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ANNIVERSARI

L’odio-amore tra Elvira Donnarumma e Gennaro Pasquariello raccontati da Cangiullo

Identità, Musica, Storia | 20 Marzo 2019

Nasceva a Napoli, il 18 marzo 1883, Elvira Donnarumma. Questo il racconto di Francesco Cangiullo da “Addio mia bella Napoli” (1955) del suo rapporto di odio-amore col grandissimo Gennaro Pasquariello

Don Gennaro e donna Elvira

Cu chisti mode Brigeda, tazza ‘e cafè parite: sotto tenite ‘o zucchero e ‘a copp amara site.

“Brigida, con i vostri modi superficiali siete paragonabile a una tazza di caffè di cui non abbia girato il cucchiaino: onde lo zucchero è tutto di sotto e alla superficie è tutto l’amaro”. Ho tradotto il ritornello di una popolarissima e maliziosa canzonetta napoletana, che la nostra diva, Elivra Donnarumma, interpretava come… Eh! Che voglio dirvi? Che voglio descrivere?. Per gli anziani memori la migliore descrizione è visibile in questi due interrogativi. Sì che il brano potrebbe essere abbreviato di molto, facendo assegnamento sulla collaborazione mnemonica degli anziani. Ma bisognerà attenseri alla sua stesura, poiché, come vi sono gli anziani, vi sono anche le reclute, e bisogna istruirle. Si dirà: “Ma le vuoi istruire alla scuola del caffé concerto?”. Risponderò citando non più settenari di un canzonista dialettale di Napoli, bensì quinari di un poeta toscano di Monsummano: “Scusate, io venero – Se ci s’impara – tanto la cattedra – che la bambàra – Se fa conoscere – Le vie del mondo – E’ buono un bicciolo – di vagabondo – oh che sapienza – la negligenza!”.

Il debutto di Elvira Donnarumma

Quasi coetanea di Ersilia Sampieri e del macchiettista Davide Tatangelo, Elvira Donnarumma debuttò assieme a questi due, a Napoli, a sedici anni, alla stregua di alcune canzonettiste di infimo rango (che io non dimenticherò più) di certi ritrovi della Joliette, vale a dire del lungoporto marsigliese, in una birreria di scaricatori e di non meno rumorosi soldati e marinai cosmopoliti di allora: nella birreria di don Giovanni all’Incoronata. Un locale basso di lamina, la notte tumultuoso e affumicato da cirri di sigarette estere e nazionali: ove si vuotavano l’un dopo l’altro, scioppi di birra ambigua e si stritolavano pezzi di scabroso torrone color mogano a pulitura, azzeccoso di zucchero cotto che ammantava come un asfalto certe mandorle amare cavate dai nocciuoli delle albicocche. Un locale come quello di Madama o’ Baraccone, in piazza Castello. Ivi, dopo ogni ciclo , che si componeva di tre canzonette, cantate  dai tre numeri, Sampieri, Tatangelo, Donnarumma, una a testa, chi era di turno scendeva dalla pedana terra terra e girava col piattello fra gli avventori.

Accompagnava ad un pianoforte il quale ad un certo lato sembrava la rozza della baracca, il ventenne Alberto Montagna, che fu sensibile compositore di arie primaverili ed amava la quarta alterata, le semicrome della campagna e gli occhi di Elvira, spaventosamente espressivi, per una cosina, allora, tenue e quasi evanescente: e quando toccava a lei di girare col piattello, il maestrino diventava buio, stringeva i denti e per non udire il lazzo di un laido avventore alla sua piccola stella, la sua prima inteprete, il suo primo amore, ci pestava su un accordo di rabbia. Che doveva fare? Povero Montagna! era magro e lungo, avea le occhiaie livide, quelle di poca durata. E se ne andrò giovane. Aveva musicato, tra l’altro, un capolavoro di umorismo, di Nicolardi: Sciuldezza bella! che Pasquariello e Donnarumma ne davano, gareggiando, due diverse ma incomparabili interpretazioni fatte di arguzie e gioviale ironia. “Si sapisse! ‘On Federico – l’urganetto cumm”o sona!… che capolavoro!”.

La Pasquariello delle Canzonettiste

Elivira Donnarumma, dagli occhioni come le cozziche bagnate e la chioma come ricci di mare, era un’anguilla di carne, elettrizzata alla ribalta. Ella poteva dirsi la Mistinguette italiana: era la più autentica e completa, poichè eccelleva in tutti i generi: sentimentale , drammatico, brillante, sbrigliato. Più esattamente poteva dirsi la Pasquariello delle canzonettiste.

Come lei, anche don Gennaro veniva dalla gavetta. Giovanissimo guitto, aveva debuttato una sera a Sarno, paese di filande, presso Napoli, in uno di quei teatrini rusticani improvvisati, dal palcoscenico fatto di botti comperte da un impiantito di tavole sul quale, l’esordiente paffutello giovanotto di primo pelo e di primissima stoffa, simigliante a un putto berniniano, nel retrocedere, come si usa, per ringraziare il pubblico rurale che lo appaludiva con callute mani, cadde di peso in un pozzo, fortunatamente secco e poco profondo: mentre i cafoni che lo avevano visto scomparire sotterra sorridendo, ma come Belfagor nella “Cantata dei Pastori” esilaratissimi gli sferrarono addirittura un’ovazione con esclamazioni campestri.

Era accaduto che il debuttante, fors’anche emozionante, retrocedendo nella riverenza al gagliardo applauso, non pensava che avrebbe oltrepassato le tavole sulle botti, limitanti dalla parte posteriore il palcoscenico che, così allestito in un cortile rurale, confinava col piccolo baratro. E dovettero accorrere i compagni di scena per estrarre il caduto, fortunatamente illeso.

Pasquariello re dell’Eden

In seguito, quasi diciottenne, fu scritturato come canzonettista e macchiettista in uno dei tanti teatrini di via Foria, la via dei funerali, che allora alternava alle sue caratteristiche botteghe di librai i suoi tipici baracconi. Poi passò ai ritrovi di piccola borghesia della Galleria Principe di Napoli: lo Scotto-Jonno e il Monte Maiella. Quindi giunse all’agognato “Eden”, il caffè-concerto per eccellenza, assieme al Salone Margherita, l’Hollywood dei canzonettisti. Ivi, Pasquariello vi assurse per una di quelle naturali evoluzioni, quelle fatalità fortuite che tracciano il solco del successo e trasformano la notorietà in celebrità. Sì che divenne un vero maestro della geniale interpretazione del genere; elevò il tono della classe e rappresentò l’emblema, il record non ancora battuto dalla voce di Napoli che ha bisogno di “do naturale”.

Pasquariello è istintivo, spontaneo, ha il fisico del ruolo, il carattere somatico dei grandi attori partenopei, che recitavano sempre con volto genuino. Ma non è tutto. Egli è anche un ragionator, in quel dato senso, un logico, un riflessivo, un celebrale, insomma, che conosce ogni risorsa, tutte le sfumature e il giuoco del Varietà e del porgere col dire col canto, con la mimica. La naturale disposizione e l’annosa, sorvegliata esperienza, gli hanno dato la padronanza infallibile dell’occulto mestiere, indispensabile a l’arte, anche se eccelsa. Basti dire che l’uscita di questo artista, il solo annuncio della canzone che eseguirà, dà al pubblico già lo stato d’animo della circostanza, essendo don Gennaro l’interprete di tutti i generi canzonistici, da la melodia e la macchietta, da la tarantella e la marcia militare: onde gli ascoltatori, fin da l’annuncio, capiscono se dovranno ridere o commuoversi. Eppure non fa troppe smorfie. I suoi occhi rotondi, direi di fascino bovino, talvolta diventano appassionatemente belli, senza trucco. L’efficacia del nostro personaggio sia nel genere comico che nnel sentimentale, è nella sobrietà, in un moto interiore che par gli diffonda intorno come un’atmosfera attraente in cui il pubblico è preso. Pasquariello è veramente grande, quando in palcoscenico viene a tu-per-tu col suo cuore; questo dialogo è una sua creazione e specialità, con la quale entusiasmò artisti che si chiamavano Eleonora Duse, Ermete Novelli, De Lucia, Caruso.

Tutti i grandi ammiravano Pasquariello

Ma il celeberrimo elenco non finisce qui, ché ogni volta che Pasquariello si produceva a Firenze, a Lucca, a Pisa, a Viareggio, riceveva su quelle piazze un telegramma di Giacomo Puccini, il quale lo invitava nella sua villa di Torre del Lago perché voleva andare a deliziarlo con qualche “bella canzonetta napoletana”. A tanto invito, il cantante ideale di Costa, Gambardella, Di Capua, De Curtis, Tosti, Valente ecc, accorreva lucente e orgoglioso: “Guagliò chist’onore l’aggio sul”i!”. E tutte le volte, oltre a trovare nel salone del mondiale operista il più eletto uditorio, fra cui la Bellincioni, Ricordi, la Serao, Illica, Simoni e giù di lì, veniva accompagnato al piano nientemeno da Puccini, Mascagni, Franchetti, Tosti, Mugnone il terribile; tutti entusiasti di don Gennaro e delle nostre veramente belle canzoni: I’ te vurria vasà, ‘A Campagnola, Marechiaro, Torna a Surriento, Furturella, per la quale Puccini andava in estasi e si stupiva pensando come un giovanotto del popolo, ignaro di musica, avesse potuto comporre un piccolo capolavoro: Salvatore Gambardella, che negli ultimi anni della sua giovane vita, imparò quel tanto di musica che gli occorreva. Povero Salvatore. Poteva farne a meno. Apriva la bocca a Mergellina e cantava in un sorriso appassionato e gli occhi appassiti sotto l’ampia tesa di cappello e staio ove si annidava un cespuglio di capelli neri anella anella… all’occhiello sembrava un minuscolo grammofono di bambola, un fiore a campanella….

E quelle canzoni destavano gli echi dello stagnante lago della nostalgia, nella dantesca pineta. Ma gli echi non erano toscani e parea giungessero di lontano: da Posillipo e da i Campi Flegrei, nei pleniluni, quando quel mare mio ha ne l’onda l’argento vivo e le barche frusciano in una scia ch’è un solco di brillanti…

L’amore e odio tra don Gennaro e Donna Elvira

Si che, giunti al sommo della celebrità, don Gennaro e donna Elvira facevano il paio e dividevano in parti eguali un trionfo che passava i limiti, passava i confini, perché a questa pariglia impareggiabile erano legati i successi mondiali della canzone napoletana. I due emuli campioni del Varietà si stimavano moltissimo: però guardinghi ed in cagnesco senza parere; si amavano a denti stretti e talvolta avevano dei momenti di abbandono o si odiavano sorridenti. Era chiara in essi una complicazione di gelosia artistica, di orgoglio e di passione. Si sfidavano tacitamente e si battevano, e la vittoria arrideva egualmente alle loro armi invincibili come a due forze uguali e contrarie che trionfano e non si distruggono.

Alcune volte, però, che chiamerò “momenti napoletani” si sentiva tra le quinte: “Gennarì” “Elvirà” “Gennarì sei un infame”  “Donna Elvira…” “Che volete da me?….” “Siete femmina crudele” “Io?…” “Voi”.

Poi, in altri momenti: “E per vostra norma, signorina, ricordatevi che quando esce Pasquariello alla ribalta, il teatro si illumina venti volte di più!” “E quando esco io il teatro si stuta! (si spegne)”. “Non fate la smorfiosa. E se lo volete sapere: voi al buio vi trovate bene”. “E come va? se quello “al buio non si trova?”. “E a voi vi trovano. Come i gatti!”. “E voi al sole…disteso…. come i cani….”. “Elvì, ca i’ avot”a mano! (minaccia di un manrovescio)… mi dimentico che sei donna… mi dimentico che son uomo….”. “Commendatò siete di scena” avvertiva il buttafuori. “Sono di scena” ripeteva con bieca cera.

“Sono pronto”. E usciva sorridente come una pasqua, come una pasqua…riello. E pareva gongolasse giulebbato in un mare d’applausi. Quindi, nel silenzio quasi solenne, l’introduzione flautata di una canzone primaverile: e come sino ad oggi nell’ulatra del genere, la voce del divo sospirava esente dall’oltraggio del microfono: Rosè! Che belli rrose!… torna Maggio!

Quando rientrava nelle quinte accompagnato dagli abituali applausi de grida di bis e fuori!, a braccia aperte, lo aspettava Elvira, che lo aveva ascoltato come una gattina ipnotizzata: “Don Gennà, sei stato grande… te lo debbo dire… mi hai incantata… I’ t’aggia dà nu vaso (un bacio) o vuoi o non vuoi”

“Donna Elvira…. (la faccia bruttona di luna piena si addolcisce man mano)… Elvira… Elvirù… Ti vorrei dire tante cose”. “Gennà… Gennarì… pur’i”

“Fuoriii! Fuoriii!… Biiis! Biis…”

Varietà… Varietà…

Francesco Cangiullo

Un articolo di Lucilla Parlato pubblicato il 20 Marzo 2019 e modificato l'ultima volta il 20 Marzo 2019

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