempre qualificati alle competizioni europee. E, come se non bastasse, tra poche settimane parteciperanno per la terza volta consecutiva alla Champions League con, in panchina, l’allenatore più vincente degli ultimi 20 anni di calcio internazionale.

Il personaggio – lo ribadiamo – è di per sé contraddittorio e altalenante nella narrazione mediatica che contribuisce ad alimentare, ma ciò non dovrebbe comunque impedire di evidenziare e ricordare lucidamente come, ad esclusione del periodo Maradoniano, Napoli e il Napoli stiano praticamente vivendo la migliore epoca calcistica della loro storia. Lo dicono i numeri, i risultati. E lo dicono le impressioni positive e i consensi che la squadra azzurra raccoglie in giro per l’Europa e in Italia. La Città, però, non se ne rende conto, impegnata com’è da ormai più di un decennio ad urlare, nelle sue rassicuranti quattro mura, che “merita di più” e che “vuole vincere”.

Perché la Napoli calcistica si perde in considerazioni anacronistiche, decontestualizzate e prive di ogni ragionevole, concreto fondamento. Perché, più in generale, la Napoli sportiva disconosce, in primis, il concetto di impresa e lo abbina a malavoglia con quello di competizione sportiva.

Se vuoi provare a vincere, ti devi rovinare.

A nessuno interessa notare come il Napoli, a suon di rinnovi, abbia raddoppiato se non triplicato gli ingaggi ai suoi migliori calciatori nel tentativo di costruire un gruppo di lavoro in grado di perdurare e consolidarsi col tempo. “Se non hai comprato, non hai fatto mercato” amano sventolare ai quattro venti gli esperti di economia aziendale.

Nessuno riesce a capire con quali mostri e colossi economici sia chiamato a misurarsi il club partenopeo. A nessuno sfiora l’idea che, almeno sulla carta, non dovrebbe esistere competizione alcuna con chi, nel giro di due anni, ha avuto la forza e la capacità di venirci a strappare il nostro miglior calciatore e di ingaggiare, pochi giorni fa, quella forza della natura che risponde al nome di Cristiano Ronaldo.

Avremmo dovuto farla anche noi una simile operazione. Ma se poi porta a Napoli un certo Ancelotti e, magari, riesce a convincere uno come Cavani a tornare in azzurro, ADL di colpo diventa quello fortunato. Perché per lui non esiste merito alcuno che quello di ingrassare le proprie tasche. Perché a lui non si perdona nulla. Soprattutto sul tema stadio e delle infrastrutture, evidente tasto dolente della sua gestione ma annosa problematica comune alla quasi totalità delle società italiane che incontrano difficoltà di carattere burocratico, politico e finanziario per realizzare opere che avrebbero un valore strategico imprescindibile nell’attuale “economia calcio”.

E, in tal senso, è alquanto emblematico ed esaustivo citare il caso degli arresti sulla costruzione del nuovo stadio della Roma.

Per la serie: nessuno è Santo, ma il Diavolo di certo non sta di casa alle pendici del Vesuvio. Napoli però ha scelto di dilettarsi col suo gioco preferito dell’estate e di indossare l’inderogabile abito del Papponismo, dimenticando con altrettanta irrisoria facilità come le chiacchiere in cui ama perdersi siano state puntualmente sbugiardate e cancellate, da dieci anni a questa parte, dal supremo e insindacabile verdetto del campo.

E che probabilmente mai più svestirà anche se il Sogno dovesse un giorno avverarsi.

Antonio Guarino

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