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ANNIVERSARI

81 anni fa moriva Migliaro: il racconto di quando incontrò il suo “falsario”

Cultura, Identità, Storia | 16 Marzo 2019

Nell’anniversario della scomparsa di Vincenzo Migliaro, un racconto di Francesco Cangiullo (da Addio Mia bella Napoli).


Un signore abitudinario, dalla barbetta ispida, verso le undici, scendeva via Calabritto, fumando sotto i baffi un mozzicone di toscano che sovente gli bruciava i peli, la sciammisse (soprabito di privamera), buttata come un cencio sulla spalla, la falda del cappello moscio tirata sugli occhiali dietro cui gli occhi accigliati; le mani nelle tasche della giacca; la figura un po’ tozza e legnosa di stagionati sessant’anni: sembrava un dottore burbero, un santo bizantino imbronciato, né sapeva sorridere; soltanto in rari casi e quando meno era il caso, rideva però rumorosamente che ti stupiva come una rivelazione, poichè scoprivi quello che celava un’anima di ragazzo, ma quando si arrabbiava tartagliava.

Nella via il personaggio tirava dritto, senza salutare nessuno, pettoruto, il capo lievemente chino, la nuca larga e forte, appariva un essere superbo.

Questo signore scendeva verso le undici sul marciapiede, a destra di via Calabritto; combinazione, intravedeva di sbieco nella vetrina di un gioielliere, fra collane brillanti e oro, un quadretto che richiamò la sua attenzione – egli amava molto la pittura – e si fermò ad ossevarlo. Visto che qualcuno si interessava alla sua vetrina, il gioielliere compiaciuto spuntò sulla soglia, ove brillava anche un angolo di sole di primavera; alto, simpatico, un po’ di pancetta, egli crede opportuno, pure senza essere interrogato, rivolere la sua parola preziosa, il gioielliere, all’attento signore.

E disse: – Vedo la sua competenza in materia e gliela complimento. Lei sta ammirando uno dei più bei Migliaro.

Il signore che si era un po’ curvato, la cui falda calata del cappello sfiorava il limpido cristallo della vetrina, si raddrizzò e, lisciandosi la barbetta, guardò il gioielliere con quello sguardo imbarazzante che hanno i miopi. Malgrado ciò l’altro continuava a tenere le mani nelle tasche dei calzoni, e il sorriso stereotipto – il signore, abbiamo bisto, le mani le aveva nelle tasche della giacca – ed austero aveva il piglio.

– Potreste usarmi la cortesia di farmelo vedere da vicino, quel quadretto? – Si immagini… E’ mio dovere… Favorisca, prego –

Dopo di che il gioielliere s’introduceva a mezzo busto nella vetrina, ove apparve come un anfibio d’acquario, che nuotasse nell’oro, ne toglieva il quadretto che, come un gioiello, dalle sue mani passò in quelle del signore. Ma costui indugiava nel pronunciarsi e il gioielliere, ancora una volta, volle avere l’iniziativa: – Eh?!… Che ne dite? – Che non è Migliaro – rispose l’altro a còrto a còrto – Non è Migliaro?! E, se è lecito, perché? – Perché Migliaro sono io, se è lecito.

Non vi descrivo il gioielliere, se è lecito.

Un’altra volta il Maestro riceveva la visita di un noto negoziante d’arte napoletano.

– Illustre Maestro, qui ci sono i vostri servi

– Padrone Mio

– Maestro come state?

– Scocciato. Ma io sono sempre così, sedetevi

– Grazie Maestro. Ero venuto a vedere se ci fosse qualcosa per me. Intendiamoci, per la mia borsa

– Che volete che vi dica? Queste cose che vedete al muro è tutto quello che ho.

Il negoziante aveva già data un’occhiata furtiva alle pareti, come fanno i basisti.

– Eh, le vedo Maestro mio… magari potessi comprarle tutte! Ma io posso spendere poco

– E voi quanto potete spendere sentiamo? – domandò il pittore che non aveva mai nuotato nell’oro, nemmeno come il gioielliere nella vetrina.

– Trecentocinquanta, quattrocento. Maestro non mi mettete alla porta…

– Nossignore, voi sapete che non vi metto alla porta. E andiamo dicendo, che cosa scegliereste?

Cono ostentazione timorosa la canaglia rispondeva:

– Se dovessi scegliere, scegliere quell’angoletto della vecchia Napoli, se non mi sbaglio: San Gregorio Armeno-

– Non vi siete sbagliato

– Ma chissà quanto costa?

– Al privato mille lire, ma a voi che dovete rivenderlo… datemi le quattrocento lire e non ci pensiamo più

– Maestro mio permettete che vi baci le mani

Il negoziante faceva seguire il fatto al detto, ma il pittore ritirò le mani a tempo

– Voi che volete fare?

Al che non fece altro che cavare il portafoglio e deporre su un canterano dei Seicento, ingombro di oggetti d’arte, quattro biglietti da cento. Migliaro ringraziò e ordinò: Nannì doie tazz’e café. 

Nannina era la sua tipica devota modella, che viveva con lui, divenuta celebre nei tipi di popolane dipinti dal Migliaro e divenuta in extremis sua moglie.

– Grazie Maestro, non vi mettete in cerimonie.

Dopo il caffè, il negoziante si accomiatò tutto cerimonioso e contento dell’affare; col quadretto della Salita San Gregorio Armeno sotto il braccio, uscì in via Satriano.

All’angolo di Piazza Vittorio vide seduto fuori il Caffettuccio Ferdinando Russo che fumava la sua eterna sigaretta, sempre accesa col mozzicone della precedente. Il negoziante salutò il poeta, che gli sorrise giovialmente.

Migliaro, in quel tempo, verso il 1926, era professore dell’Istituto di Belle Arti e due volte al giorno, col suo incedere di burbero benefico e l’ambio legnoso, passava in via Bellini, ov’era la bottega di colui che aveva acquistato San Gregorio Armeno “quell’angoletto della vecchia Napoli”. Costui ogni volta che vedeva l’autore gli faceva un largo inchino con una umilissima scappellata.

–  E il mio quadretto? – gli chiese un giorno, sorridendo eccezionalmente

– Caro Maestro, volevate che lo tenessi ancora? Lo vendetti il giorno dopo. I Migliaro vanno a ruba! Maestro, voi siete un Maestrone.

– Non vi fate sentire dai miei colleghi

– I vostri colleghi non vi possono pulire nemmeno le scarpe

– Statevi bene

– Servo vostro Maestro. Se non me ne cacciate, quanto prima verrò a trovarvi

– Vi aspetto – rispose Migliaro, allontanandosi. E pensò: “E’ un galantuomo”.

Però “quanto prima” non si presentò il “galantuomo” ma un cliente di questi. Udito il campanello della porta di casa, Migliaro dalla sua stanza che faceva da studio domandò: – Nannì chi è?

– E’ un signore che vuole parlare con voi

– E fallo entare.

– Permesso?

– Avanti

– Scusate il disturbo, Maestro. Ho acquistato questo quadretto, io sono un vostro ammiratore e per maggior garanzia mi sono permesso…

– Fatemi vedere…

Il signore, aperto l’involto, glielo mostra.

– Questa è una copia del mio quadretto.

– E’ una copia?

– E’ una ignobile copia – aggiunge, sdegnato, l’autore.

In quel mentre, suona di nuovo il campanello. Nannina apre e si ode che scambia delle parole con qualcuno.

– Nannì, Nannì…

– Eh, un momento, sto rispondendo a questo signore

– E chi è?

– Dice che è il Cavalier Belletti

– Non lo conosco, brontola il Maestro. Poi alza la voce.

– Deve aspettare. No, fallo entrare (Stamattina sta nervoso).

Nella saletta Nannina avverte il cavaliere. Il quale timidamente chiede permesso ed entra come un cane bastonato.

– Che c’è? – Migliaro, a traverso, gli occhiali, non gli guarda il viso, ma sotto il braccio, ove il cavaliere tiene una tela incartata, non molto grande. Intanto l’altro signore è rimasto in asso, ammutolito, col veleno alle labbra!

Ma Belletti, ignaro, osa rispondere: – Ho comprato questo dipinto, signor professore, che porta la sua firma….

A questo vocabolo emozionante, il professore e il signore della fregatura si guardano.

– A me piace molto, professore, ma io, come dico, non ne capisco. Ora siccome qualche mio amico intenditore me lo ha messo in dubbio….

– Ma che caspita sta succedendo? – gridò Migliaro, ingarbugliandosi con la favella.

Il cavaliere aveva tratta la tela dal giornale che l’avvolgeva. L’altro signore che aveva presa la fregatura, parve un po’ rianimarsi alla probabile fregatura altrui. D’altra parte, non senza esperienza, qualcuno disse: aver compagni al duol scema la pena.

Quando, di botto, il Maestro scatta, agitando una “tavoletta” nella mano destra e una tela nella sinistra

– Sa-san… gue dididì…! E’ un’altra copia! E questa è un’altra copia! Una su tela e una su tavoletta.

Al che resta defraudato anche il cavaliere. Il Maestro afferra il temperino e gratta la sua firma sotto i due dipinti. Indi, sconvolto, restituisce la tela al proprietario della “tavoletta” e la “tavoletta” al proprietaro della tela. Costoro non si oppongono.

– Ma dove Mama… donna le avete coco…mprate? – urla il Maestro con la bava a fior di labbra.

E i due disgraziati, a coro – Da un negoziante in via Bellini!

– Quel figlio di putt… è stato capace di far figliare anche San Gregorio Armeno. Ma i due gemelli non gli somigliano. Nannì, accompagna i signori. Domani. Domani, sentirà la voce mia… I che piezz”è… Nannì, Nannì, accompagna!…

– Un momento. Sto accompagnando…

Francesco Cangiullo

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 16 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 16 Marzo 2019

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