sabato 23 marzo 2019
Logo Identità Insorgenti

ANNIVERSARI

Antonio Cardarelli, grande taumaturgo e genio della diagnostica

Storia | 11 Gennaio 2019

«… tutta la gente lo chiamava, l’invocava, gli tendeva le mani, chiedendo aiuto, assediando il portone, le scale, la sua porta, la sua anticamera, cercandolo nell’ospedale, cercandolo nell’università, andando ad aspettarlo alla porta degli ammalati, con la pazienza e la rassegnazione di chi aspetta un salvatore.» Così Matilde Serao descriveva Amato Amati alias Antonio Cardarelli ne “Il Paese della Cuccagna.

L’8 gennaio sono trascorsi 92 anni dalla morte, a Napoli, del grande taumaturgo nato a Civitanova del Sannio il 29 marzo 1831 da Urbano, medico stimatissimo di quella terra molisana, e da Clementina Lemme; compì gli studi secondari nel seminario di Trivento e nel 1848 si recò a Napoli, dove studiò medicina nel collegio medico e nell’ospedale degli Incurabili, avendo come maestri Vincenzo Lanza, Antonio Villanova e Pietro Ramaglia. Si laureò nel 1853 e divenne subito medico nell’ospedale degli Incurabili, ove nel 1859 iniziò l’insegnamento privato di medicina interna.

Su Cardarelli, gigante della semeotica, a Napoli girano tante leggende a cui Vittorio Paliotti, in “Napoletani si nasceva”, libro edito da Fiorentini negli anni 80, aveva trovato conferme solide intervistandone i nipoti (Cardarelli non ebbe figli, infatti), tra cui il giornalista e scultore Lorenzo Recchia. “Una volta – racconta Paliotti – quando era ancora giovane, alcuni suoi colleghi vollero fargli uno scherzo. Esasperati per il fatto che lui, senza l’ausilio di indagini radiologiche e di ricerche di lavoratorio, riusciva a centrare con precisione tutte le diagnosi, quei suoi colleghi convinsero un uomo sano a mettersi a letto e fingersi ammalato. “Ha una nefrite cronica, è spacciato” disse lui. Esattamente una settimana dopo, l’uomo che si era prestato allo scherzo e che tutti i medici avevano ritenuto sanissimo moriva: nefrite cronica”.

Sono tanti gli aneddoti che circolavano una volta a Napoli su Cardarelli. Ma Paliotti quando scrisse il libro poté constatare, proprio analizzando le carte conservate dai nipoti (gli altri due erano il professor Lorenzo Sanguigno e la signora Maria Cardarelli) che la fantasia popolare non aveva inventato nulla su di lui.

Insomma Cardarelli fu uno dei più grandi cultori della semeiotica, il più insigne cultore, riuscendo con il suo acuto spirito di osservazione e con il rigore del suo ragionamento diagnostico a raggiungere con i mezzi più semplici le più alte vette dell’insegnamento clinico. Frutto della sua attività di clinico insigne furono numerose scoperte di sintomi e di nuove sindromi morbose, di cui alcuni portano il suo nome.

Paliotti racconta, tra gli episodi che riguardano la sua vita privata, quello dell’incontro con colei che diventerà sua moglie, Nunziatina Giannuzzi, figlia di un ingegnere, raccogliendo sempre la testimonianza di Lorenzo Recchia. “Andò ad abitare in una casa di via santa Margherita a Fonseca, prese parte ai moti risorgimentali e non trascurò di innamorarsi di una dirimpettaia. Zio Antonio si rese conto che la sua passione per Nunziatina poteva distrarlo dagli studi e pensò allora di ricorrere a uno stratagemma: si finse ammalato, mostrò un fazzoletto sporco di sangue al pade di Nunziatina e di conseguenza la ragazza fu allontanata. Potè studiare in pace, così, e solo dopo che si fu laureato rivelò tutto all’ingegnere e sposò Nunziatina”.

Appena laureato, partecipa al concorso da assistente al Complesso degli Incurabili, dove risulta primo – ma anche qui Paliotti ricorda un episodio singolare, cioé che partecipò a nome di un altro, perché non aveva dei documenti, risultando comunque primo – e, per le sue notevoli capacità diagnostiche, rivoluzionarie per i tempi, si guadagna il rispetto e il favore dei migliori nomi della medicina italiana.

Nel 1880 vince anche la cattedra di Patologia Medica alla Regia Università di Napoli, dove insegnerà ininterrottamente fino al 1923, anno in cui viene costretto a ritirarsi a causa della sua età avanzata. Per regio decreto insegnò qui fino a oltre 90 anni.

Il suo nome è legato a ben sedici segni clinici, nei campi delle malattie più svariate: aneurismi (segno di Cardarelli), echinococco del fegato, neoformazione mediastinica e tumori della pleura.

La sua straordinaria capacità diagnostica era null’altro che il frutto del rigore scientifico su cui basava il suo ragionamento alla cui base c’era la semplice osservazione del malato, tanto che Augusto Murri lo elesse come più grande clinico contemporaneo “perché gli altri dicono quello che hanno letto, mentre lui dice quello che ha visto”.

Fu l’unico, tra tutti i medici convocati, a riuscire a diagnosticare a Papa Leone XIII un cancro alla pleura – tra molte polemiche all’epoca – e l’unico capace di diagnosticare malattie in persone apparentemente sane. Ad esempio riusciva a diagnosticare l’aneurisma dissecante dell’aorta facendo semplicemente pronunciare la lettera “a” al paziente. “Un giorno – racconta sempre a Paliotti, Lorenzo Recchia – zio Antonio mentre rientrava a casa in carrozzella fu colpito dalla voce di un pescatore che magnificava la sua mercanzia. Fece fermare la carrozzella, diede dei soldi al pescatore, rifiutò il pesce e disse: “Ti aspetto stasera a casa mia”. La malattia di quell’uomo, colta in tempo, poté essere curata”.

Negli ultimi decenni dell’800 a Napoli Cardarelli veniva considerato alla stregua di un santo. Ormai ricco, distribuiva a piene mani denaro ai poveri: la domenica nella sua casa di via Costantinopoli – dove viene ricordato con una targa -, casa con l’ascensore (un lusso per l’epoca) e piena di busti di Gemito e di opere di Dal Bono, visitava gratuitamente chi non poteva permettersi di pagare un medico. A volte dovevano accorrere le guardie tanta la folla lungo la strada.

Burbero e schietto, non le mandava a dire nemmeno quando aveva davanti diagnosi gravi e nonostante questa sua brutalità fu molto amato tant’è che appunto la gente di Napoli dell’epoca osannava questa figura elegantissima e bohemienne dell’epoca, per la sua arguzia infinita.

“Di lui può dirsi che creò generazioni di generazioni di generazioni dell’epoca” raccontano i giornali d’epoca descirvendo poi la sua morte, avvenuta nella sua casa. Tra gli ultimi che volle incontrare ci fu il senatore Pascale. Ai famigliari chiese funerali discreti senza fiori e orazioni. Ma i giornali d’epoca lo celebrarono calcolando  che nella sua lunga carriera di medico – “il più grande dei medici della Penisola” scriveva la torinese “La Stampa” – aveva visitato oltre mezzo milione di malati.

Lucilla Parlato

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 11 Gennaio 2019 e modificato l'ultima volta il 11 Gennaio 2019

Articoli correlati

Identità | 20 Marzo 2019

ANNIVERSARI

L’odio-amore tra Elvira Donnarumma e Gennaro Pasquariello raccontati da Cangiullo

Cultura | 16 Marzo 2019

ANNIVERSARI

81 anni fa moriva Migliaro: il racconto di quando incontrò il suo “falsario”

Identità | 16 Marzo 2019

PITTORI NAPOLETANI

81 anni fa moriva Migliaro: un racconto poetico di Minervini sulla moglie Nannina, l’ultima Luciana

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi