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Anche l'Etna nel patrimonio mondiale dell'umanità. Tanti i beni del Sud riconosciuti dall'Unesco. Ora tocca al Vesuvio

Ambiente, Cultura, DueSicilieOggi, Mondo | 17 Settembre 2013

Dopo il centro storico di Napoli, i sassi di Matera, Castel del Monte, i trulli di Alberobello, il palazzo reale di Caserta – con il parco, l’acquedotto Carolino e il complesso di San Leucio – dopo le aree archeologiche di Pompei ed Ercolano, la Valle dei Templi di Agrigento e la costiera amalfitana, dopo il parco nazionale del Cilento, con Paestum e la certosa di Padula e dopo le isole Eolie tocca all’Etna, il più grande e più altro (3300 metri) vulcano attivo d’Europa, entrare a far parte del patrimonio mondiale dell’Unesco, che al Sud annovera tutte queste meraviglie.

Nella motivazione si ricorda come del gigante catanese si scriva da almeno 2700 anni, e questo rappresenta «uno dei più documentati record mondiali nel campo dei vulcani». E ancora: «I crateri del vulcano, le ceneri, le colate di lava le grotte di lava e la depressione della Valle del Bove, fanno del monte Etna una destinazione privilegiata per la ricerca e l’educazione», continuando ad avere un ruolo importante capace di influenzare «la vulcanologia, la geofisica e altre discipline di scienza della terra». «La sua notorietà», si legge ancora nella motivazione, «la sua importanza scientifica, i suoi valori culturali e pedagogici sono», conclude l’Unesco, «di importanza mondiale». Una procedura, quella del riconoscimento dell’Etna come patrimonio mondiale dell’umanità, che alcuni gruppi e associazioni vorrebbero promuovere anche per il Vesuvio.

Un'immagine dell'Etna in attività
Un’immagine dell’Etna in attività

 

Mitologico vulcano, l’Etna, che – per la sua potenza –  ha dato sempre vita a leggende e credenze popolari.

Ad esempio a proposito del dio Eolo, il re dei venti, si diceva che avesse imprigionato i venti sotto le caverne dell’Etna. Secondo il poeta Eschilo, il gigante Tifone fu confinato nell’Etna e fu motivo di eruzioni. Un altro gigante, Encelado, si ribellò contro gli dei, venne ucciso e fu bruciato nell’Etna. Su Efesto o Vulcano, dio del fuoco e della metallurgia e fabbro degli dei, venne detto di aver avuto la sua fucina sotto l’Etna e di aver domato il demone del fuoco Adranos e di averlo guidato fuori dalla montagna, mentre i Ciclopi vi tenevano un’officina di forgiatura nella quale producevano le saette usate come armi da Zeus. Si supponeva che il “mondo dei morti” greco, il Tartaro, fosse situato sotto l’Etna.

Su Empedocle, un importante filosofo presocratico e uomo politico greco del V secolo a.C., venne detto che si buttò nel cratere del vulcano, anche se in realtà sembra che sia morto in Grecia.

Si dice che quando l’Etna eruttò nel 252, un anno dopo il martirio di Santa Agata, il popolo di Catania prese il velo della Santa, rimasto intatto dalle fiamme del suo martirio, e ne invocò il nome. Si dice che a seguito di ciò l’eruzione finì, mentre il velo divenne rosso sangue, e che per questo motivo i devoti invocano il suo nome contro il fuoco e fulmini.

E infine anche Re Artù risiederebbe, secondo la leggenda, in un castello sull’Etna, il cui celato ingresso sarebbe una delle tante e misteriose grotte che la costellano. Il mitico re dei Sassoni appare anche in una leggenda, quella del cavallo del vescovo, narrata da Gervasio di Tilbury. Secondo una leggenda inglese l’anima della regina Elisabetta I d’Inghilterra ora risiede nell’Etna, a causa di un patto che lei fece col diavolo in cambio del suo aiuto per governare il regno.

 

Un articolo di Identità Insorgenti pubblicato il 17 Settembre 2013 e modificato l'ultima volta il 17 Settembre 2013

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