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ANNIVERSARI

L’eterna e liberatoria irriverenza di The Blues Brothers 40 anni dopo

Cinema | 22 Giugno 2020

In fondo, neanche il primo album dei Velvet Underground (quello con banana disegnata da Andy Warhol) ebbe un gran successo, nel 1967. Anzi, per la verità non se ne accorse quasi nessuno, che era stato pubblicato. Eppure oggi ne parliamo come di un classico assoluto dell’alternative rock, al punto che chiunque abbia amato quel capolavoro tossico ha poi fondato una band.

Ci sono opere così avanti nei tempi che hanno bisogno di anni per esser comprese.
Così fu anche per “The Blues Brothers”, quasi un fiasco ai botteghini nel 1980, stroncature pressocchè unanimi della critica statunitense, oggi ricordato (e venerato) come IL FILM CULT per eccellenza. Due ore e ventotto minuti di irriverenza, gag memorabili, sfottò, musica di prima categoria e un record rimasto ineguagliato fino al 2003: ben 103 macchine distrutte durante le riprese.

Per la verità il successo del film lo decretammo noi europei. Dalle nostre parti il botto fu quasi immediato e ne scaturì una moda sfrenata per la musica soul e rhythm ‘n’ blues che addirittura rispedì in classifica i dischi di Aretha Franklin (all’epoca molto in declino), Ray Charles e, ovviamente, la colonna sonora della pellicola, un concentrato di musica black a tutt’oggi insuperata. Noi ragazzetti lo vedemmo al cinema e tutti gli anni successivi li spendemmo a rovinarci le poche finanze per comprarci tutti i dischi di quella fantastica musica che i fratelli Blues ci avevano fatto scoprire. Da John Lee Hooker fino ad Isaac Hayes (il Cosimo Fanzago del sinfonismo black, uno capace di trasformare una sublime canzoncina malinconica di Burt Bacharach come “Walk on by” in un’epifania barocca di 12 minuti, per dire…) e spaziando, poi, per tutto un arcipelago black che non aveva mai fine. La storia di Jake ed Elwood “in missione per conto di Dio” la conoscete tutti, inutile raccontarla qui. Ma vale la pena di ricordare la parata di star “minori” coinvolte miracolosamente nel progetto: da Donald Dunn e Steve Cropper (fondatori dei Booker T. & the M.G.’s), passando per Alan Rubin, Lou Marini e Tom Malone (dei Blood Sweat & Tears), fino a Willie Hall, batterista dei Bar-Kays di Isaac Hayes e il chitarrista Matt Murphy che esordì con una leggenda come Howlin’ Wolf, ovvero le teste e le braccia della miglior musica che si sia ascoltata nel secondo ‘900. E su tutti, le glorie assolute di Aretha Franklin, Ray Charles, James Brown e Cab Calloway, che si prestarono a diventare attori in un film che è, dietro la maschera della commedia anarchica e irriverente, un grandioso omaggio alla cultura black.

Ma non solo: “The Blues Brothers” fu ed è, ancora oggi, uno sberleffo politico, più che mai attuale, all’America retrograda e reazionaria del clima che di lì a poco sarebbe sfociata nel Reaganismo (e oggi nel Trumpismo). Memorabile la scena in cui la Blues Mobile rubata alla polizia e guidata da Elwood si getta nel corteo dei nazisti, scaraventandoli nel fiume. Chi di voi non si è mai ritrovato a dire “Io li odio, i nazisti dell’Illinois” nella vita?

Ma nulla avrebbe mai funzionato senza di lui: JOHN BELUSHI. Classe 1949 (oggi sarebbe coetaneo di uno Springsteen, per dire), una creatura al di fuori di ogni regola, un genio di una tenerezza ingestibile, vittima egli stesso della propria intensità. Una carriera fulminea, dalle imitazioni al liceo fino alle devastanti gag del “Saturday night live” e al sodalizio con Dan Aykroyd (che solo con l’Eddie Murphy di “Una poltrona per due” si ripeterà a quei livelli) e ai due album di cover blues e soul che porteranno John Landis (un autentico demolitore di stereotipi a stelle e strisce) a pensare un film per loro. Un vulcano di imprevedibiltà, un genio di destabilizzante, iconoclasta comicità. Una mina vagante pericolosa anche per sè stesso, visto che nell’82, al culmine del successo, sarà una dose letale di speedball (un miscuglio micidiale di eroina e cocaina) a spedirlo al creatore, con l’amico Dan a guidare il corteo funebre in motocicletta e giacca di pelle.
John Belushi… L’archetipo del guascone assoluto, che in una sola scena del film si toglie gli occhiali neri, mostrando a una favolosa Carrie Fisher in veste omicida perchè abbandonata sull’altare proprio da Jake, due occhioni paraculi che inteneriscono ancora oggi. Dopo quarant’anni. Quante volte l’abbiamo rivisto, questo film? Mai abbastanza. Ci sono pellicole che abbiamo bisogno di rimettere nel dvd come fossero una medicina contro la stupidità, contro il razzismo e i good ol’ boys che vorrebbero riportarci indietro nel medioevo. Abbiamo ancora bisogno di Jake ed Elwood, quarant’anni dopo. La purezza di quello sberleffo di due ore e mezza ci ripulisce l’anima dall’idiozia imperante. Fatevi del bene: rivedetelo ancora e ancora.

Maurizio Amodio

Un articolo di Maurizio Amodio pubblicato il 22 Giugno 2020 e modificato l'ultima volta il 22 Giugno 2020

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