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ANNIVERSARI

45 anni fa moriva Iolanda Palladino, bruciata viva a Via Foria da un gruppo fascista

Diritti e sociale, Giustizia | 21 Giugno 2020

La morte di Iolanda Palladino fa parte di una pagina nera della storia della nostra città. Una giovane ragazza, bruciata viva con una molotov da un gruppo di fascisti della Sezione Berta del vecchio Movimento Sociale Italiano, ora in mano a Casapound. Una pagina oscura, da ricordare per sempre, finchè non ci sarà giustizia per tutte le vittime della violenza fascista.

Era una bella giornata quella del 17 Giugno del 1975, a Napoli. Infatti qualche giorno prima, al consiglio comunale, il Partito Comunista vince in modo schiacciante contro la Democrazia Cristiana, ed eleggerà da lì a poco Maurizio Valenzi come sindaco di Napoli. Arriva al 32,3% di consensi e vince, per la prima volta dopo tanti anni. In molti festeggiano il grande risultato girando in auto per il centro della città, sfilando per un grande corteo, e sventolando le bandiere rosse. Il corteo di auto in festa ingorga pure Via Foria, dove si trova a passare anche Iolanda Palladino.

Stava appena per compiere 21 anni Iolanda, una giovane ragazza di Napoli, come tanti altri con le proprie ambizioni. La sua famiglia era umile: il padre faceva il cuoco per un ristorante napoletano  molto famoso, Mimì alla ferrovia, mentre la madre faceva la casalinga. Abitava vicino Porta Nolana, la sua casa si trovava proprio alle spalle della chiesa del Carmine. Era diplomata come geometra ed era al suo primo anno di giurisprudenza, con l’obiettivo di diventare avvocata. Politicamente schierata: era una simpatizzante di sinistra.

L’attacco incendiario dei fascisti della Berta

Iolanda uscì di casa alle nove, la sera di quel 17 Giugno, senza nemmeno badare troppo a come era vestita: doveva dire giusto una cosa al suo fidanzato – perché il telefono si era rotto – e poi tornare. Prende la sua 500 e va di corsa a Piazza Garibaldi, poi torna percorrendo Via Foria. Attorno alle 10 di sera, la sezione Berta di via Foria chiude: i suoi militanti hanno preparato bottiglie molotov da lanciare sulle auto che passavano, per sfogare la propria rabbia a causa risultato delle elezioni. Nel frattempo, Iolanda Palladino si ritrova imbottigliata nel traffico all’altezza delle scalinate di via Michele Tenore, vicino all’Orto Botanico. Nonostante fosse sera, faceva davvero molto caldo. Così Iolanda decide di aprire il tettuccio della sua auto: è in quel momento che i fascisti le lanciano diverse bombe molotov, che le entrano anche nella vettura.

Iolanda Palladino al Sant’Eugenio di Roma

Quando esce dall’auto, Iolanda è una torcia umana. Alcuni passanti la soccorrono e la portano all’ospedale, ma la ragazza è completamente ustionata. A causa della gravi bruciature viene trasferita al centro ustioni di Roma, ma per lei c’è poco da fare. Il 21 Giugno 1975, dopo giorni di agonia in cui rimane sempre cosciente, Iolanda Palladino muore. Sandro Pertini, allora Presidente della Camera, le rende omaggio al suo obitorio a Roma.

 

24 Giugno: migliaia di persone ai funerali di Iolanda

I funerali di Iolanda Palladino si svolgono nella chiesa del Carmine: vi si raccolgono migliaia di studenti e lavoratori – numerosa la presenza della Alfasud – assieme a comunisti e antifascisti napoletani. Durante tutto il corteo funebre, dai balconi volano confetti e fiori bianchi. Nel tragitto verso il cimitero, alcune migliaia di manifestanti si muovono verso la sede del MSI di Via Foria. Passando per via San Giovanni, gli antifascisti distruggono un’insegna del MSI: a Via Foria, invece, li attende un enorme dispiegamento di forze dell’ordine, che con gli scudi rivolti verso il corteo, difendono la sede degli assassini di Iolanda. Nella via i fascisti hanno appeso uno striscione ignobile che recita: “Solo Dio può fermare la violenza fascista, gli uomini e le cose no”. Dopo che i manifestanti rimuovono lo striscione, la polizia li carica dando il via a degli scontri. Verranno poi caricati nuovamente, mentre tentano di poggiare una corona di fiori sul luogo dell’assassinio.

Funerali di Iolanda Palladino, foto di Gianluigi Gargiulo

Uno degli squadristi coinvolti nell’attacco scappa ad Ischia, dove viene intercettato dalla polizia. È Umberto Fiore, cameriere ventenne. Decide subito di confessare, diventando quasi un capro espiatorio per gli altri coinvolti nell’attentato. Da lì a poco gli altri due assassini vengono scoperti: sono Giuseppe Torsi, operaio di 19 anni e Bruno Torsi, apprendista di 16 anni. La Corte d’Assise di Roma, nel 1977, condanna i tre imputati a pene dai sei anni e otto mesi a due anni e dieci mesi. Il segretario della sezione, Michele Florino, verrà assolto dall’accusa di favoreggiamento, e tutt’oggi si dissocia sommariamente dai fatti. Le pene, già magre, non verranno nemmeno scontate a causa di condoni e riduzioni in appello.  Alla famiglia nessun risarcimento da parte dello stato, ma solo un loculo gratuito al cimitero e una scarna giustizia. Negli scorsi anni è stata apposta una targa in ricordo di Iolanda Palladino proprio sulle scalinate di Via Foria, ma viene spesso vandalizzata.

 

Una ferita per sempre aperta

La Sezione Berta è ancora lì. È passata dal Movimento Sociale a Casapound, che non è da meno in fatto di violenza. A decenni di distanza dalla fine dei famigerati anni di piombo, a oltre 70 anni dalla fine del ventennio fascista, ci sono ancora persone che, ignoranti del passato, portano avanti idee criminali, che prendono piede come un cancro, nutrendosi della disperazione e l’odio delle persone. L’unico modo per togliere nutrimento a questo male, è dare alle persone un’alternativa giusta, rispetto alle ingiustizie del nostro tempo. E chi vive la propria vita, chi coltiva un ideale di libertà, diventa vittima innocente della violenza fascista. Come è successo a Iolanda, che in quel giorno di Giugno non aveva nessun’altra colpa che essere innamorata.

A Iolanda Palladino.

Ciro Giso

Un articolo di Ciro Giso pubblicato il 21 Giugno 2020 e modificato l'ultima volta il 21 Giugno 2020

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